Raw & Wild - WebMagazine - News - Video - Vinci un CD al mese - Compilation gratuite - Interviste - Recensioni - Date concerti
Raw & Wild on Facebook Raw & Wild on YouTube

Home Recensioni Seciali Live reports Download Contatti

   
   A - B - C - D - E - F - G - H - I - J - K - L - M - N - O - P - Q - R - S - T - U - V - W - X - Y - Z - 0 - 1 - 2 - 3 - 4 - 6 - 7 - . - Í - Æ - '





Reviews - Manowar
:: Manowar - Battle Hymns - (Metal Blade - 2001)
“Death To False Metal”
Si, è sicuramente uno dei più efficaci slogan venuti fuori da questa band, per certi versi unica sotto il profilo della personalità, votata ad atteggiamenti (a volte arroganti) “alla Conan”, fiera paladina dell’universo metal.
Con propositi guerreschi, al limite del fantasy fumettistico, i Manowar, nel bene e nel male, sono riusciti comunque nell’impresa di poter firmare capitoli fondamentali nella storia dell’heavy metal.
La ristampa di cui ci occupiamo questa volta concerne lo storico debutto dei quattro newyorkesi (qui con Donnie Hamzik alla batteria, predecessore del baffuto Scott Columbus), uscito nel lontano 1982 e edito originariamente dalla Liberty.
La novità che viene subito riscontrata riguarda l’artwork tutto nuovo, con una copertina dai colori più sobri ed un booklet di ben 20 pagine con foto inedite, testi e commenti per ogni singolo brano.
Di bonus tracks neanche l’ombra, ma piuttosto il “nuovo” Battle Hymns può beneficiare oggi di un sound migliore su brani di indiscusso valore: da “Death Tone”, “Fast Taker” e “Shell Shock” (dalle reminiscenze vagamente NWOBHM), all’inno heavy metal per eccellenza “Metal Daze”, passando per le epiche “Dark Avenger” e la stessa title-track.
Un album misero nella tecnica ma superlativo per l’importanza, un CD da avere per il suo valore storico, al di là se si ha simpatia o meno degli atteggiamenti sfrenati di De Maio e soci.

R
:: Manowar - Battle Hymns MMXI - (Magic Circle Music - 2010)
“Il David di Donatello? Bello, però peccato che sia in bronzo. Vuoi mettere che piacere per gli occhi sarebbe se fosse di plexiglass o di qualunque altro materiale più moderno?”. Questo che potrebbe sembrare uno scambio di battute tra Bondi e Tremonti, non è altro che il sunto dell’operazione messa in piedi dai Manowar in questo ultimo scorcio del 2010: incidere nuovamente il proprio primo album con mezzi tecnologi odierni. E’ inutile negare che ci sia una nuova schiera di fan dei Manowar cresciuta con la produzione della band che va dal 2002 a oggi. Questo tipo di ascoltatore è abituato a un sound massiccio, pulito e, perché no, drogato dalla tecnologia. Una schiera di fan che non può apprezzare il fascino di un film in bianco e nero o di una foto stampata su carta. Figuriamoci quello di un album registrato nel 1982 con mezzi già esegui per gli standard dell’epoca. Che i Manowar siano dei volponi (nessun riferimento alle mutande in pelliccia che i guerrieri indossano di solito) lo si sapeva, non sarà quindi questa operazione a farci gridare allo scandalo. Dopo la cura, ci troviamo a un Battle Hymns in versione muscolare, un po’ come Vialli dopo un anno di Juve. Sia chiaro i contenuti musicali non si discutono, Battle Hymns contiene dei brani grandiosi che hanno fatto la storia del nostro genere. Unica sostanziale differenza, oltre a quelle strettamente legate alla produzione, è la presenza di Sir Christopher Lee nel ruolo che fu di Orson Welles, cioè di voce narrante nel brano “Dark Avenger”. Anche questa scelta è un colpo di genio: sostituire un grande del cinema con un personaggio di altrettanto valore, ma sicuramente più vicino all’attuale generazione di fruitori di metal (cresciuta a pane e Signore degli Anelli). Stroncatura su tutta la linea? No, ed è questo il bello. Nonostante tutto, quando ho messo l’album nel mio stereo, mi è piaciuto. Mi sono sentito come Emilio Fede quando incontra il Cavaliere dopo l’ennesimo lifting. L’amore per questi brani è tale che non riesco a parlarne male (anche perchè ci sono due bonus track - “Death Tone” e “Fast Taker” - risalenti al primo concerto della band tenuto nel lontano 1982, che sono una vera chicca per i collezionisti). Certo l’operazione non l’apprezzo, però… Per questo motivo a fine articolo trovate un “pilatesco” sv.
Voto: SV
g.f.cassatella

