Raw & Wild - WebMagazine - News - Video - Vinci un CD al mese - Compilation gratuite - Interviste - Recensioni - Date concerti
Raw & Wild on Facebook Raw & Wild on YouTube

Home Recensioni Seciali Live reports Download Contatti

   
   A - B - C - D - E - F - G - H - I - J - K - L - M - N - O - P - Q - R - S - T - U - V - W - X - Y - Z - 0 - 1 - 2 - 3 - 4 - 6 - 7 - . - Í - Æ - '





Reviews - My Dying Bride
:: My Dying Bride - A Line Of Deathless Kings - (Peaceville Rec. - 2006)
Aaron Stainthorpe e soci. propongono la loro nona opera nella storia del Doom. Il quintetto inglese porta con se l’oscura melodia originale creata da massicci riff pesanti un quintale, con l’intervento delle tastiere sinfoniche e delle ritmiche di batteria raffinate. In ogni brano è intuibile il marchio della sposa morente, sia dall’opener “To Remain Tombless”, dalla insinuante melodia alla struggente atmosfera di intermezzo creata in “Lamour Detruit”. Potente l’ingresso di “I Cannot Be Loved” sviluppandosi in ramificate tendenze gothic, sino a percorrere la strada che porta a “And I Walk With Them”, con atmosfere ricche di riff granitici e soffocanti. Leggere note di pianoforte aprono “Thy Raven Wings” con la voce di Aaron a sottolineare delle parole, che sembrano uscire dalle ultime volontà di un condannato a morte. “Loves Intolerable Pain” si spalma su un tessuto melodico che trasporta la mente dell’ascoltatore in un baratro di pazzia. Il sentimentalismo, l’oscura tranquillità del doom suonato dai My Dying Bride, si estende in ogni singola nota di questo album e non solo, vista l’attitudine della band che colleziona delle vere e proprie opere e non dei semplici e futili dischi per riempire la propria discografia.

Stefano De Vito
:: My Dying Bride - A map of all our failures - (Peaceville Records - 2012)
L’autunno è iniziato da poco, cadono le prime foglie dagli alberi, la temperatura inizia a scendere, il sole anticipa il suo tramonto e, avvenimento fondamentale per chi scrive, arriva nei negozi di dischi il nuovo album dei My Dying Bride intitolato “A map of all our failures”, dodicesimo lavoro in studio per la band britannica.
Il precedente album in studio della sposa morente risale al 2009 e porta il titolo di “For lies I sire”, un disco non memorabile, sicuramente inferiore al precedente “A line of deathless King”, anche se di sicuro è il primo disco dei My Dying Bride a distinguersi per un artwork di copertina più curato. Con questo disco si sente che la sposa morente è ai ferri corti con la propria creatività, ogni album del gruppo ha sempre convinto per un motivo o per l’altro in virtù dell’atmosfera unica che la band ha saputo conferire al proprio doom metal ma in “For lies I sire” quest’atmosfera risulta a volte creata con sforzo, finta, sintetica, anche per via di un suono di violino non eccezionale. Di questo si devono essere accorti anche i My Dying Bride, che non essendo un gruppo di sprovveduti alle prime armi riconoscono la propria non splendida forma e decidono di prendersi un periodo di riflessione.
Nel frattempo arriva il 2011 e giunge il momento di festeggiare i vent’anni di carriera della band , ecco che arriva “Evinta”, l’ennesima dimostrazione del genio di questa band che dopo vent’anni di doom metal di altissima qualità decide di mettersi in gioco reincidendo i propri classici in versione ambient-sinfonica.
La pausa di riflessione è quasi finita e per avvisare i propri fans di questo nello stesso anno di “Evinta” viene pubblicato un ep “The Barghest O’ Whitby” contenente un’unica canzone di ventisette minuti, dal punto di vista emotivo l’ultima creatura non lascia molto a mio parere ma dal punto di vista stilistico è perfetto in quanto fa capire cosa i My Dying Bride hanno in mente per il prossimo disco.
2012: A map of all our failures. Mai pausa di riflessione fu più utile. Il trio Stainthorpe-Craighan-Glencross prende per mano la sposa morente e l’accompagna verso il trionfo con “A map of all our failures”, disco perfetto sotto ogni punto di vista. In agosto viene presentata la copertina del disco, bellissima, finalmente la musica dei My Dying Bride viene valorizzata anche dal punto di vista visivo. “A map of all our failures” è un viaggio all’inferno senza ritorno che inizia con “Kneel till doomsday” e finisce con “Abandoned as Christ”, otto brani firmati e controfirmati dai My Dying Bride che riescono, con la maestria che solo i grandi hanno, a rendere il proprio suono maestoso, attraente, potente pur utilizzando il loro consolidatissimo stile.
In questo disco ritornano violino e tastiere che avevamo lasciato in “For lies I sire”, ma questa volta il primo ha un suono più vivo ed è utilizzato come veniva usato in “The angel and the dark river”, ricamando melodie attorno a voce e chitarre; i tasti bianchi e neri vengono utilizzati in pochissimi casi, il pianoforte è assente (peccato) a favore dell’organo. In poche parole, in “A map of all our failures” l’atmosfera alla My Dying Bride è presentata al massimo della sua forma, le chitarre di Craighan e Glencross sono affiatatissime, la voce di Aaron Stainthorpe è come sempre stupenda, di un’emotività fuori dal comune.
Con “A map of all our failures” entrerete in un lunghissimo tunnel buio, e credetemi: terminato il primo ascolto farete di tutto per rinfilarvi nell’oscurità più completa.
Voto: 9/10
Enrico Cazzola

