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Reviews - Mike LePond’s Silent Assassins
:: Mike LePond’s Silent Assassins - Mike LePond’s Silent Assassins - (UDR - 2014)
Ok, è vero: ultimamente sembra che sulla mia scrivania si vada a ritroso piuttosto che guardare in avanti. Prima gli Al-Namrood (usciti “appena” a novembre 2015) e ora il disco solista di Mike LePond, bassista dei Symphony X, datato addirittura 2014. Capita sempre così: trascuri la prima mail del management, ti ripeti continuamente di tener d’occhio quella di sollecito, intanto ascolti il disco, che magari cattura la tua attenzione e il tempo passa, inesorabile. Se aggiungiamo il fatto che LePond ha deciso di suonare anche tutte le chitarre ritmiche, circondandosi al contempo non solo del fido Michael Romeo alla solista (insieme a Metal Mike, chitarrista di Halford con un trascorso nei Testament) ma anche del buon Alan Tecchio, singer degli Hades e dei Watchtower di “Control And Resistance”, è evidente come “Mike LePond’s Silent Assassins” – questo il nome dell’album nonché del progetto – non poteva mancare tra le colonne di Raw & Wild. Anche perché Hades, Watchtower e Symphony X rappresentano tre delle punte di diamante di quell’orgoglio tutto a stelle e strisce denominato US metal, un genere che non ho mai masticato troppo in gioventù ma che mi tampina ovunque qui in redazione… ma passiamo al disco, prima di attirarmi le ire dei senatori del genere. Con una copertina che raffigura il cavallo di Troia non ci si può che attendere una serie di argomenti mitologici nei testi, e così è: titoli come “The Quest”, “Masada”, Ragnarok” e “Oath Of Honor” parlano da soli e testimoniano la passione di Mike LePond per tali tematiche, cosa ben evidente sin dagli albori della band madre. Ovviamente, con queste premesse un album simile non può che essere composto bene ed eseguito ancora meglio: resta da definire quanto le tracce presenti resisteranno all’assalto del tempo, ma questa è una domanda sin troppo ambiziosa, nonché fuori luogo, perché è evidente come siamo dinanzi ad un divertissement del blasonato bassista, di ottima qualità sicuramente, ma senza pretese espansionistiche di qualsiasi natura. Com’è immaginabile, i territori sono quelli dello speed/epic di matrice americana, con melodie oscure, tanti momenti cadenzati e di atmosfera ma senza dimenticare decise sfuriate al limite del thrash. Alla fine, lo US metal non è che questo: prendi il thrash più metallizzato e rendilo ancor più metallizzato, no? Ovviamente si tratta di un’affermazione azzardatissima, seppure confermata dall’aura protettiva degli Overkill che aleggia sull’opener “Apocalypse Rider” nonché sulla title track, in occasione della quale diventa davvero difficile resistere alle cavalcate in stile Rainbow che vedono protagonisti LePond e Romeo. Il disco rappresenta dunque il pretesto per LePond di sfilarsi temporaneamente dai Symphony X (ma non troppo…) guardando a forme più classiche di metal, mantenendo fede al voto di epicità ma riducendo al minimo la componente prog. “Silent Assassins” si snoda così, tra il flavour un po’ orientaleggiante di “Red Death” su cui irrompono gli acuti di Tecchio, il ritmo cadenzato alla Vicious Rumors di “The Progeny” e le grandi atmosfere nordiche di “The Quest” che lasciano spazio ad una serrata e sferragliante sparata US metal, con quel misto tra tiro thrash ed epicità che solo chi mastica questo genere sa riconoscere. Non mancano parti (involontariamente) groovy/sleaze come su “The Outsider” o “Ragnarok” e sinceramente mi sarei aspettato di più da un pezzo come “Masada” (forse memore del sommo John Zorn? È possibile…) che comunque risulta l’ennesima occasione per lasciar emergere (forse troppo) il basso di LePond; tuttavia, il nostro si rimette alla grande in carreggiata sulla conclusiva “Oath Of Honor” (sulla saga di Camelot…) su cui si concretizza ancor più il confronto con DD Verni (ma anche con il buon vecchio De Maio, perché no…), per quanto l’ambiente sonoro sia agli antipodi, con l’epicità che prende piede con un taglio talmente cinematografico da risultare (paradossalmente) quasi europeo, complici le twin guitars helloweeniane tirate fuori per l’occasione e i cori che strizzano l’occhio sia a Kiske che al nostro Lione. Track mastodontica, dunque, una di quelle per cui una volta si sarebbe usata l’espressione “vale da sola l’acquisto del disco” se non fosse per i tanti altri momenti sagaci disseminati in questo divertissement d’artista, ovviamente consigliatissimo a chiunque custodisca nella propria discografia le band citate in queste righe e magari anche a chi (e mi dicono siano in molti) ritiene che i Symphony X non siano riusciti a riprodurre le atmosfere degli esordi negli ultimi dischi. Ma questa è un’altra storia…
Voto: 8/10
Francesco Faniello

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