Contact
www.manowar.com
www.magiccirclefestival.com
:: Manowar - Gods of War - (Magic Circle Music /SPV - 2007)
Dopo l’ottimo “Warriors of the world”, album veloce, epico ed indubbiamente Manowar, ecco arrivare questo “Gods of War”. I nostri da guerrieri si sono autoelevati a dei della guerra, e perciò è logico aspettarsi da quest’album qualcosa di assolutamente perfetto...
Perfetto, sì... L’ultimo album dei Manowar, oltre ad esser esattamente uguale ai suoi predecessori, cosa che comunque non è una novità ma che fa amare la band in maniera sviscerata, è davvero privo di mordente e di carica. Mi spiace dar giù ad uno dei miei gruppi preferiti di sempre, ma è la sacrosanta verità. Vedete, il disco non è brutto ma è molto e dico molto moscio... Hanno riunciato alle furiose cavalcate in stile “Fight until we die” per dar spazio a inni epici e solenni... La cosa non dispiace se ci sono un paio di songs così, ma farci un album sano... Il problema poi è che suddetti inni si somigliano un po’ tutti e difficilmente lasciano il segno... Cosa ancor più antipatica è la decisione di inserire parti recitate di sola voce tra una song e l’altra, come fecero i Guardiani Ciechi in quel capolavoro intitolato “Nightfall in Middle-Earth”. Ma almeno i Guardian hanno pubblicato la bellezza di 22 brani in quel cd!!!
Il disco scorre lentamente e la presenza di ottime songs come la già conosciuta “King of Kings” o “Sons of Odin” non riescono a trascinare l’album fuori dall’alone della sufficienza... Ottima è la title track, che ci ricorda da vicino i tempi di “Into glory ride”,così come “Locki god of fire” (se si evita di ricordare che la parte di voce iniziale è praticamente uguale a quella di “Outlaw”), ma anche in questi buoni episodi si avverte il senso di moscezza di cui sopra. Sono d’accordo ad esaltare il lato epico della musica manowariana, ma non a rendere tutto troppo solenne e ripetitivo. Poi ci mette pure Scott Columbus, che in tutto il disco fa sì e no 3 passaggi ed il gioco e fatto.
Buona come sempre la prova di Karl Logan così come ottima è quella di Eric Adams, ma il tutto rimane imprigionato nella poca dinamicità delle canzoni. Troppa staticità è il problema imperante che affligge tutte le composizioni. Epico non vuol dire statico. Se ricordate, i Virgin Steele di “Invictus” erano “schifosamente” epici ma tutto si può dire a quell’album eccetto che fosse moscio o ripetitivo.
Mi duole ammetterlo, ma questo “Gods of War” rappresenta secondo me un mezzo passo falso per i Manowar, che stanno impegnandosi sempre più nell’aspetto esteriore, con moto, camion, dvd, t-shirt ed altro, dimenticando che prima di tutto sono una band musicale. La loro musica sta risentendo del passar degli anni o semplicemente si limitano a fare il loro compitino senza provare a dare qualcosa in piu? Se poi si pensa che ci vogliono 4-5 anni per ogni disco nuovo un po’ le palle girano...
:: Manowar - Gods of War Live - (Spv/Audioglobe - 2007)
Questo live è il “riassunto” di quanto successo nel corso del “Demons, Dragons & Warriors Tour 2007” e come al solito i Manowar non si smentiscono mai. Tutto deve essere all’insegna della gloria imperitura e della massima potenza evocatrice possibile. Pertanto, ci offrono un set di due dischetti ottici che ripercorre la oramai più che ventennale carriera del combo di New York. Qui c’è tutto il “mood” Manowar e anche qualcosa di più. Lo sapete, i Manowar non si accontentano della solita lezioncina mordi e fuggi, ma vanno oltre. Il live “Gods of War” è una imponente auto-celebrazione per un gruppo mai domo e mai soggiogato da complessi di inferiorità psicologica. Di conseguenza, il pubblico viene investito da un magma di metallo che è raro vedere dal punto di vista live. C’è il gioco di squadra. C’è il c.d. “coup de theatre”. C’è la celebrazione delle singole personalità del gruppo. C’è la sceneggiata. C’è il senso del sangue e della battaglia. Ci sono i Manowar, ecco… Ma quale sarà il futuro dei Manowar, visto che le loro ultime prove denotano pericolosi cedimenti della vena compositiva?

