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Reviews - Megadeth
:: Megadeth - Countdown To Extinction: Live - (Tradecraft/Universal - 2013)
Non è affatto facile parlare della versione live di uno dei dischi che più ho amato. Un capolavoro degli anni ‘90 come “Countdown To Extinction”, in barba a tutti i detrattori ultraoltranzisti, rappresenta il compimento assoluto (o una delle sue forme più eccelse) della formula compositiva della creatura di Dave Mustaine, miscelando riff taglienti e aperture melodiche secondo quello che è da sempre il marchio di fabbrica dei Megadeth. La presente operazione appare simile a quella analogamente effettuata per “Rust In Peace” (che non ho ascoltato in versione live “anniversario”) e vede il gruppo nell’atto di riproporre il disco integralmente dal vivo come in effetti non era mai successo, secondo il processo naturale per cui molte tracks non avevano mai visto la luce in sede live. L’esibizione, catturata nel dicembre 2012 presso il Fox Theatre di Los Angeles, non manca di ghiotti encores, come era prevedibile: si parte con “Trust” (e credetemi, un simile attacco fa tremare i polsi anche ai più smaliziati), si continua con una splendida versione di “Hangar 18” e c’è spazio anche per un estratto dal recente “Thirteen”, “Public Enemy”, la cui caratura accanto a simili pezzi da novanta del metal assume prevedibilmente connotazioni ancora più trascurabili. In effetti, come avevo precedentemente scritto, la line-up Mustaine/Ellefson/Broderick/Drover esiste sostanzialmente per motivi “esecutivi”, e la scelta di metter su ben due tour commemorativi (il terzo bolle già in pentola, secondo le prime indiscrezioni) ne è una valida conferma. Potremmo considerarla un’ottima cover band? Quel che è certo è che le recenti scelte degli americani li accostano molto agli Iron Maiden, e ora si spiega come mai le due band vadano d’amore e d’accordo negli ultimi tempi. Ma non voglio rovinarvi il momento… mettete dunque play e ascoltate ciò che non avevate mai avuto occasione di sentire live – benché tanti degli estratti da “Countdown…” siano stati effettivamente riproposti dalla band in più momenti, oltre al nocciolo duro che ha costituito un punto fermo di tutte le scalette live (è evidentemente il caso di “Symphony of Destruction”). Dopo le tre tracce già citate in apertura, è la volta dell’intero “Countdown…”, seguito dalle conclusive “She Wolf”, “Peace Sells” e “Holy Wars… The Punishment Due”: personalmente, non vedevo l’ora di ascoltare “This Was My Life” e “Captive Honour”, e ho particolarmente gradito anche le versioni della title-track e della conclusiva “Ashes In Your Mouth” (sebbene non siano proprio nuove nella setlist della band).
Le songs acquisiscono ovviamente nuove sfaccettature, sebbene l’esecuzione sia molto fedele all’originale – fatta eccezione per una provvidenziale accordatura di almeno un tono sotto (gli anni passano per tutti…). Ovvio che quelli come me avrebbero preferito sentirle eseguite da Marty Friedman, magari su un bel live all’Hammersmith del 1992 elevato a release ufficiale: non oggi, all’epoca, nel momento in cui andava fatto, proprio perché quel momento non si sarebbe più ripetuto. Poi, non vorrei che l’amara verità sia che si guarda a venti anni prima perché si tratta di un periodo più “vero” ed ispirato, e credo proprio che il guaio (e grosso) legato alla pubblicazione di questo disco sia che i Megadeth si sono ormai avviati sulle orme dei Deep Purple: fare dischi in studio solo per suonare live, riproponendo i classici di un periodo d’oro sempre, sempre più lontano. Considerazioni personali a parte, la fredda cronaca ci impone di rilevare ancora una volta che la voce di MegaDave mostra un po’ il peso degli anni, ma in effetti non è mai stato il suo punto di forza dal vivo, neanche negli anni d’oro. Sgombriamo subito il campo da dubbi e insinuazioni: non ho mai messo in discussione l’importanza della particolarissima timbrica di Mustaine nell’economia dei Megadeth, è proprio che dal punto di vista vocale non è mai stato un grande performer dal vivo. A riabilitarsi in questa è invece proprio Broderick, al quale concedo l’onore delle armi per un lavoro più che dignitoso su “High Speed Dirt” e “Holy Wars…”, anche se l’esecuzione di brani come “She Wolf” e “Peace Sells” presenta più di una sbavatura. Comunque sia, anche se sembra che io non sia mai contento, al cuor non si comanda mai. Sappiate che se vi state precipitando a comprare il disco, non mi troverete certo a fermarvi! Prima però dovete trovarlo, un negozio di dischi…
Voto: 8/10
Francesco Faniello

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:: Megadeth - Dystopia - (Tradecraft/Universal - 2016)
