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Reviews - Motorhead
:: Motorhead - Aftershock - (UDR/Warner - 2013)
Bene, eccomi alla mia prima recensione di un disco in studio dei Motorhead. Impresa semplice o complessa? Meglio aggirare l’interrogativo e attenersi, come sempre si dovrebbe fare, alla musica prima di tutto. Se è vero che l’ultimo album in studio da me ascoltato del trio capitanato da Lemmy risale ad una quindicina di anni fa, è anche vero che l’anno scorso ho avuto modo di recensire il loro ultimo live, “The World Is Ours – Vol. 2”, ricavando un’idea abbastanza chiara della direzione attuale della band grazie a un po’ di estratti dagli ultimi dischi, quasi tutti comunque apparsi su Raw & Wild nel corso del tempo. Dunque, la direzione attuale? Beh, i più smaliziati tra voi avranno già capito che si tratta di un eufemismo: a parte piccoli particolari, e una maggiore concessione a sonorità blues e a brani cadenzati, i Motorhead suonano allo stesso buon vecchio modo da quasi un quarantennio ormai, e qualsiasi plauso ad una simile costanza rischierebbe di apparire ridondante e oltremodo ripetitivo, visti i fiumi di inchiostro versati a profusione sull’argomento. Veniamo dunque ad “Aftershock”, disco dal titolo di per sé eloquente, dato che giunge dritto dritto dopo i recenti problemi di salute del Caro Leader, che lo avevano portato persino a interrompere esibizioni e annullare date (capita anche ai più inossidabili…); lo schema è lì, rassicurante: un’opener come “Heartbreaker” che è un rock’n’roll d’effetto con strofa diretta al punto, un secondo brano schiacciasassi com’è il 4/4 di “Coup de Grace”, una ballad dal sapore hard/blues in terza posizione e un esercizio speed da manuale in quarta. Sembra facile, vero? Da ascoltare, certo che sì; ma è pur vero che certi “schemi” bisogna saperli creare, ed è impresa mica da niente, in cui i Nostri sono sempre stati maestri. Tra l’altro, il citato terzo brano, “Lost Woman Blues”, è il primo estratto davvero imperdibile, con il suo incedere guidato da un riff monolitico, fumoso e dannatamente efficace di Phil Campbell. I maligni grideranno ad una deriva in stile Peppe O’ Blues, io no. Non dimenticatevi dei rapporti di causa/effetto, del prima e dopo, non fatelo mai. Sulla stessa linea si pone “Dust And Glass”, con Campbell sempre più sugli scudi per un brano che ricorda da vicino le atmosfere più soffuse dei compianti Thin Lizzy. “Do you believe” ha con sé molto del rock’n’roll delle origini, senza pretese innovatrici, come è giusto che sia, e parallelamente si pone “Going To Mexico”, proto-speed dal titolo sicuramente evocativo (ricordate “Going To Brazil”? era il 1916… ooops, il 1991). E poco importa che “Silence When You Speak To Me” o “Crying Shame” mostrino la buccia; la prima, copia sbiadita di “Deaf Forever”; la seconda, un rock blues lezioso. Se li ascoltaste nel vostro bar preferito non potrebbero che farvi piacere. In generale, la seconda parte dell’album scorre un po’ più a fatica, e tuttavia è un po’ presto per affermare che Lemmy e soci abbiano esaurito la loro vena creativa, e amenità simili. Certo, chiunque vada ad un loro concerto non aspetta altro che ascoltare i classiconi, ma fortunatamente nell’accostamento ad essi i tre hanno ampia scelta tra gli episodi più recenti. Ecco perché “Aftershock” è un disco niente male. A margine, direi che avrei preferito un orientamento più “di atmosfera”, con una maggiore presenza di brani in stile “Lost Woman Blues” o “Dust And Glass”, ma è un dettaglio. Il destino di “Aftershock” è già segnato: non farà la Storia, ma regalerà momenti piacevoli a più di qualcuno. E se vi pare poco…
Voto: 7,5/10
Francesco Faniello

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:: Motorhead - Aftershock - Tour Edition - (UDR/Warner - 2014)