Emanuele Gentile
:: Manowar - Hail to England - (Music for Nations - 1984)
Hail to England è la terza fatica dei Manowar, quartetto americano dedito come già sapete alla forma più oltranzista di True Metal. Successore di capolavori come Battle Hymns e Into glory ride, Hail to England è un album magnifico, denso di pathos, ma allo stesso tempo devastante. Andiamo con ordine: la band capitanata da Joe DeMaio e Eric Adams, regala al mondo metal degli anthems assoluti, ricchi di epicità, potenza e passione. Il disco comincia con “Blood of my enemies”, travolgente midtempo caretterizzato da una prova vocale di Eric Adams assolutamente grandioso e da un chorus capace di far venire la pelle d’oca anche al millesimo ascolto. “Each dawn I die”, seconda traccia è una powersong molto diretta, incentrata sulla coesione chitarra-basso, che creano un muro sonoro compatto e maestoso, sul quale la voce di un immenso Adams detta legge, con vocalizzi e falsetti da brivido, fino ad arrivare al chorus rallentato e molto epico. Si va avanti con “Kill with power”, apoteosi dell’apoteosi della potenza manowariana di quel tempo: stacchi continui, acuti al vetriolo, DeMaio e The Boss in perfetta intesa, quest’ultimo a disegnare assoli grandiosi e ricchi d’armonia. Anche qui Adams, come in tutte le sette tracce, svolge un ruolo indispensabile: la sua voce è perfetta per ciò che i Manowar vogliono esprimere. La title-track è basata su un midtempo e si snoda attraverso vari cambi di tonalità, di un cantato davvero azzeccato, che sfocia in un chorus epico e corale che vi farà cantare fino a farvi venire il mal di gola. Si arriva così ad “Army of Immortals”; ed è qui che i Manowar dimostrano la loro totale passione per le melodie epiche ma potenti, coinvolgenti ma mai scontate. La track, unisce come già detto, epico al potente, senza mai risultare noiosa, e dove Adams si diverte ad estasiare l’ascoltatore con una prova veramente ricca di pathos, soprattutto durante il magnifico coro. Tralasciamo “Black arrows”, intermezzo che dichiara guerra al “False Metal” (e per lo più incentrata su assoli di chitarra), si arriva così a “Bridge of death”; la track, una delle più belle mai scritte da DeMaio e soci, è un anthem che vi coinvolgerà sin dal primo ascolto. La capacità compositiva dei Manowar si vede eccome, sin dal bellissimo arpeggio iniziale, che sfocia in una parte epica da far paura, dove tanto per cambiare, uno strepitoso Adams canta in maniera grandiosa, riuscendo a volte a dare l’impressione di recitare le parti vocali, tanto è il pathos che trasmette. Davvero una track immensa, a chiusura di un disco praticamente perfetto. Per concludere, posso affermare che Hail to England è uno dei migliori metal album della storia, che riesce ad unire epicità, potenza e passione senza mai deludere o calare di tono. Un album che presenta sette capolavori, sette inni da cantare in nome del True Metal. HAIL!

