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Reviews - Martiria
:: Martiria - On the way back - (My Graveyard Productions - 2011)
Ebbene sì, non è un mistero per nessuno. Appena ascolto una di quelle band che legge la Bibbia del doom con le lenti di Messiah Marcolin, siano esse tarate sulla gradazione dei Candlemass o dei Memento Mori, non posso fare a meno di commuovermi. Questo perché il doom è una fede, non un semplice genere modaiolo e passeggero, e forse è proprio per questo che è rimasto sempre confinato ad una cerchia relativamente piccola di adepti.
Ecco, i Martiria sono una di quelle band a cui una simile descrizione si adatta nel modo migliore. Nel loro caso, l’accostamento ai succitati maestri si accompagna alla forte presenza di elementi statunitensi in un sound doom ma con evidenti riferimenti all’epic e ai capostipiti Warlord. In quest’ottica, non è casuale la presenza dietro il microfono di Rick Anderson, meglio noto come Damien King III, ultimo singer del periodo classico dei Warlord prima della reunion con Joacim Cans, così come indiscusso è il contributo fornito dai visionari testi a opera di Marco Roberto Capelli, novello Peter Sinfield del doom e autore di vere e proprie gemme che aderiscono alla perfezione alle composizioni.
“On the way back” è il quarto album dei Martiria, e si apre in tipico stile Solitude Aeturnus con “Cantico”, un’introduzione che ci guida verso “Drought” in una vera e propria processione sonora, dalla quale emergono la maestosa linea vocale e gli efficaci break di chitarra acustica e tastiera.
Si prosegue con “Apocalypse” e il suo incipit dal sapore di una ballata medievale, con Anderson novello bardo e una serie di assoli taglienti e melodici nello stile di Bill Tsamis, dispensati a profusione per tutta la durata del disco con apice in “You brought me sorrow”, in cui l’efficace lead guitar è costruita su una base arpeggiata e ritmicamente ossessiva.
I Martiria proseguono il loro viaggio con il lamento straziato di “Song” e con “The Sower”, una traccia intrisa di atmosfere lugubri e settantiane, specie nel break centrale molto vicino alla tradizione progressive.
“Ashes to ashes” è di certo uno dei momenti migliori, con un inizio opprimente che non sfigurerebbe nella riproposizione musicale di un racconto di Lovecraft. I richiami al sound dei Trouble, un uso sapiente delle tastiere e la voce di Anderson che smussa le asperità per assumere connotati melodici vicini al miglior Glenn Hughes sono la ciliegina sulla torta di una song che rimarrà a lungo nella mia playlist.
Per le sue progressioni melodiche e le scelte chitarristiche, “Gilgamesh” si avvicina ai Manilla Road, ma è in “Twenty Eight Steps” e “The Slaughter” che la band rivela il suo potenziale aggiuntivo. Doom ben miscelato con la lezione hard-prog degli anni ’70, senza che per questo la band si perda in leziosismi e tronfie dimostrazioni della sua pur raffinata tecnica. A conclusione dell’opera, troviamo la title-track, un’intensa ballad chitarra e voce che ci guida tra decadenti nebbie sulle orme di Aschenbach. “On the way back”: l’ideale per le plumbee giornate di questo inverno…
Voto: 9/10
Francesco Faniello

Contact:
www.martiria.com
:: Martiria - R-Evolution - (Rocksector Records/Hellion Records - 2014)
I Martiria tornano nella consueta forma con il loro sesto disco in studio, “R-Evolution”. Notizia di per sé succulenta e foriera di grandi aspettative, a cui si aggiunge l’avvicendamento dietro il microfono tra Freddy e Flavio Cosma, e soprattutto Vinnie Appice ospite di lusso dietro le pelli, sicuramente uno dei più quotati musicisti in ambito “oscuro”, dotato com’è di quello stile unico e roboante noto al grande pubblico sin da “Mob Rules” dei Black Sabbath (anno di grazia 1981). Vi dirò che avevo atteso questo disco con ardore, quasi alla stregua di come avevo fatto in epoche lontane per i vari album di Megadeth e Metallica. Attese il cui compimento a volte si era rivelato degno di tale sforzo, a volte aveva deluso completamente le aspettative riposte. Ecco perché alla fine ho concluso che non c’era nulla da attendere, perché i Martiria non hanno bisogno di