Contact:
www.mydyingbride.net
:: My Dying Bride - Evinta - (Peaceville – 2011)
Per festeggiare il proprio ventunesimo anniversario, i My Dyng Bride hanno optato per un progetto ambizioso: un doppio cd (triplo nell’edizione limitata) contente il proprio inconfondibile sound riadattato in chiave sinfonica. Inutile dire come i MDB si muovano in questa nuova dimensione con disinvoltura e classe, quasi che le composizioni dei doomster inglesi, in fondo in fondo, fossero sempre nate per essere suonate in questa chiave. Certo l’idea non è originalissima, ma il risultato è strepitoso. Scordatevi le atmosfere pacchiane di alcuni gruppi che in passato si sono cimentati in questo tipo di operazione (Therion e Bal Sagoth), il risultato raggiunto con Evinta avvicina i britannici a realtà come Elend. Le composizioni si arricchiscono di nuovi passaggi e vocalizzi di Aaron Stainthorpe, mentre il cantato lirico è ad appannaggio del talentuoso soprano francese Lucie Roche. Per quanto concerne gli arrangiamenti, la band ha cooperato con il maestro Johnny Maudling, che deve la propria fama metallica a quanto fatto con i Bal Sagoth., mentre le parti orchestrali sono state incise con l’ausilio di una manciata di musicisti classici. Come dicevo, il risultato è splendidamente oscuro e decadente, come solo la musica dei MDB sa essere, il pericolo è però di natura quantitativa: l’ascolto di due (o tre nel caso di edizione limitata) di quest’opera può mettere alla prova anche il più accanito fan della band. Ma considerando che si tratta di un’operazione unica (almeno lo spero) nella carriera dei doomster, il “sacrificio” può anche essere fatto. Anche perché mai come questa volta sofferenza ed estasi vanno di pari passo.
Voto: 8/10
g.f.cassatella

Contact
www.myspace.com/officialmydyingbride
:: My Dying Bride - Song of Darkness, Words of Light - (Peaceville - Audioglobe)
Terrificante il nuovo album dei doomster albionici MY DYING BRIDE... Invece di addentrarsi in divagazioni alla Radiohead come i labelmate Anathema, i MY DYING BRIDE riconfermano ed amplificano le migliori caratteristiche del loro leggendario sound. In soldoni, chitarre down-tuned, brani lunghissimi, atmosfere glaciali e plumbee, sonorità strane ed una voce che sembra
invitare l\'ascoltatore all\'interno di un viaggio all\'interno dei meandri del buio più tetragono. Molte band dovrebbero seguire l\'esempio del gruppo inglese; nel senso di un mettersi continuamente in dubbio e mai svilire la propria indole. Infatti, ascoltare, anzi assaporare, \'Song of Darkness,
Words of Light\' è un\'esperienza unica passibile di sviluppi verso una mistica del tutto particolare e pagana. Certamente la musica dei MY DYING BRIDE non è creata per le masse, ma ha una musicialità tale da essere fonte di piacere e appagamento totali. I MY DYING BRIDE riescono a farci riascoltare i brividi di \'Like Gods Of The Sun\' senza scadere nella ripetitività fine a se stessa. In ciò risiede il segreto dei grandissimi, e il gruppo inglese appartiene a tale categoria.