IN
:: Manowar - Hell On Earth V - (DVD - Magic Circle – 2009)
Pur essendosi auto-proclamati i Berlusconi del metal, i Manowar, a mio avviso, meritano il premio Bossi. Il “cel’hodurismo” degli americani ha ormai raggiunto livelli altissimi, e ogni Natale se non ne fanno due (di DVD) non sono contenti. In questo 2009, hanno raggiunto il proprio appagamento grazie al quinto volume della saga Hell On Heart (il primo in altissima definizione. C’è tanta di quella roba in questi due dischetti di silicio che potrà soddisfare le brame dei seguaci del gruppo. Partiamo dal primo DVD, quello dedicato alla musica. La scelta dei pezzi è ricaduta su quelli che in precedenza non sono andati a finire in altri DVD della band (ormai ho perso il conto). L’altissima qualità delle immagini (un po’ meno quella audio) è una certezza quando c’è in ballo la band di DeMaio, così come le suggestioni che le stesse suggeriscono (memorabile il concerto in Turchia all’interno di un castello con le luci della città sullo sfondo e i lampi a squarciare il cielo). Un “ma” l’ho trovato, e mi riferisco alla scelta di mandare in sequenza stralci da diverse apparizioni, alla fine ci si ritrova innanzi a una compilation live che lascia un senso di disomogeneità. Inutile dire come tra un brano e l’altro ci sia la solita solfa celebrativa e autocelbrativa (poi ci sono tanti tatuaggi, tanta birra, tante moto e tante tette). Il secondo dischetto raccoglie tanto di quel materiale che è impossibile elencarlo tutto. Mi soffermerei sull’anteprima dell’”Asgard Saga”, la prima avventura interattiva di carattere fantasy confezionata dai Manowar in compagnia Wolfgang Hohlbein, autore d’una certa fama in Germania. Troverete inoltre un documentario sulle fasi di preparazione dell’album Gods Of War e degli estratti dal recente From The Death To Infidels Tour 2009. Se siete dei fan dei Manowar non c’è bisogno che ve lo consigli, se siete dei detrattori della band… di pane per i vostri denti ne troverete. Il giudizio finale è più quantitativo che qualitativo.
Voto: 7/10
g.f.cassatella

Contact
www.manowar.com
www.magiccirclefestival.com
:: Manowar - Into Glory Ride - (Megaforce - 1984)
Per chi non lo sapesse già, i Manowar sono la più grande epic-power metal band mai esistita, e a modestissimo parere di chi scrive, rappresentano insieme ad altre poche bands ciò che di meglio oggi si possa trovare nel campo true defenders! Into Glory Ride, secondo album dei guerrieri americani, rispecchia pienamente quanto detto finora. Si tratta di un grandissimo album, capace di catturare l’ascoltatore grazie a canzoni veramente trascinanti, tanto che da molti viene considerato come il più grande disco che i Manowar abbiano mai realizzato. Si parte a razzo con “Warlord”, introdotta da una “soave” e lussuriosa voce di donna in chiaro stato d’eccitazione; la track è veloce ed aggressiva, anche se un pò scontata in qualche sua parte. “Secret of steel” è invece una sorta di heavy-ballad, con un refrain davvero sensazionale, molto epico e sognante. Si continua con “Gloves of metal”; riff iniziale ispiratissimo, midtempos ed un grandissimo Eric Adams, ci conducono attraverso una grandissima track, piena di pathos con bellissimi assoli suonati da Ross the Boss. Ed eccoci ai cancelli del Valhalla... “Gates of Valhalla”, spettacolare perla, coinvolgente, mai noiosa e ricca di emozioni differenti. Qui Adams si supera con una prova a dir poco sensazionale, Immensa. “Hatred” è una canzone che non mi ha mai convinto molto. Trattasi di una track molto aggressiva ma mai trascinante come le altre. Niente di particolare, eccezione fatta per gli acuti di Adams nella parte centrale. Tocca a “Revelation” far tornare a sognare l’ascoltatore; immensamente epica, la cavalcata di Revelation convince sotto tutti i punti di vista... è una track bellissima, non un calo di tono, niente da ridire, a dir poco esaltante, con Adams e the Boss a dir poco ispirati. L’ultima track è “March for revenge”. Anche questa stupenda composizione, aggressiva e oltremodo epica; è una suite di oltre 8 minuti, dove i nostri dimostrano di possedere grandissime qualità a livello di songwriting. Ma la carte vincente è ancora lui: Eric Adams, un maestro di bravura (secondo solo, a parer mio, al divino Dickinson), che lascia davvero senza fiato. Stellare. Finisce così uno dei dischi più belli che l’epic e il metal tutto abbia mai conosciuto. Un must per tutti gli appassionati del genere. Un must per tutti coloro che amano the true heavy metal.