Dopo avervi tediato per un paio di estati con la storia che le release dei Manowar sono l’unica e vera soundtrack del solleone sotto l’ombrellone, sono qui a cambiare impunemente idea (com’era la storia per cui solo agli stupidi non succede?) e a proporvi una “nuova” idea in merito: i Motorhead. D’altronde, è inutile che i modernisti storcano il naso: la tv generalista ci ha abituato a sorbirci fior di repliche nei mesi più caldi, e tra la quattrocentodecima volta in cui vedete l’ennesimo film anni ‘80 su Italia 1, o la cinquantacinquesima versione dello spettacolo televisivo in onda sull’ammiraglia di Mamma Rai, ci può stare anche che i Motorhead siano fuori con la nuova versione del loro ultimo album “Aftershock”, qui denominata “Tour Edition” in quanto comprendente un disco bonus dal titolo “Best Of West Coast Tour 2014”. Ecco, detta così sembra una cosa come un’altra, ma la maggior parte dei lettori sanno dei recenti problemi di salute che hanno coinvolto Lemmy, con voci sempre più insistenti sulla fine stessa della band, quindi la presenza di un disco dal vivo che catturi i Motorhead nel 2014 non è affatto un elemento scontato. Ma procediamo con ordine: ovviamente quanto di buono detto su queste stesse pagine in merito ad “Aftershock” non può che essere riconfermato qui, con in più il commento sul live. Che dirvi… la mia impressione è che l’inossidabile trio suoni obiettivamente lento e spompato, sempre rispetto agli altissimi standard a cui i Motorhead ci hanno abituato, e che renderebbero il loro livello attuale auspicabile per la maggior parte delle band del pianeta. Dico questo in base all’esecuzione di anthem del calibro di “Damage Case” (qui anche più lenta di quella dei Metallica…), “Stay Clean”, “Metropolis” e “Doctor Rock”, per non parlare di “Ace Of Spades” e “Overkill”, qui suonate a velocità ridotta a chiaro beneficio delle ridotte capacità on stage di Lemmy. Siamo dunque dinanzi al declino definitivo? È davvero dura sottoscrivere queste parole, per due precisi motivi: primo, perché solo chi è stato testimone dei fasti del rocker britannico (e della sua band) può davvero rendersi conto di come le sue energie si siano ridotte (in base al discorso sugli standard che facevamo sopra); secondo, perché brani rocciosi come “The Chase Is Better Than The Catch” e “Just ‘Cos You Got The Power” non sembrano minimamente scalfiti dal passare degli anni. Il problema è dunque soprattutto la velocità esecutiva, frenata dall’età che avanza inesorabile per Mr. Ian Kilmister, eccessi o non eccessi. Per il resto, Campbell e Dee si confermano due eccelsi comprimari, con il primo che firma un assolo intenso e commovente all’inizio di “The Chase…” (in altri tempi avrei detto che vale da solo l’acquisto del disco!) e il secondo che scandisce il tempo dei Motorhead con precisione inesorabile; per non parlare dell’azzeccata inclusione in scaletta del nuovissimo “Lost Woman Blues” (da me opportunamente lodato in sede di recensione del disco in studio), di cui è disponibile anche un video. Di più non chiedetemi, né tantomeno di esprimere un giudizio numerico; per me il ricordo dei migliori Motorhead resta sempre e comunque “No sleep ‘til Hammersmith”, corredato con le immagini del loro strepitoso e indimenticabile live a Roma del 2007…
Voto: SV
Francesco Faniello

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:: Motorhead - Bad Magic - (UDR - 2015)
Si dice tante volte “se fossi al suo posto, potrei farlo meglio”. Ebbene, ecco un caso in cui non è così. Impossibile far meglio dei Motorhead, nemmeno se si è (o si crede di essere) oggettivamente meglio dei Motorhead. Questo perché il trio non ha termini di paragone, non può essere ascritto ad un qualsivoglia sottogenere che non sia quello che porta il suo nome, che ha dei seguaci più che dei numi ispiratori, proprio perché i padri sono loro stessi, in una certa misura. Non stiamo mica parlando dei Rolling Stones, per intenderci: non solo i Motorhead festeggiano i quarant’anni di attività, ma possono sicuramente fregiarsi del fatto di aver proseguito sulla loro strada senza bisogno di cercare confronti alimentati più dal gossip che dalla sostanza