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Reviews - Olneya
:: Olneya - Olneya - (Autoprodotto - 2016)
Già vi vedo a fregarvi le mani mentre leggete la data “2016” sull’intestazione di questa recensione, felici e contenti del fatto che io sia riuscito a mantenere il mio proposito sul recensire “meglio tardi che mai” i dischi dell’anno scorso. E invece no... questo “Olneya” a firma dell’omonima (one man) band è uscito negli ultimissimi giorni del 2016, appunto, ma è solo per un caso che siamo qui ad occuparcene ora. Come accennavo, gli Olneya sono sostanzialmente l’espressione del mainman Maurizio Morea, qui alle prese con chitarra, basso e programming di batteria, anche se le ultime notizie riferiscono di come sia riuscito a ricostruire un trio vero e proprio per il proprio progetto. Niente parti cantate, una scelta in comune con altri progetti che ho analizzato di recente e non, e devo dire che non mi sono fatto ancora un’idea definitiva sui progetti puramente strumentali. È pur vero che mettere il primo che capita dietro ad un microfono magari non è il massimo, ma nel caso degli Olneya avrei visto bene anche un cantato ultra effettato in stile “Mondo Generator” dei Kyuss, tanto per fare un paragone a caso. Attenzione, prendete il mio commento con le dovute pinze, perché, pur professandosi un progetto stoner, negli Olneya la componente “desertica” del sound non prende mai il sopravvento, bilanciata com’è da robuste dosi di blues (complici le buone soluzioni di chitarra solista del mastermind) e di Black Sabbath (nella declinazione Saint Vitus/The Obsessed, per intenderci). Il blues e i Black Sabbath... proprio ciò che il buon Glenn Danzig ha sempre ritenuto le basi per un buon sound, e la band riminese non tradisce le aspettative, confezionando un dischetto omonimo molto interessante, che in definitiva si presenta nella maniera più classica possibile, con “Zerouno” e “Zero Due” aperte da un discreto incrocio tra il riff di chitarra e il cesello costituito dal basso, per poi inerpicarsi nelle componenti succitate, senza dunque lesinare la giusta dose di “oscurità” nelle variazioni proposte. Intermezzi a parte, il lavoro è completato da “Zero Tre”, forse il più vicino alle coordinate dello stoner classico, con gli immancabili inserti “spaced out” disseminati qua e là. Le composizioni di Maurizio Morea sono più corte rispetto allo standard, e ciò non è un male; cantato o no, se siete amanti di certe sonorità vale la pena di ascoltarle, in particolare in uno di questi torridi pomeriggi estivi...
Voto: 7,5/10
Francesco Faniello

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