Sui Megadeth si è scritto e riscritto, e io stesso non mi sono risparmiato nelle precedenti recensioni dei thrashers statunitensi: sarà forse perché aver vissuto il periodo d’oro della band come “semplice” ascoltatore ha lasciato comunque dietro fiumi di inchiostro da consumare? Chi lo sa… va comunque osservato ancora una volta come, nel bene e nel male, uno come Mustaine riesca a far parlare continuamente di sé. In tanti avevano sperato nel ritorno della line-up di “Rust In Peace”, e io con loro, o forse no, perché magari la magia presente in quei 3-4 album (tre o quattro a seconda dell’opinione che avete di “Cryptic Writings”) è meglio lasciarla lì dov’è, nei cassetti della memoria collettiva o – se preferite – nella leggenda. Eppure nel caso di “Dystopia” si è da subito respirata un’aria favorevole: in primis, la copertina a tinte fosche e presenza di Vic Rattlehead in bella vista facevano ben sperare; poi, Kiko Loureiro e Chris Adler sono sicuramente due innesti di spessore, che rendono se non altro interessante l’idea di rivedere la band dal vivo. Aggiungete il fatto che come singoli apripista sono state effettivamente scelte le tracks più interessanti, e il quadro è completo. E allora? L’ultimo album dei Megadeth è un disco cattivo, che spazza via in un soffio roba tipo “United Abominations” oltre a segnare una decisa virata rispetto alle melodie ruffiane presenti su “Super Collider” (di cui non c’è traccia, ve lo dico subito…). Un ritorno al passato? Non mi piace usare questa espressione per MegaDave e soci: la prima volta che venne impiegata in riferimento a loro fu in occasione di “The World Needs A Hero”, e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Dunque, nonostante gli inevitabili confronti con il blasonato (e irripetibile) passato, “Dystopia” è la fotografia dei Megadeth di oggi, con le linee vocali tenute volutamente basse (l’età è quella che è, oramai…) eppure mai prive di quel magnetismo che è sempre stato il marchio di fabbrica della band, stendardo dei suoi accoliti e pistola fumante dei suoi detrattori; con il vorticoso e tecnico susseguirsi di soliste tra Mustaine e Loureiro (un chitarrista che è sicuramente un passo in avanti rispetto a Broderick, che non ho mai amato); con il rifferama di maniera che ha reso celebre la band negli anni. Il 1990, il 1992 o peggio il 1986 non torneranno mai, e sotto sotto lo stesso Mustaine ne è consapevole, perciò godiamoci (finché dura) il riff alla “So Far So Good…” dell’opener “The Threat Is Real”, la title track, che sulle prime ricorda pericolosamente una versione di “Hangar 18” in salsa hard rock (o Arch Enemy, se preferite) e la successiva “Fatal Illusion”, vicinissima ai primissimi fasti, quelli di “Killing Is My Business…”. Il trittico appena citato rappresenta ovviamente la connessione con il passato più glorioso, e lascia inevitabilmente spazio a momenti tutt’altro che memorabili come “Bullet To The Brain”, “Lying In State” e la stessa “Death From Within” (per quanto potrei citare decine, centinaia di gruppi che ucciderebbero per avere un pezzo così). Ovviamente, i momenti interessanti non finiscono con i primi tre pezzi, anche perché basta poco a rendere felici gli aficionados: l’assolo tagliente di “Post American World”, il riffone stoppato che più classico non si può del pregevole strumentale “Conquer Or Die” (lacrimuccia), l’ipertecnicismo e la melodia sparati fino all’eccesso su “The Emperor”, la cover di “Foreign Policy” dei Fear (questa sì, una scelta classicissima) e finalmente “Poisonous Shadows”, il pezzo riflessivo che magari ci conferma ancora una volta come certe scelte di stile vocalico siano state provvidenzialmente adattate al passare degli anni, ma che vede anche l’ingresso trionfale di nuovi elementi apportati dall’innesto carioca, qui autore anche delle note di pianoforte nel finale. Tra l’altro finalmente mi godo Kiko Loureiro su un disco intero, visto che non sono mai stato un fan degli Angra! Strano il mondo dove c’è spazio per un solo Roger Waters, ma anche questa volta è meglio così: la distopia descritta dal fulvo e ormai attempato chitarrista lascerebbe volentieri spazio a scenari che neanche vorremmo conoscere, dato il calibro di un personaggio a cui – sono sicuro – non vi fidereste nemmeno di lasciar amministrare il vostro condominio. Dal punto di vista musicale, il passo in avanti rispetto ai predecessori è evidente, seppur non faccia gridare al miracolo (ma anche questo era perfettamente prevedibile). Perciò, se vi siete arrischiati a leggere questa recensione, vuol dire che “Dystopia” vi interessa, eccome… dunque non avete che da accomodarvi all’ascolto!