musicale. Anzi, sulla strada di Lemmy e soci non si contano le collaborazioni e le attestazioni di amicizia, segno di un ruolo da veri leader di un certo movimento, e non da comprimari di chicchessia. Venendo ai Motorhead in senso stretto, devo confessare che prima ancora di aver ascoltato una singola nota di questo “Bad Magic” ero pronto ad accettare di dover emettere la temuta stroncatura: le notizie sul fronte live della band e sulla salute del leader sono tali da non lasciar presagire nulla di buono, e il rischio di avere tra le mani un disco raffazzonato e messo su alla bell’e meglio c’era, eccome. Se poi aggiungiamo che l’ultimissima release live (la tour edition allegata al precedente “Aftershock”) mostrava una band che era ormai quasi l’ombra della potentissima macchina da guerra che molti kids hanno imparato a conoscere nel corso degli anni (sempre per via dell’età incipiente del baffuto bassista/cantante, oltre che del fisico che presenta progressivamente il conto), è ovvio che i miei timori erano più che giustificati. Bene, mi sbagliavo. Sbagliavo a dubitare, in primis, perché “Bad Magic” ha l’aspetto proprio di chi non sbaglia un colpo, neanche per sbaglio: d’altronde, un’opener come “Victory Or Die” può far sorridere, ma azzeccare la combinazione tra quei due/tre riff figli bastardi del rock’n’roll che ne costituiscono l’ossatura non è da tutti. Per il resto, le tredici tracce che compongono quest’ennesima fatica del trio scorrono via fluide e senza bisogno di particolari presentazioni per chi li conosce bene; un po’ come in un disco degli AC/DC, ma qui la puzza di sudore, motociclette e alcool di terz’ordine è più viva che mai, e si dipana attraverso vere e proprie bordate come “Thunder & Lightning”, reminiscente dei primi Megadeth tale è la potenza di fuoco, “Shoot Out All Your Lights”, che vede Mikkey Dee in primo piano come ai tempi di “Sacrifice”, “Till The End”, interessante ballad in crescendo sullo stile di “Lost In The Ozone”, e “Evil Eye”, con il classico assolo di basso che è presenza fissa e gradita sin dai tempi di “Stay Clean”. Citerei inoltre “The Devil” (che vede la partecipazione di Brian May) e soprattutto la roboante “Chocking On Your Screams”, sorta di “Orgasmatron” a doppia velocità, uno di quegli episodi che rivelano ancora una volta il cuore pulsante dei Motorhead. E poco importa se “Fire Storm Hotel” è costruita sulla falsariga di “Born To Raise Hell” o se “When The Sky Comes Looking For You” è poco più che un divertente episodio di party rock: ogni cosa che Lemmy e soci fanno, la fanno alla loro maniera, e lo stesso discorso vale per gli episodi rock’n’roll apparentemente più banali come “Electricity” o “Teach Them How To Bleed”. Per non parlare del protagonista assoluto di molti passaggi, il mai troppo incensato Phil Campbell, vero regista di assoli ad hoc e ritmiche azzeccate. D’altronde, il buon Phil suona anche il piano nella cover di “Sympathy For The Devil”, quindi cos’altro cercate? A questo proposito, è sicuramente apprezzabile l’idea di rendere omaggio alla premiata ditta Jagger/Richards, anche se dall’altra parte mi aspetterei come minimo un ricambio di cortesia, almeno per aggiungere un po’ di spessore e dare un senso ad un eventuale futuro disco degli Stones! Morale della favola, i Motorhead hanno tirato fuori un album che tutto sembra tranne che una vecchia accozzaglia di ciabatte e sedie a dondolo messa su tanto per festeggiare il quarantennale: comunque sia, anche se le faccine presenti nell’artwork interno sembrano tratte da un booklet degli Smashing Pumpinks, anche se non sappiamo se questo sarà l’ultimo album dei Motorhead, “Bad Magic” è qui a ricordarci come lo zio Lemmy può picchiare duro, se vuole. Dunque, non fate i maleducati e ascoltatelo, rigorosamente non in silenzio e assolutamente non in buon ordine…
Voto: 8/10
Francesco Faniello

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:: Motorhead - Hammered - (SPV - 2002)
Che dire di “Hammered”?