IN
:: Manowar - Kings of Metal - (Atlantic Recording - 1988)
Un album compatto, dal suono deciso... e graffiante, con messaggi chiari sin dal titolo dell’album: Kings of Metal.
Seguo i Manowar da tanto tempo, ma credo che questo sia l’album meglio riuscito. Quello più significativo e con una comunicazione diretta e immediata. “The Warrior’s Prayer” era il grido di battaglia di tutti gli adolescenti metallari dell’epoca.
Un autentico grido di battaglia e voglia di affermare la propria personalità. I Manowar con questo disco sono tutt’ora i portatori di una filosofia di vita dal nome Heavy Metal.
Ma procediamo con ordine.
Il primo pezzo è “Wheels of fire”: ritmi veloci, semplici, con delle rullate di batteria che rendono più frizzante il brano.
Tagliente, e vario… con una melodia veloce, una batteria e un basso serrati… e una chitarra che vola alto con i propri assoli e sembra non temere le ire funeste della batteria e del basso.
La voce non è da meno. Aggressiva, tiene testa a tutto il resto e visto il volume del suono, la pulizia e la velocità, non è cosa da poco.
Un metronomo vivente il nostro Eric Adams, un cantato basato su acuti con modulazioni di voce sbalorditive.
“Kings of metal” è il pezzo che dà il titolo al disco. Una chitarra di base rock’n’roll, ma che si destreggia in assoli decisamente metal. La batteria pesta sulle pelli sino a farle gridare.
Apparentemente scarno e banale come pezzo… riesce però a dare carica e slancio.
Notevole l’introduzione, molto classicheggiante. Effetto “volo del calabrone”, perché i nostri vichinghi oltre a saper suonare sul serio la musica la conoscono.
“Heart of steel”: primo pezzo lento del disco, che vede coinvolgere delle ritmiche più pacate, una melodia più riflessiva, il piano… le campane e tutta una serie di suoni decisamente contemplativi.
Il tutto dona una certa teatralità sofferta. Lo si vede a mio avviso dalle entrate, delle chitarre e dall’uso della voce. Uno dei brani che preferisco, senz’altro. Anche la voce di Eric Adams credo che qui si esprima al meglio.
“Sting of the Bumblebee”: lungo assolo di basso e chitarra. Compatto, classicheggiante anch’esso come molti di casa Manowar. Velocissimo e veramente entusiasmante.
Fa effetto pure dal vivo… anzi… ancora di più, quindi se vi piace nel disco e non avete mai visto dal vivo i Manowar… correte subito ai ripari, e state molto attenti a queste chicche perché sono quelle che arricchiscono i loro spettacoli.
“The Crown and the Ring (Lament of the Kings)”: altro pezzo lento… quasi privo di musica, dove la voce ha la parte primaria di tutto. Con una teatralità veramente degna di nota.
I cori in stile gregoriano si addicono come spirito al titolo della canzone.
Signori e signore… ascoltate il lamento del re.
“Plesure slave”: la prima cosa che si nota è che non ci sono volteggi di chitarra, batterie assurde, controtempi o che.
Ma una batteria, un basso e una chitarra che si limitano a dei ritmi semplici (chitarra con un banalissimo arpeggio di sottofondo), per dare spazio alla voce, che in questo momento è importante.
Nella seconda parte del brano invece la chitarra parte in un assolo ricco di note acute e non, ma la cosa interessante è che riesce ad amalgamarle senza essere fastidiosa e di intralcio alla ritmica, al tempo stesso seguendo la voce.
“Kingdom come”: a metà tra i pezzi più veloci e quelli più lenti, è tra quelli più riusciti dell’album.
Una di quelle che ha più impatto: riff semplici, accattivanti e dei cori maestosi. Acuta agitazione.
“Hail and Kill”: inizio lento e teatrale con un arpeggio di chitarra particolare.
Il tutto estremamente compatto. Voce, chitarra basso e batteria sono praticamente una cosa sola. Poi… il cataclisma, la guerra inizia e anche quella delle note sul pentagramma.
Veloci riff di chitarra. Semplici. Brevi rullate, acuti da spavento… urla che sanno di odio…
E un coro finale naturalmente che ripete il ritornello che dà il titolo alla canzone: HAIL AND KILL.
Su “The Warrior’s Prayer” oltre a quello che ho scritto prima non c’è molto altro da dire.
Mi piace però, e molto, l’idea del bambino che deve andare a letto e il nonno che racconta le storie della sua vita.
Mi fa tornare un po’ bambino. Un po’ come quando i nostri nonni ci raccontavano le loro storie.
Coinvolgente anche se è solo un parlato.
“Blood of the Kings”: ecco, questo è decisamente il mio pezzo preferito, ritengo sia quello riuscito meglio tra quelli più veloci. Dove tutti riescono ad esprimersi al meglio.
Joey DeMaio, Eric Adams, Scott Columbus e Ross the Boss. Rispettivamente basso, voce, batteria e percussioni, chitarra e tastiere. Anche dal vivo questo è uno dei brani più coinvolgenti, ricchi e completi.
In sintesi, l’album a mio avviso riuscito meglio in assoluto ai Manowar. Tengo a dire che pur nella sua semplicità di ritmiche il gusto è notevole.
C’è sempre un chiaro richiamo alla musica classica che conoscono evidentemente molto bene.
Ogni pezzo è lì perché è giusto che ci stia, non per dimostrare che sono bravi a suonare.
La scaletta dei brani mi sembra azzeccata. Rende più piacevole l’ascolto.
E soprattutto… una intesa di gruppo ammirevole.
Da ascoltare assolutamente.