EMANUELE GENTILE
:: My Dying Bride - The Barghest O’ Whitby - (Peaceville – 2011)
A poca distanza dalla pubblicazione di Evinta, l’album orchestrale celebrativo dei 25 anni di carriera, ecco tornare i My Dying Bride. Questa volta si tratta di un Ep della durata di 25 minuti contente un singolo brano, The Barghest O’ Whitby. Dal punto di vista prettamente musicale questa song non aggiunge nulla a quanto fatto dagli inglesi in questi anni, non fosse altro che i MDB tra le band della propria generazione (Paradise Lost, Anathema, Katatonia ) sono gli unici che hanno cambiato poco quanto niente del proprio sound. Detto che mi trovo a giudicare il brano avendo a disposizione un promo contente solo 13 dei 25 minuti di durata effettiva, non mi sento di non consigliare questo nuovo prodotto a tutti i fan della band. La qualità del brano in bilico tra atmosfere funeree e passaggi decadenti, farà la gioia di chi è in crisi di astinenza se ogni tot di tempo non ha un album nuovo dei britannici tra le mani. Le uniche vere novità sono l’ingresso del nuovo violinista-tastierista Shaun Macgowan e il ritorno dietro le pelli di Shaun “Winter“ Taylor-Steels. Non mi resta da segnalare che la copertina è stata firmata dal vocalist Aaron Stainthorpe. Fan dei MBD sapete voi cosa fare ora…
Voto: 7,5/10
g.f.cassatella

Contact
www.mydyingbride.org
:: My Dying Bride - The Manuscript - (Peaceville - 2013)
A distanza di pochi mesi dall’uscita del loro dodicesimo disco “A map of all our failures”, il sestetto inglese torna con un ep, “The Manuscript”, composto da quattro brani per una durata complessiva di ventisette minuti.
La così breve distanza tra questo ep e l’ultimo full length mi aveva fatto pensare a un possibile passo falso e invece le prime note di “The Manuscript” hanno spazzato via ogni dubbio, portandomi a inchinarmi davanti alla grandezza di questa band.
La prima traccia, “The Manuscript”, ci presenta dopo poche note un violino in splendida forma; il brano è My Dying Bride al cento per cento, e sul finale assistiamo a un grande ritorno, quello delle chitarre acustiche. Questo è un segno non da poco per il suono della band, considerando che le ultime note provenienti da questo tipo di chitarre le abbiamo sentite in “The angel and the dark river”, in quel capolavoro chiamato “Two winters only”.
“Var Gud Over Er” è un brano dominato dai chitarroni di Craighan e Glencross; la voce del buon Aaron Stainthorpe è sempre la solita, meravigliosa certezza.
Con “A pale shroud of longing” si arriva all’episodio più gustoso dell’ep, dove ritroviamo il violino, le chitarre divise tra arpeggi e classici riff “alla My Dying Bride”, e le chitarre acustiche già presenti nella prima traccia.
“Only tears to replace her with” è impossibile da descrivere, va ascoltata.
Voto: 8/10
Enrico Cazzola

Contact:
www.mydyingbride.net
<<< indietro


   
Banana Mayor
"Primary Colors Part I: The Red"
Deflore
"Epicentre"
Where The Sun Comes Down
"Welcome"
Lo Fat Orchestra
"Neon Lights"
Eyelids
"Endless Oblivion"
Disequazione
"Progressiva Desolazione Urbana"
Labyrinth
"Architecture Of A God"
Uneven Structure
"La Partition"

Archivio resensioni >>>




Raw & Wild TV   

This text will be replaced

Archivio video>>>



Interviste
Speciali
Live reports




Raw & Wild on Facebook Raw & Wild on YouTube


RAW & WILD 2000 / 2016 - P. IVA 03312160710
Ogni riproduzione anche parziale è vietata - Info

Powered by RWdesignstudio.net

admin   
Home | Recensioni | Interviste | Speciali | Download | Live reports | Contatti

La tua pubblicità su R&W
Collabora con Raw & Wild