Potrei riscrivere i poco confortanti commenti fatti circa un anno fa per “We Are Motorhead”, ed invece no, poiché l’album in questione differisce dal precedente per la sua maggiore mancanza di personalità e poca ispirazione, in definitiva un lavoro senza anima. Per carità, quando si parla dei Motorhead non si va mica alla ricerca di innovazione stilistica, ma quando ci si trova dinanzi ad un flop del genere è lecito denunciarlo.
Già dalla precedente release non si poteva non notare una certa stanchezza compositiva,
che poteva suonare come campanello d’allarme, ed il sottoscritto auspicava in un meritato quanto strategico riposo della band di Lemmy di almeno un po’ di anni, per ricaricare le batterie e quindi dare nuova linfa alla creatività, ma tutto ciò, evidentemente, non è avvenuto.
In una manciata di mesi ci siamo ritrovati con un doppio Best Of… ed un DVD live (ottimo!) come “Boneshaker”, per poi arrivare ad un forzato “Hammered”, di cui nessun brano, a mio avviso, può essere degno di nota, candidandosi come l’album meno entusiasmante della loro lunga e onorata carriera.
Dal vivo, però, sono sempre i migliori.
Alla prossima.

R
:: Motorhead - Inferno - (SPV - 2004)
Un nuovo album per i Motorhead, un ritorno per il selvaggio combo rock’n’roll, ma che tipo di ritorno? Premetto che sono un grandissimo fan dei Motorhead e non mi aspettavo un album old-style, dato che comunque ripetersi è impossibile soprattutto per una band che ha avuto una tale influenza sulla musica moderna. Il disco che ci si presenta è un album non buono a mio parere, ma SICURAMENTE superiore al suo predecessore, il deludente “Hammered”.
L’opening track è la potente “Terminal Show”, riff veloci accompagnati da quel doppio pedale capace di aprire un disco come solo Mikkey Dee sa fare (King Diamond insegna); in questo pezzo c’è anche la magica apparizione di Steve Vai che lascerà un segno anche nell’assolo finale nella poco convincente “Down on me”. Mentre “Killers” richiama i Motorhead degli anni ‘90,(in particolare Sacrifice e Overnight Sensation), “In the name of tragedy” ricorda un po’ i riff e le ritmiche di “Seek and destroy”, un pezzo che stanca il cervello.
Il rock and roll ritorna con “Life’s a bitch”, una song dotata di quelle melodie tanto care a Lemmy e soci. “Fight” è un pezzo che comincia nella più classica delle maniere,che purtroppo scade terribilmente nel ritornello, “Keys to the kingdom” è un pezzo che contiene un solo melodico,
come mai ce ne sono stati nemmeno nelle ballad, e per finire “Smiling like a killer”, l’ultimo pezzo violento prima di arrivare al gran finale, la magnifica blueseggiante ed acustica “Whorehouse blues”, dove il caro Lemmy fa sfoggio della sua bravura come bluesman e Campbell dimostra di avere abilità chitarristiche che vanno al di fuori dei brani elettrici, conclusa grandiosamente da un assolo con l’armonica a bocca, suonata da mr. Kilmister stesso.
Che dire? Un album non mediocre, ma di poco superiore alla media ottenuta dai Motorhead negli ultimi anni. Ovviamente l’album diventa un capolavoro assoluto se paragonato al lerciume discografico proposto dalla musica moderna, che testimonia comunque che affermazioni tipo “il rock è morto... il rock ha fatto il suo tempo...” sono ben lungi dalla realtà.
Ma la qualità di quest’album di certo non va a minare la fama di un gruppo che ha riscritto la storia del rock and roll,che dal vivo è pura potenza, e che rimane una band i cui passi verranno ricordati nella storia.
WE’RE MOTORHEAD AND WE’RE GONNA KICK YOUR ASS.