conferme. Per fare un esempio, l’inizio sin troppo in medias res di “King Of Shadows” è in realtà la conferma di questa mia affermazione: in questo caso, non c’è intro che tenga, nessuno specchietto per le allodole, e il fatto di essere abituati a sentire brani del genere a metà tracklist non significa nulla, in realtà. I Martiria hanno scelto la propria opening track probabilmente secondo un principio di linearità basato anche sui testi, e tanto basta. A proposito dei testi, ciò che rende poderosa la formula di “R-Evolution” è di certo un marchio musicale indelebile, al quale però non si può non accostare una ricerca minuziosa dal punto di vista testuale, come sempre ad opera di Capelli, storico paroliere della band. È così che una processione di personaggi reali o fittizi riempie i solchi virtuali di queste tredici tracce, da Orfeo a Tennyson, dalle streghe di Salem ad Erich Zann, tutti riassunti nella straordinaria sintesi del poeta. Ma torniamo alla musica, e alle gemme di cui questo disco è disseminato: la marziale “Steam Power” ha qualcosa di quelle atmosfere care anche ai Rhapsody, ma non fraintendetemi: nessuna concessione al power metal è qui presente, e si tratta piuttosto del comune terreno di epicità che a volte porta filoni diversi ad incrociarsi. Lo stesso discorso vale per “The Viol and The Abyss”, mentre “Southern Seas” è la prima track realmente “evocativa” del lotto, in cui il sound di Menario e Maniscalco è pienamente riconoscibile. Questi sono i Martiria, in grado di concedersi alla pomposità di “Salem” e al contempo di far leva sulla liricità dell’attacco plumbeo di “The Road Of Tenochtitlan” (in pieno stile “On The Way Back”) per poi diluirne l’assalto in un break guidato dagli archi, di lanciarsi nella cavalcata speed di “Grim Reaper” e di assumere connotati anthemici sulla tambureggiante title track. Va inoltre detto come la performance del nuovo innesto Flavio Cosma appaia perfettamente all’altezza di quel Rick Anderson che aveva cantato sui primi quattro dischi dei Martiria e che ora è tornato alla casa madre dei maestri Warlord: non resterebbe dunque che attendersi un’intensa attività live di supporto a “R-Evolution”, per quanto la pur illustre ospitata di Appice dietro le pelli sia al contempo il segno di un intento più “orientato” alla dimensione in studio. Non resta che consolarci con il disco, che trova la sua quadratura del cerchio nella solenne “Tsushima”, il brano che chiude la tracklist in maniera maestosa e assolutamente conforme alle più rosee aspettative. Non c’è nulla da fare: sono sempre di parte quando si parla di questa band…
Voto: 9/10
Francesco Faniello

Contact
www.martiria.com
:: Martiria - Roma S.P.Q.R. - (My Graveyard Productions - 2012)
I Martiria sono uno di quei gruppi la cui esistenza mi è nota solo in virtù della mia attività da scribacchino. E meno male, aggiungerei, poiché se il combo romano è riuscito a pubblicare ben cinque album lo deve di certo alla propria costanza e passione ma anche ad una solida proposta musicale che non si limita a scimmiottare i trend del momento, ma si basa su innesti personali e (perché no) di “italianità” su un genere quantomeno di nicchia, l’epic/doom. Dopo quattro album pubblicati con Rick Anderson dei Warlord dietro il microfono, la band guidata dal chitarrista Andy Menario compie una scelta di line-up stabile, con l’ingresso di Freddy alla voce; la mossa, se da un lato ha garantito una maggiore attività live, dall’altra ha comportato la perdita di uno dei singers più magnetici in circolazione (per inciso, tornato alla casa madre: ne vedremo delle belle!). Senza giri di parole, quella di Anderson è un’eredità pesante che tuttavia Freddy gestisce con entusiasmo, lanciandosi in partiture vocali mai eccessive ma di sicuro spessore. Inutile qui chiedersi come sarebbe stato “Roma S.P.Q.R.” senza il cambio di singer, anche perché i Martiria compiono un’impercettibile quanto fondamentale virata che li allontana dalle plumbee partiture doom del precedente “On the way back”; in questo senso, il timbro del nuovo cantante si muove su coordinate differenti e dunque qualsiasi paragone risulta superfluo.