Andrea di Carpegna
:: Manowar - Magic Circle Festival Vol. 2 - (DVD – MCM\\Universal – 2008)
In preda a un “celhodurismo” degno del più arzillo Bossi in overdose di Viagra, i Manowar se ne infischiano della crisi economica imperante a livello mondiale e a modo loro incentivano i consumi (qualcuno molto in alto ringrazia). Il Magic Circe Festival è da un lato l’autocelebrazione del gruppo, e dall’altro la vetrina per i gruppi che vivacchiano nel rooster dell’omonima etichetta di proprietà indovinate di chi… degli stessi Manowar. Chiusa l’introduzione Semi-polemica, entriamo nel dettagli di questa opera monumentale, perché bisogna dire che quando si parla di Manowar e DVD, quantità va a braccetto di qualità. Il primo DVD riporta una selezione di brani proposti dinanzi a un folla in delirio; la location è quella di Bad Arolsen in Germania, ma il pubblico, a giudicare dalle bandiere che spuntano qua e là, arriva da mezzo mondo. I brani presenti sono tratti dai primi sei album del gruppo (inutile dire che è la produzione migliore degli statunitensi, soprattutto i primi tre album) e va a ripescare quelle canzoni raramente proposte dal vivo. A introdurre ogni gruppetto di canzoni ci sono immagini di repertorio relative al periodo in cui l’album, che contiene quei brani, è stato pubblicato. Qua e là qualche eccezione come “Warriors Of the World United” e il brano inedito “Die With Honour”, che hanno una provenienza differente. Le immagini sono al top, le telecamere impiegate sono tante e l’audio è ottimale (l’impressione è che ci sia stato più d’un ritocchino in studio…). A conclusione del primo dischetto c’è la sezione bonus contente il video di “Die With Honour” e “The Crown And The Ring”, sempre in versione live. Inutile dire che i brani sono da pelle d’oca, veri e propri inni immortali che non hanno eguali nel panorama (epic) metal. “Shell Shock”, “Death Tone”, “Fast Taker” e, soprattutto, “Hatred”, sono dei piccoli gioielli.
Il DVD numero due si apre con una selezione di brani eseguiti dagli altri gruppi presenti al festival, inutile dire che le band sono tutte del giro MCM. La qualità della proposta non è eccelsa e, se si esclude la prestazione dei Jack Starr\'s Burning Starr, resta ben poco da ricordare. E pensare che nella bill del festival erano inseriti mostri sacri del calibro di Whitesnake e Def Leppard… E poi parte la sterminata sezione dedicata ai bonus contente di tutto e di più che viviseziona ogni momento del festival (grandiosa l’idea d dare la birra gratis…).
Che dire, nonostante gli eccessi che li contraddistinguono, i Manowar sono un “male” necessario per il metal. Senza di loro la musica che amiamo non sarebbe la stessa cosa. Viva gli eccessi, viva i Manowar!
Voto: 7,5/10
g.f.cassatella