Voto: 8/10
Francesco Faniello

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:: Megadeth - End Game - (Roadrunner – 2009)
Dave Mustaine è tornato definitivamente all’ovile. Messe da parte le crisi “stilistiche” che hanno caratterizzato gli album di fine anni 90, il rosso ha puntato nuovamente sul metal. Altro che scioglimento! Con la politica dei piccoli passi, nel giro di tre album i Megadeth sono tornati a buoni, se non ottimi livelli. Se World Needs An Hero e United Abominatios contenevano luci e ombre, End Game è quasi del tutto attestato su livelli qualitativamente elevati. La line up, che vede coinvolti oltre MegaDave, Chris Broderick, il batterista Shawn Driver, il bassista James LoMenzo e il chitarrista Chris Broderick, dà ottime garanzie e fa sul serio. Così dopo la “sbrodolosa” intro “Dialectic Chaos”, il gruppo inizia a picchiare duro con “This Day We Fight!”. Duro quanto? Quanto basta per definire End Game un album thrash, certo ci sono qui e là accenni al metal classico (i Megadeth sono sempre stati una versione pesante degli Angel Witch), ma è tutto grasso che cola. Dave non le manda a dire. È uno di quei repubblicani che dorme con un occhio aperto e la pistola sotto il cuscino, sputa il suo veleno sul mondo, mostra i denti, ma alla fine nasconde solo le proprie paure. Però la musica ne guadagna in aggressività, basti pensare a “Head Crusher”. Battute d’arresto ci sono: a mio avviso rispondono al nome di “Bodies Left Behind” e “The Hardest Part Of Letting Go... Sealed With A Kiss”, ma non raggiungono i livelli infimi di “A Tout Le Mond”. Un buon disco in definitiva. Non so quanto onesto, ma sicuramente buono. Qualcuno dirà che i vecchi Megadeth sono morti. Questo è vero, ma è anche vero che nessuno ha mai preteso da Lazzaro che partecipasse alle olimpiadi dopo esser risorto….
Voto: 8/10
g.f.cassatella

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:: Megadeth - Rude awakening - (Metal is - 2002)
Ormai era chiaro che il caro vecchio Dave si fosse reso conto di quanto la band stesse rischiando il fondo con dischi scialbi come il poco più che mediocre Cryptic Writings prima, ed il mediocre e basta Risk poi.
Se a questi aggiungiamo atteggiamenti e dichiarazioni al limite della sopportazione e diatribe all\'interno del gruppo, la crisi irrompe inesorabilmente.
Ma con un colpo di coda, decisamente forzato e calcolato, i Megadeth hanno attuato una sorta di operazione di rilancio (di cui ogniuno può trarne le conclusioni sul suo risultato), a partire dall\'antologia pubblicata qualche anno fa, che lasciava intravedere un futuro più dignitoso, per poi continuare con il nuovo album studio, quel The World Needs A Hero che riportava i nostri verso sonorità più thrashy, in compagnia dei due nuovi validi innesti Al Pitrelli (chitarra) e Jimmy De Grasso (batteria).
A questo punto mancava solo una cosa da fare: pubblicare un live album. Già, perché proprio un album di questo tipo mancava nella propria discografia e perché proprio dal vivo vengono ripescati tutti i cavalli di battaglia e l\'energia del four piece.
Tuttavia la tracklist del doppio cd in questione, se da una parte ripercorre tutti gli episodi dal 1985 in poi (con brani da Risk, Cryptic… e Countdown ridotti all\'osso), dall\'altra non si può non notare che le pecche più grosse sono rappresentate proprio dalle nuove canzoni (ben quattro), il che è tutto dire.
Se poi vogliamo evidenziare il suono compatto e quadrato ed una capacità di esecuzione impeccabile, oppure i limiti vocali di Mustaine (oltre al suo egocentrismo) ed i cali di tensione che si avvertono durante i loro shows, beh, questi sono pregi e difetti che appartengono al DNA dei Megadeth.