VM
:: Motorhead - Motorizer - (SPV – 2008)
Nella vita di un uomo le certezze sono poche, oggigiorno. Tra queste ci sono sicuramente il Processo di Biscardi e i dischi dei Motorhead. Come sarebbe la vita senza di loro? Inutile chiederselo, perché il pericolo non si pone. Ogni anno loro sono con noi. L’ultima fatica di Lemmy risponde al titolo Motorizer e ci riporta dritti dritti a quella che è la produzione della band targata primi anni novanta. Se avete ascoltato 1916 e/o March Or Die, sapete a cosa mi riferisco. Il tradizionale Motorhead sound è stemperato da soluzioni più “americane” che lasciano spazio a melodie meno belligeranti. Tranquilli, non preoccupatevi, le canzoni sono quelle che ci si aspetta di sentire da Mr Kilmister e compagni (gli ormai inseparabili Phil Campbell e Mikkey Dee), quelle che quando le ascolti dici: “sono tutte uguali”. Ma il fascino dei Motorhead è questo e cedere alla tentazione di cantare a squarciagola “Runaround Man” o “Rock Out”, solo per citarne alcune, dopo un solo ascolto è forte. Il riff di “When The Eagles Screams” ti entra in testa dopo pochi secondi, “One Short Life” è cadenzata e “fumosa”, “English rose” è puro rock and roll. I Motorhead sono questi da trent’anni, prendere o… prendere. Non ci sono alternative. Un po’ come nelle sere dei lunedì invernali…
Voto: 6,5/10
g.f.cassatella

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:: Motorhead - No sleep till Hammersmith - (Bronze - 1981)
Ragazzi. Ci troviamo al cospetto del LIVE per eccellenza del metal o, uno dei migliori mai registrati nella storia del genere, quindi tanto di cappello di fronte a sua maestà, mr. Lemmy Kilmster e alla sua inarrestabile creatura: i Motorhead. Siamo nel lontano 1981 e Lemmy e soci sfornano un performance di inarrestabile potenza e dall’impatto sonoro pari ad un maremoto. Per essere un trio niente male davvero. “No sleep…” è una cavalcata bestiale attraverso i brani più rappresentativi della band quali “Ace of Spades”, “Overkill”, “Bomber”, “We are the road Crew”, “The Hammer” fino a toccare l’estremo passato del vecchio più amato del metal con “Motorhead”, inizialmente firmato dai cadetti spaziali Hawkwind. Un live più spaccaossa di questo è molto raro da trovare, di una così tale freschezza, quasi fanciullesca, un pubblico infiammato al 100% che diventa parte complementare di tutto l’album. Un capolavoro di metal, sudore e potenza. Ma vera potenza.

MURNAU
:: Motorhead - Overkill - (Bronze - 1978)
Tra volumi al massimo e distorsioni pazzesche, nasce il primo album di questi bikers puzzolenti e alcolizzati. Detto così potremmo pensare ad una reunion degli alcolisti anonimi ed invece, si è creato uno dei capolavori dell’Heavy-Street, dove centinaia di gruppi hanno provato a scopiazzare non solo la parte musicale del trio ma anche lo stile di vita, fallendo nel più grande dei modi. Inimitabili ed unici Motorhead aprono il disco con Overkill, una canzone che all’epoca poteva venire paragonata ad una Zum Kotzen degli Impaled Nazarene odierni!( pensate che prima dei Motorhead, non esisteva ancora un gruppo che sperimentasse dal vivo il “rumore ben arrangiato”!). Si prosegue con Stay Clean, sicuramente non un inno alla pulizia corporea, e Pay Your Price, rocciose e potenti. Ill’be Your Sister, Capricorne e No Class, si accingono presto ad entrare nel repertorio live del gruppo: granitiche e di forte impatto. Damage Case, Tear Ya Down e Limb From Limb esternano i messaggi della band grazie a dei testi semplici e a melodie grezze. Ultima traccia Metropolis, vero monolite per questa band, pezzo più famoso e…un po’ più riflessiva rispetto alle altre!