Contact
www.manowar.com
www.magiccirclefestival.com
www.spv.de
:: Manowar - The Lord of Steel - (Magic Circle Music - 2012)
Arduo è il compito del giornalista e/o del critico di turno, specialmente quando si parla di una di quelle band che quando modificano il proprio sound vengono condannate, e se al contrario restano “ferme” ai soliti cliché… idem!
E proprio i Manowar fanno parte di questa categoria. Inconsapevolmente, proprio qualche giorno fa ascoltavo (e godevo di) “Battle Hymns”; ascoltando (invece) “The Lord of Steel”… beh, la differenza si sente. L’album inizia con l’omonima title-track, non male, anche le tracks successive non sono male… certo (ripeto) le differenze tra il passato e il presente ci sono. Se poi se vogliamo considerare che questa è una ri-edizione di quel “The Lord of Steel (Hammer Edition)” uscito a giugno, e che l’operazione ha di certo previsto una serie di ritocchi e miglioramenti a “tavolino” oltre all’aggiunta di bonus e al packaging rinnovato, si può comunque schiettamente dire che l’album è abbastanza grezzo e diretto, molto “heavy metal” nell’accezione più pura del termine.
In “Righteous Glory” è la melodia a prevalere, per poi disegnare un crescendo guidato dalle chitarrone heavy; un brano che forse non diventerà un classico, ma si fa ascoltare. Ecco “Black List” (Lista Nera?), dove è il basso a “comandare”, forse il brano (passatemi il termine) più “moderno” presente nell’album; passiamo a “Expendable”, il brano ispirato ai film di (ehm) Stallone: immaginatevi Rocky che si allena con questo brano in sottofondo (stenderebbe tutti)… Eccoci al famigerato “El Gringo” (brano scritto per l’omonimo film): il brano è ormai arcinoto, con la sua travolgente cavalcata iniziale che però sfocia nell’anonimato nel corso della track. Peccato! “Hail, Kill and Die”… c’è miglior titolo per chiudere un album? Chiedetelo a Joey DeMaio e soci, la loro risposta sarà sicuramente affermativa; peccato che il brano non sia un granché! In questa edizione dell’album c’è anche “The Kingdom of Steel”, la vera novità di “The Lord of Steel”, ed è una ballad neanche male, con il faticoso compito di chiudere questa versione dell’album. E allora, promosso o bocciato? Certo, se dovessi paragonarlo al glorioso passato della band sarei anche ingenuo… penso comunque che “The Lord of Steel” non sarà mai un capolavoro rispetto alla discografia dei Manowar, ma che comunque valga la pena di ascoltarlo. Inoltre, con due “kill” in meno e tre “metal” in più, potrebbe addirittura piacere a chi si era negli ultimi anni allontanato dal carrozzone sempre più mediatico della band, forte com’è di un già citato approccio più diretto al sound e alla composizione, lontano richiamo all’efficace semplicità dei primi dischi.
Voto: 6,5/10
Giovanni Clemente

Contact:
www.manowar.com
:: Manowar - The Lord Of Steel (Hammer Edition) - (Magic Circle Music - 2012)
Il gigantismo è il male che attanaglia i Manowar da almeno tre lustri. I problemi di ego non sono mai mancati in casa Di Maio, ma dal giro di boa del millennio sono cresciuti a dismisura. Chi come me ricorda in che stato la band galleggiava nei 90, quasi sgrana gli occhi incredulo innanzi a quello che è il teatrino messo su dagli americani. Se il decennio del grunge è stato poco proficuo dal punto di vista della fama, da quello artistico non è andato male. The Triumph Of Steel, l’ultimo grande album, e Louder Than Hell sinora, per il sottoscritto, rappresentavano il canto de cigno. Sinora, appunto. Perché devo ammetterlo, nonostante fossi scettico e prevenuto, ho dovuto chinare il capo innanzi all’ultima fatica dei body builder del metallo. Sin dalle prime note dell’iniziale “The Lord Of Steel” si capisce che fanno sul serio. Messe da parti le velleità commercialpower dei dischi precedenti, i Signori Dell’Acciaio (non più Re del Metallo, anche loro declassati da Moody’s?) vanno giù pesante con un attacco speed, che è in assoluto il migliore biglietto da visita. Se “Manowarriors” è uno dei titoli più brutti di sempre (attendo una “Nanowarriors”), lo stesso non può dirsi dei contenuti musicali. I classici sussurri arrivano con la terza “Born In A Grave”, la solita casella di pertinenza della ballad è occupata da “Righteous Glory”. E il pezzo ruffiano? C’è e risponde al nome di “Touch The Sky”. Il lavoro riprende il piglio epico con “Black List”. Potrei continuare l’elencazione dei singoli pezzi, ma quello che mi preme sottolineare è la ruvidezza di questa nuova opera, la definirei maschia. Di un colpo TLOS ha spazzato via tutto ciò che è stato fatto dal 2000 in poi e si va a piazzare subito alle spalle dei primi tre grandi capolavori e di Triumph of Steel (a sua volta un passo indietro rispetto alla triade iniziale). Non so quando abbiate iniziato ad ascoltare i Manowar, ma se siete dei nostalgici come me, non vi pentirete di averne comprato una copia (una delle tante edizioni in commercio). Hail!
Voto: 7,5/10
g.f.cassatella