Questo è un buon disco dal vivo, ma penso sia ora che Mustaine e soci comincino a lavorare sul prossimo album con più umiltà e meno pretese da rock star.
RECENSITO PRIMA DELLO SPLIT.

R
:: Megadeth - Super Collider - (Tradecraft/Universal - 2013)
La tenebrosa creatura di MegaDave Mustaine giunge al quattordicesimo album in studio, e lo fa rispettando la miscela che ne ha sempre caratterizzato il suono: bordate taglienti e iconoclaste unite alla ricerca della melodia, con più o meno tecnicismi a seconda del disco. Lungi dal voler coniare la formula del successo dei Megadeth, si può dire che “Super Collider” rispetti sostanzialmente le coordinate di un tipico disco della band, sin dall’efficace opener “Kingmaker”, guidata dal drumming potente di Drover e caratterizzata dalle classiche melodie vocali e progressioni chitarristiche a cui i quattro ci hanno abituato, passando per la melodia zeppeliniana della title-track (è o non è identica alla strofa di “In the light”?), già pubblicata come singolo: sono questi i due brani tratti dall’album che la band ha eseguito dal vivo, con discreta accoglienza. Nel corso delle undici tracce presenti, l’ascoltatore medio o il fan sfegatato non si aspettino variazioni di sorta, né valore aggiunto all’economia generale della discografia della band: in questo senso, non mi sento tanto di definire il disco interlocutorio o “di passaggio”, quanto piuttosto un tassello in più che consente ai Megadeth di perpetrare il classico ciclo disco/tour/promozione. Che poi ai concerti il pubblico voglia sentire soprattutto i classici, questo è un problema di tutte le band: l’unico appiglio è cercare di far amare ai propri fans i nuovi brani, in attesa che la polvere del tempo li trasformi in altrettanti classici piuttosto che gettarli nel dimenticatoio. Il rischio di fallire l’intento c’è, e si chiama Deep Purple, ma nessuno ha mai sospettato che i britannici volessero aggiungere capitoli fondamentali alla loro discografia. Tuttavia (un esempio a caso…) se i Metallica ci sono riusciti con “Death Magnetic”, perché non dovrebbero riuscirci i Megadeth, con la loro supposta superiorità morale, per usare un termine caro ai nostri politicanti? Perché la personalità di Mustaine e il suo cipiglio da factotum si scontrano con una ricerca di maturità che troppo spesso coincide con il ritorno a forme classiche di hard rock, e con il recupero sciovinista delle radici blues: due fattori indice di una volontà di stabilità, ma che non vanno quasi mai a braccetto con la creatività in senso stretto; i Metallica ci sono passati ben quindici anni fa, e sembrano aver fatto tesoro dell’esperienza maturata. In più, sono sempre più convinto del fatto che Chris Broderick sia un esecutore bravissimo ma incolore, un chitarrista che di sicuro soccombe dinanzi al leader dal punto di vista della personalità. Se questa sia garanzia di durata alla corte di Mustaine, non lo so. Di certo non è garanzia di accesso all’Olimpo della memoria in cui risiedono sia Chris Poland che Marty Friedman, autori non a caso degli unici assoli memorabili oltre a quelli del chitarrista/cantante. Tornando al disco, benché Dave Mustaine si mostri sin troppo sornione su “Burn!” e “Built For War”, firma con “Dance In The Rain” un brano che finalmente presenta tutte le carte in regola (anche se caratterizzato da cambi di tempo un po’ troppo repentini), rispettando il principio di ricerca della melodia, con una decisa coda thrash nel finale. “Off The Edge” è una cavalcata mid tempo con cantato molto interessante, caratterizzata da un ispirato scambio di assoli della coppia Mustaine/Broderick, mentre “The Blackest Crow” richiama piacevolmente le atmosfere di “The Scorpion” nell’intro (come, perché cito un brano del 2004 come “classico” e pietra di paragone? Lo sapete o no chi suonava la chitarra su “The System Has Failed”?), subito seguita da “Forget To Remember”, il cui sound heavy classico è influenzato dall’immancabile blues della maturità. Saltando a piè pari “Don’t Turn Your Back…”, filler dal ritornello un po’ ruffiano, si giunge all’energica cover di “Cold Sweat” dei Thin Lizzy, giusto tributo a questa seminale band. Dopo tutto, i Megadeth sono comunque garanzia di qualità: solo il tempo ci dirà se il valore di quest’album risiede nel blasonato nome che campeggia sulla copertina, o su un quid aggiuntivo che ora come ora non sono riuscito a cogliere. Io propendo per la prima…
Voto: 7/10
Francesco Faniello

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