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Reviews - Mothercare
:: Mothercare - The Concreteness of Failure - (Kreative Klan Records – 2010
La longevità di una band porta i suoi frutti in vari momenti della sua storia. È per questo che un combo come i veronesi Mothercare può dire di aver giocato alla perfezione le carte presenti nel suo mazzo, grazie a caratteristiche quali la coerenza stilistica e anche un po’ di quella costanza nel calcare una scena, quella italiana, non certo facile palcoscenico di notorietà.
Acclamati dalla critica specializzata negli anni ’90 grazie ad una serie di fortunati demotapes, è nello scorso decennio che la band ha messo a segno importanti risultati, primo fra tutti la collaborazione con quel guru della scena internazionale che è Barney Greenway dei Napalm Death, senza dimenticare un fattore essenziale: la pubblicazione di tre dischi a intervalli abbastanza regolari, prima per la Bunkker, poi per l’incarnazione più moderna della stessa, la Kreative Klan. Ed è proprio sotto l’egida del prestigioso marchio che esce questo “The Concreteness of Failure” alla fine del decennio fatidico per i Mothercare: dieci tracce che di certo non la mandano a dire, e che testimoniano la crescita stilistica di una band ormai perfettamente a suo agio in un genere, definito “pain-core”, che unisce il meglio della furia iconoclasta hardcore con la precisione metronomica delle forme più moderne e illuminate dell’extreme metal senza sfociare in troppe tentazioni “Nu”. Ecco che, nel caleidoscopio dell’album, sono riconoscibili la freschezza compositiva di “The Slow and Proud March to Conformity” e “To be or To Sink”, impreziosite da vocals melodiche e innegabile perizia strumentale e compositiva, le suggestioni degne di Michael Amott nel rifferama alla Arch Enemy di “Ten Easy Lessons”, e gli echi del decennio che fece grandi i Sepultura nelle vocals essenziali e dirette di “Phobic”.
Menzione a parte meritano “Gateway to Extinction”, una riscrittura originale di quanto teorizzato dai migliori System of a Down – ascoltare il break di clean vocals per credere – e la title-track, strumentale molto vicino a certe sonorità dei Machine Head di “Burn My Eyes”, entrambe dotate di assoli davvero degni di nota.
In ogni caso, non fatevi fuorviare dalle mie parole e leggete tra le righe: i Mothercare non sono assolutamente emuli di questo o quel trend musicale, né tantomeno portabandiera di nostalgica filologia. La maturità della band sta proprio nell’aver trovato una propria via all’interno di un genere in cui imitare è facile, lasciare il segno molto meno. Chissà che il sestetto non riesca in questo ambizioso ma possibile intento…
Voto: 8/10
Francesco Faniello

Contact:
www.mothercare.it
www.myspace.com/mothercare
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