IF
:: Motorhead - Stage Fright - (SPV/Audioglobe - 2005)
Vi ricordate di quel telefilm che andava in onda sulle reti mediaset (per la precisione su Italia 1) negli anni 80 e che si chiamava Automan? Bene perchè se fate mente locale al prodromo della sigla iniziale l’eroe di turno diceva la seguente frase “In una scala da 1 a10 devi pensare a me come ad un 11”, signori e signori fanciulli e pulzelle ladies and gentlemen, qui siamo di fronte alla stessa dichiarazione fatta qualche rigo prima. Ho qui in possesso solo il demo del DVD di Stage Fright che onora il trentennale di carriera della band di Lemmy, il quale contiene solo 1 brano “Whorehouse blues”(da infarto) il trailer del DVD (uno spettacolo) ed il making of di questo prodotto. Signori non vi sto qui ad annoiare con tutti i dettagli tecnici del DVD vi dico solo che vi sembrerà di avere i Motorhead davanti al salotto di casa a investirvi con quintalate di Watt e metallo (questo naturalmente se avete il Dolby surround 5.1). Le immagini sono realistiche forse addirittura troppo, sono stati usati alcuni effetti che fecero la loro bella figura su Matrix. Il trailer dice +/- che non avete mai visto e sentito un dvd musicale come questo, bene amici, ma soprattutto care amiche è tutto assolutamente vero, fate un falò di tutti i vostri dvd pechè questo doppio DVD li supererà in tutti i campi. Basta chiudo qui, è inutile parlare di musica perché il nome Motorhead oltre ad essere un classico è sinonimo di qualità al 101%. L’imperativo adesso è uno e uno solo ACCATTATIVILLO.

FC
:: Motorhead - The World is Ours - Vol. 2 - (UDR/EMI - 2012)
Cosa sono i Motorhead? Piano con le risposte, sapientoni… non intendevo tirar fuori una definizione da Bignami per Lemmy e soci; piuttosto, era mia intenzione invitarvi alla (triviale) riflessione su cosa sono i Motorhead per ognuno di noi. Vado? Trovare il vinile di “Orgasmatron” in un negozio che è più un bazar, con la copertina all’altro capo degli scaffali, discutere su quale tra “Burner” e “Sacrifice” sia la track più cool, e Pete Gill sta meglio nei Saxon, e il baffetto di Philty “Animal” Taylor, e Dee è il batterista che ha reso grande King Diamond, e i video di “Killed by death” e “Born to raise hell” in heavy rotation su Headbandgers Ball, e Mario che dice che “Another perfect day” è l’album che non piace ai metallari, e vederli di supporto ai Maiden a Roma nel 2007… Stop. Perché siamo giunti al punto – finalmente, obietterà qualcuno. Il punto è che i Motorhead sono nati per calcare i palchi, e questa loro predisposizione generica sembrava in grado di far impallidire persino la Vergine di Ferro, in occasione del live a cui ho assistito. Fortunatamente per loro, Dickinson e soci tirarono fuori una grande performance, ma resta comunque il ricordo di un trio che era salito sul palco senza troppi preparativi tecnici, senza il tedioso soundcheck di ordinanza, e risultava ancora una volta in grado di suonare potente e convinto senza discostarsi dalla classica formula basso/chitarra/batteria.
