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Reviews - Naam
:: Naam - The Ballad of the Starchild - (Tee Pee Records - 2012)
Prima cosa: all’agenzia di promozione Gordeon Music va la palma dei migliori in campo. È incredibile come ognuna delle produzioni supportate dai suddetti sia in grado di centrare l’obiettivo della freschezza e della qualità per antonomasia, pur muovendosi sulle coordinate musicali più disparate e differenti. Così è stato per “Fables Of The Sleepless Empire” degli Unexpect e per l’omonimo album dei Firebrand Super Rock, e così è per questi Naam, combo ipnotico e psichedelico proveniente dai bassifondi di Brooklin.
Figli bastardi di un certo flavour settantiano, e della sua declinazione più recente che passa dagli anni ’90, i Naam travalicano ogni tipo di classificazione a cui siamo avvezzi noi “specialisti”, e quindi spiazzano quell’ascoltatore che dovesse attendersi una copia fedele di Queens of the Stone Age o, per i palati più fini, Monster Magnet. Nessuna delle tracce presenti nell’EP è accostabile ad alcuna deriva metal dei vari sottogeneri storici come stoner o grunge, eppure l’impressione è proprio quella di un lavoro che affonda radici solidissime nella lezione del passato, per una rielaborazione personale e molto di atmosfera. Se le trame acustiche dell’iniziale “Sentry of Skies” ci precipitano nel mondo rarefatto della fantasia compositiva della band, è con “Lands Unknown” che abbiamo il primo assaggio della formula dei Naam: chitarre malate e doppiate alternativamente dall’organo e dal pianoforte, con una voce che sembra emergere dai fumi di qualche recesso desertico del sud-ovest degli Stati Uniti, e con trame strumentali che si muovono a metà tra la psichedelia e l’alternative, tra il southern rock e le influenze più marcatamente desertiche.
La quasi title track “The Starchild” non avrebbe affatto sfigurato sulla storica trasmissione “Alternative Nation” di MTV, il gemello smetallizzato di Headbangers Ball. Opportunamente editata, ovviamente. In effetti, dieci minuti e cinquantasette secondi non si vedono tutti i giorni sul display, e l’ascolto conferma le più rosee aspettative: un viaggio allucinato guidato dalla voce pacata eppure pungente di Ryan Lee Lugar, stacchi da manuale e tastiere dal sapore settantiano nello stile dei Wolfmother. A questo punto, attendo il full length!
Voto: 7,5/10
Francesco Faniello

Contact:
kingdomofnaam.blogspot.it
naammusic.tumblr.com
www.facebook.com/KingdomOfNaam
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