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Reviews - Onslaught
:: Onslaught - Sounds of Violence - (AFM – 2011)
Allora, vediamo un po’. Qual è la band che simboleggia il thrash metal del nuovo millennio? Non tirate fuori nomi come Trivium o Mastodon, che non attacca. E quella dei Machine Head è stata una clamorosa occasione perduta. Per cui, conservatore senza possibilità di remissione, il thrash metal non può che identificarsi volta per volta in una delle sue icone storiche. Tanto, per ogni lustro o decennio ci sarà sempre un D-Beat alla Discharge, una voce grattugiata alla Kilmister o un solo di chitarra scritto da un emulo di Glen Tipton. In questo caso, a detenere la palma di band faro del genere per questo decennio ci sono senz’altro i Testament, reduci dalla recente pubblicazione di “The Formation of Damnation”, album perfetto sotto un’infinità di punti di vista ma affatto convincente, per quanto mi riguarda: basti pensare che le 11 tracce che compongono la fatica dei thrashers della Bay Area uscita nel 2008 sono tutte invariabilmente nella stessa tonalità per capire come l’ascolto possa essere tutt’altro che allettante a tre anni di distanza.
E allora, delusi dall’ultimo dei Testament? Non c’è problema. Gli Onslaught hanno tirato fuori l’album thrash metal del 2011. E non sto scherzando: dietro la discografia certo poco prolifica del five-piece inglese si cela una carriera che affonda le sue radici nei primi anni ’80, quasi in contemporanea con il fiorire del genere avvenuto proprio nel cortiletto di Eric Peterson e soci. Solo che qui siamo nel Vecchio Continente, a Bristol per la precisione, e Nige Rockett e Steve Grice decidono di studiare a puntino la lezione dell’hardcore/punk per spingerne all’estremo alcune soluzioni e metallizzarne il suono, complice anche l’entrata in formazione del singer Sy Keeler e l’emergere del thrash da entrambe le coste degli Stati Uniti. Dopo la pubblicazione del seminale “The Force”, l’ingresso in line-up dell’icona NWOBHM Steve Grimmet per ordini di scuderia, e un successivo periodo di iato, gli Onslaught sono riemersi dalle ceneri nel 2004 e “Sounds of Violence” è il secondo album dalla reunion. Sound grosso e pesante, con armonizzazioni nello stile della migliore scuola californiana, e una plettrata ritmica che non lascia prigionieri: questa la presentazione migliore di “Born for War”, la opening track che irrompe subito dopo l’intro “Into the Abyss”. Lo stacco del ritornello è da manuale – una di quelle cose che le band emulatrici non impareranno mai è l’attenzione al controtempo nello stile di Charlie Benante – e se i soli possono ricordare act come Testament, non è certo un male.
Gli Onslaught hanno dalla loro una voce grattugiosa e convincente, quella di un Keeler in grande spolvero che ha abbandonato definitivamente ogni velleità in acuto per concentrarsi sull’impatto e sull’immediatezza. Come in “The Sound of Violence”, costruita a partire da un arpeggio molto scarno, con vocals torrenziali e un ritornello che si imprime come un chiodo tra le variazioni ritmiche. “Code Black” fa il verso al modern metal più cadenzato, reinterpretandolo sufficientemente bene, mentre “Rest in Pieces” gira intorno alla classica lezione thrash anni ’80 e ’90. “Godhead” e “Hatebox” si presentano come due lati diversi di una stessa sfaccettatura groove, la prima molto vicina alle soluzioni degli Slayer di fine anni ’90, la seconda con un rifferama classico inserito su ritmiche più moderne.
In chiusura, due tra le gemme più belle. “Suicideology” presenta un songwriting quanto mai ispirato, anche nei pregevoli solos che si incastonano nei tanti cambi di ritmo, con vocals che indulgono spesso su tonalità growl. L’album termina con un’efficace versione di “Bomber” dei Motorhead, che vede ospiti lo stesso Phil Campbell e Tom Angelripper. Ottima prova per quella che è una delle poche band thrash metal inglesi, a testimonianza che in questo genere i confini geografici contano molto poco. Buy or die!
Voto: 8,5/10
Francesco Faniello

Contact
www.onslaughtfromhell.com
www.myspace.com/onslaughtuk
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