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Reviews - Mantra
:: Mantra - Hard Times - (Horus – 2004)
Secondo album per i Mantra, band che vede al proprio interno Gianluca Galli (Time Machine), Andrea Castelli, Senio Firmati e Jacopo Mille. Hard Times segue a due anni di distanza l’album d’esordio Roots. Le sonorità proposte dal gruppo si rifanno a quelle dei Led Zeppelin, anche se i Mantra riescono a rileggerne la lezione in chiave moderna ottenendo un risultato gradevole all’ascolto che richiama in qualche modo i Soundgarden. Certo, nella musica dei Mantra è possibile intravedere delle sfumature progressive che al gruppo di Cris Cornell mancano. Particolarmente in evidenza nell’album c’è l’ugola di Jacopo Mille che in alcuni passaggi mi ha ricordato quella di Glen Hughes e Robert Plant. L’album contiene una manciata di pezzi veramente non male come “Sandcake”, “Memory Song” (la mia preferita), “Still Looking Out” (dalle forti sonorità indiane) e “The Normal Thing”. Ad impreziosire le song sono intervenuti ospiti d’eccezione della scena hard & heavy italica, Morby, Tommy Massare e Alex Del Vecchio Un album buono ma che forse soffre di una eccessiva influenza Led Zeppelin (l’attacco di “King Of Dreamers” assomiglia a quello di “Immigrant Song”). Ma da quando ispirarsi ai più grandi è un male?
Voto: 6,5/10
g.f.cassatella

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:: Mantra - Hate Box - (Horus – 2006)
Notevole il passo avanti compiuto dai Mantra con questo terzo lavoro, Hate Box. Se nel precedente album, Hard Times, si sentiva la scomoda e invadente influenza dei Led Zeppelin, oggi possiamo ben dire che di Page e soci, nella musica del gruppo italiano, non c’è quasi più traccia. Pur conservando una matrice hard rock, il sound del gruppo non è riconducibile più a nessun gruppo in particolare. Il gusto modernista, presente nel lavoro precedente, non è andato perso così come quelle sfumature che ricordano il sound made in Seattle (Soundgarden, su tutti). Rovistando nella scatola dell’odio messa su dai Mantra, è possibile trovare piccole gemme come “Promised Land”, “Hard Times” e “She”. Non mancano neanche i ballatoni: “Somewhere, Sometimes” e “A Minor Bird”. Soprattutto quest’ultimo pezzo ha un fascino particolare, che ricorda Nick Cave e Crash Test Dummies nella parte iniziale, e che si trasforma pian piano in un lento AOR dalla garbata melodia. Ancora una volta voglio evidenziare come l’ugola di Jacope Mille sia una del migliori a livello continentale: calda, ruvida, dolce e versatile. Un ottimo album che dimostra come lavorando si possano limare i difetti (e le dipendenze) giungendo così a un sound maturo e convincente.
Voto: 7,5/10
g.f.cassatella

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