Contact
www.manowar.com
www.nuclearblast.de
:: Manowar - Warriors of the world - (SPV - 2002)
Risale a ben sei anni fa il loro ultimo studio album, ed in questi sei anni, non si può certo dire che i Manowar siano stati in vacanza, anzi; le pubblicazioni di un paio di live albums, un paio di DVD, un’antologia, oltre a varie partecipazioni ad importanti festivals estivi, lasciavano intravedere un band in piena salute, ma che a questo punto doveva, per forza di cose, superare felicemente la prova del nove con il pluriannunciato Warriors Of The World.
Al di là del titolo e dell’artwork, che lasciano ben poco spazio alle novità, il nuovo disco non è poi così superlativo, smorzando di conseguenza le entusiastiche aspettative, ed infatti ci vuole circa mezz’ora di ascolto forzato affinchè si arrivi al climax ideale.
Worriors Of The World può essere diviso in due distinte parti: la prima, molto epica e poco metal, apre con “Call To Arms”, dal convincente incedere metallico, ma non troppo potente. La successiva “Fight For Freedom”, invece, è un pezzo melodico dai toni quasi soft (epicità da cartoon?), che precede la tanto discussa rivisitazione del “Nessun Dorma”, a dire il vero abbastanza fedele all’originale. Il risultato è apprezzabile con un Eric Adams che, a mio avviso, poteva dare un qualcosa in più sull’acuto finale, ma comunque va bene così, se si pensa alla clamorosa steccata di Ian Gillian al Pavarotti & Friends…
“Swords In The Wind” (introdotta da “Valhalla”), è una cavalcata epica maestosa, sulla falsa riga di “Heart Of Steel” e si candida tra i migliori episodi dell’album. Stessa sorte non la può avere “An American Trilogy” (medley di tre canzoni tradizionali americane), un esperimento di dubbio gusto e su cui sarebbe meglio sorvolare. “The March” è uno strumentale dal sapore operistico che chiude una prima parte del disco deludente e a tratti noiosa.
La seconda parte è forse quella che più mi ha convinto, con brani dall’attitudine più heavy metal, nonché più vivaci. La title-track insieme alla conclusiva “Fight Until We Die”, possono passare benissimo come nuovi inni per il popolo metal, mentre le restanti “Hand Of Doom” e soprattutto l’aggressiva “House Of Death” spazzano via gli spettri di un cocente fallimento.
I Manowar sono da prendere o lasciare e come dice un tale: “Forse abbiamo tutti bisogno di tali personaggi, un po’ per sognare, un po’ per sdrammatizzare sui problemi di questo fottuto pianeta”.
Ahh, come sarebbe il mondo senza i Manowar...

R
<<< indietro


   
Banana Mayor
"Primary Colors Part I: The Red"
Deflore
"Epicentre"
Where The Sun Comes Down
"Welcome"
Lo Fat Orchestra
"Neon Lights"
Eyelids
"Endless Oblivion"
Disequazione
"Progressiva Desolazione Urbana"
Labyrinth
"Architecture Of A God"
Uneven Structure
"La Partition"

Archivio resensioni >>>




Raw & Wild TV   

This text will be replaced

Archivio video>>>



Interviste
Speciali
Live reports




Raw & Wild on Facebook Raw & Wild on YouTube


RAW & WILD 2000 / 2016 - P. IVA 03312160710
Ogni riproduzione anche parziale è vietata - Info

Powered by RWdesignstudio.net

admin   
Home | Recensioni | Interviste | Speciali | Download | Live reports | Contatti

La tua pubblicità su R&W
Collabora con Raw & Wild