Detto ciò, passiamo al DVD che ho tra le mani e che cattura i longevi rockers dal vivo in tre locations che sono la crema del metal odierno: il Wacken Open Air, il Sonisphere e il Rock in Rio. Tutto si svolge secondo i piani, con una band onesta che non si sottrae al ciclo disco-tour-disco-tour, inserendo magari qua e là un live ufficiale (in dvd, come in questo caso). In ciascuna delle esibizioni (il Wacken è riportato integralmente, per le altre due bastano gli highlights) Campbell e Kilmister sono alla ricerca della “loudest crowd”, con conseguente dedica di “Over The Top” al pubblico urlante; per il resto, è noto che il trio non indulge facilmente ad eccessi visivi, se si eccettua la comparsa di due diavoline su “Killed by death” al Sonisphere, dirette discendenti delle infermiere sexy del video di “Sacrifice”. Tra le dediche di rito, menzione speciale meritano “Going to Brazil” (da quel “1916” che è stato poco più che un disco di passaggio) “regalata” al pubblico di Rio e precedentemente ai Sepultura, e soprattutto quella dell’intera esibizione al Sonisphere al compianto Wurzel, ex chitarrista insieme a Phil Campbell per più di un decennio, scomparso proprio il giorno prima dell’esibizione. Cosa dire delle singole performances? Non ci sono parole sufficienti per la potenza di Mikkey Dee dietro i tamburi: il drum solo su “In the name of tragedy” parla da solo. Per quanto riguarda il buon Phil Campbell, ampio spazio è a lui dedicato su “Just ‘cos you got the power”, e il chitarrista divide quasi equamente con il leader il ruolo del matador di un pubblico sempre oceanico e coinvolto. Lemmy è in forma come sempre, non come certi cantanti dal growl facile che ora, superato il ventennio di attività, iniziano a mostrare la buccia. Qua e là si colgono segni di inevitabile stanchezza, come l’esecuzione di “Iron Fist”, più lenta del solito, e tuttavia il pensiero dell’età totale dei componenti di siffatta macchina da guerra farebbe rabbrividire qualsiasi puritano… se posso esprimere una considerazione personale, il songwriting di Lemmy si è fatto con il tempo più “triste” e riflessivo, come è evidente in “One night stand”, “I know how to die” e soprattutto “The thousand names of God”, tutte tratte dagli ultimi album. È pur vero che sacche di pessimismo, sia musicale che lirico, erano presenti sin dal tempo di “Bastards” (e sono passati circa 20 anni da allora!) ma il tutto assume oggi un sapore diverso, pur celato dietro la consueta e pura attitudine rock’n’roll. Tutto perfetto dunque? A giudicare dalla scaletta di uno qualsiasi dei concerti direi di sì, se non fosse che la stessa tracklist viene ripetuta, con modifiche di poco conto, anche nel precedente capitolo di questa kermesse video (quello sottotitolato “Everywhere Further than Everyplace Else”, questo “Anyplace Crazy as Anywhere Else”), per un totale di sei concerti ripresi, di cui due in versione integrale. Una volta una simile full immersion era riservata ai fans sfegatati e a caccia di bootleg, ora la sovraesposizione di uscite ufficiali non è altro che il segno di un’epoca in cui tutto è reperibile al volo. Cosa c’entra tutto ciò con i Motorhead? La riflessione la lascio a voi, a me basta la presenza di “The chase is better than the catch”, “Stay clean” e “Killed by death” per esprimere un giudizio positivo. Un pezzo da “Bastards” o “Sacrifice” potevano metterlo, però!
Voto: 8/10
Francesco Faniello

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:: Motorhead - We are Motorhead - (SPV - 2000)
Beh, no caro Lemmy, qui non ci siamo proprio, perchè se è vero che sono un fan dei Motorhead, ciò non toglie che possa criticare, con le giuste misure magari, un album che si rivela una delusione clamorosa. L’album che stenta a decollare, lasciando poco entusiasmo e mi ricollegherei per questo motivo al discorso già fatto mesi fa per “Stiff Upper Lip” degli AC/DC.
E dire che negli ultimi anno Lemmy e soci, avevamo dimostrato positivamente di saper dare inizio ad un nuovo capitolo o ciclo, ad una saga ormai ventennale, inanellando una serie di albums che andavano dal perfetto “Bastards”, al grezzissimo “Sacrifice”, per poi arrivare ai freschi e pimpanti “Overnight Sensation” e “Snake Bite Love”.
Tuttavia “We Are Motorhead” non è un album da lanciare dalla finestra, perchè fornisce anche I suoi episodi decenti, come l’opener “See Me Burning”, “Wake the Dead”, “Stay Out Of Jail” dalle antiche sonorità, la discreta cover dei Sex Pistols “God Save The Queen” e la title-track, destinata a diventare un classico in sede live; ma tutto ciò si alternano brani (che non starò ad elencare) che denotano segnali allarmanti di stanchezza compositiva, risultando di una monotonia sconcertante.
Sia chiaro, non mi attendevo un album che stravolgesse gli stilemi tanto cari ai Motorhead e non starò qui a sindacare attirandomi ulteriori ire di chissà quanti fans, ma preferisco soprassedere con indifferenza all’ascolto di tale cd, e gustarmeli totalmente dal vivo, ancora oggi micidiali come all’epoca.

R
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