Il quinto album dei Martiria si presenta come opera celebrativa dell’epoca di Roma (i cui testi sono come di consueto opera di Marco Capelli), e le sue linee guida concettuali sono ben sottolineate da inserti narrativi come l’intro “Nihil aliud quam superstitione”. Subito dopo, il prosieguo è di quelli che fanno ben sperare: “Callistus Wake” non è esattamente la opener di impatto tipica del genere, ma colpisce nel segno soprattutto per via di una variazione centrale vagamente reminiscente delle atmosfere dei Candlemass di “Ancient Dreams” e “Chapter VI”. Una track articolata che va apprezzata dopo più ascolti, a testimonianza dell’ottimo lavoro di cesello di Menario e soci. Il disco mostra altre frecce al suo arco, come la solenne “Tale of two brothers”, il passo doom di “Byzantium”, simile ai Black Sabbath dell’era Martin, e l’inquietante Northern Edge. Ad onor del vero però devo dire che non mancano alcuni episodi riusciti solo a metà come “Hannibal” e “Spartacus”, la cui troppa carne al fuoco ha come primo effetto quello di far apparire il singer fuori luogo nelle tante variazioni proposte, ma soprattutto “Elissa”, un brano che si dipana stanco nonostante ritorni in esso l’inquietante voce femminile dell’intro. Finalmente, “Burn, baby burn” recupera molto del sapore doom del disco predecessore, sorretto com’è dalle spettrali tastiere della variazione. In sostanza, “Roma S.P.Q.R.” è un disco con vari episodi di punta, e ciò non è mai un male per una band; a livello personale, ho di certo preferito il precedente “On the way back” proprio per la capacità di disegnare paesaggi sonori dal sicuro effetto onirico mostrata dai Martiria in quell’occasione. Per il resto, mi sento di consigliare ai lettori di seguire e supportare questa incredibile realtà italiana, sottolineando ancora una volta come gli inevitabili riferimenti fatti a mostri sacri del passato nelle mie righe non pregiudicano affatto l’approccio personale dei Martiria alla composizione. Se poi la prossima volta che fanno un concerto dalle mie parti riuscissi a non ammalarmi (come è puntualmente successo a settembre), sarebbe il massimo…
Voto: 8/10
Francesco Faniello

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:: Martiria - The Eternal Soul + Live at Play It Loud - (My Graveyard Productions - 2013)
Lodevolissima operazione della My Graveyard Productions, che marchia a fuoco la ristampa del primo album dei Martiria, “The Eternal Soul”, uscito originariamente per la Hellion Records nel 2004. In attesa del ritorno discografico del combo romano (con un nuovo album che si preannuncia l’ennesima bomba e che sembra vedrà dietro le pelli Mr. Vinnie Appice di sabbathiana memoria) non c’è niente di meglio che rinfrescare la memoria con il primo seminale disco, qui in una pregevolissima edizione in digipack che include anche l’esibizione al Play It Loud di Bologna nel 2009, in occasione del tour di supporto al terzo album “Time of Truth”.
Il debut dei Martiria mostra sin dall’incipit l’essenza del loro sound: per quanto sia difficile descrivere le sensazioni legate all’ascolto dei dischi della band, ribadisco in questa sede che le loro composizioni appartengono alla dimensione onirica più che a questo o a quell’altro filone del metal, per quanto siano legate a doppia mandata alla tradizione del doom europeo e all’epic statunitense. Responsabile di una simile matrice è sicuramente il chitarrista e leader fondatore Andy Menario, autore di preziose partiture sia in ambito elettrico che acustico, coadiuvato in questa sede da quello che per anni è stato il tratto distintivo dei Martiria, la timbrica pacata di Rick Anderson, alias Damien King III, singer dei Warlord recentemente tornato alla corte di Bill Tsamis. L’impressione che si ricava dall’ascolto di “the Eternal Soul” è quella di una band sicuramente più “diretta” e legata alla tradizione di Warlord e Lordian Guard di quanto i lavori successivi possano far sospettare, con Menario autore di una serie di linee di chitarra che costituiscono la vera e propria spina dorsale delle tracks incluse, e con la voce di Anderson che assume una solennità quasi “religiosa”. Tra i valori aggiunti di un disco che ripercorre tematiche a metà tra romanità e spiritualità (come sottolineato anche dalla bellissima copertina) troviamo la fisarmonica di Monica Ficarra in “The Ancient Lord” e “Celtic Lands” (il cui feeling francese ma anche un po’ gitano è quasi teso a sottolineare in maniera inconsueta il carattere inclusivo dell’Impero…), uno strumento che si inserisce alla perfezione nell’incedere evocativo e solenne di “Celtic Lands”, creando un piacevole contrasto. Da citare anche le rocciose “The Most Part Of The Men” e “Arthur”, l’incipit degno dei Warlord e le vocals dal sapore orientale di “The Grey Outside”, la riscrittura di alcuni dei canoni dell’epic per mezzo di linee vocali inusuali di “Romans and Celts” e soprattutto l’epica coda di “Winter”, che beneficia dell’apporto del coro. E il live? Dico subito che dev’essersi trattato di una delle poche (se non l’unica) occasione in cui la band si è esibita dal vivo con Anderson alla voce, e ciò non fa altro che aggiungere valore al prodotto in questione. Prodotto senza orpelli o aggiunte in post-produzione, il dischetto registrato al Play It Loud III consta di sette tracce tra cui spiccano l’epicissima e maestosa “The Cross”, una scatenata versione di “The Most Part Of The Men”, nonché il feeling “liturgico” di “Prometeus” e la bellissima “Give Me A Hero”, entrambe tratte dall’allora ultimo disco della band. Direi che forse a fine tracklist la voce di Anderson mostra un po’ di stanchezza, ma il dato che emerge con evidenza è la grande umiltà di questo magnetico singer, giunto per l’occasione in Italia appositamente per dare un volto live ad un progetto nato “a distanza”. Torno in attesa del prossimo capitolo in casa Martiria, con la rinnovata speranza di intercettare la band dal vivo in prima persona quanto prima…
Voto: 8/10
Francesco Faniello

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