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Reviews - Machine Head
:: Machine Head - Bloodstone & Diamonds - (Nuclear Blast - 2014)
Ho una relazione d’amore matura con i Machine Head, quella che qualcuno definirebbe moderna. Più per merito mio, che per volontà loro: ho perdonato agli americani più d’una scappatella. Ad oggi ne conto almeno tre, tant’è che ho tirato fuori una teoria tutta mia, secondo la quale Flynn e compagni alternano due album buoni a due mediocri. Così è stato dopo l’accoppiata Burn My Eyes/The More Things Change, seguiti dagli scialbi The Burning Red e Supercharger. Poi il sereno è tornato con Through the Ashes of Empires e The Blackening, ma con Unto the Locust ho rivissuto momenti pessimi. Capite bene che mi sono approcciato a questo nuovo Bloodstone & Diamonds pensando che probabilmente sarebbe stato più una pietra tombale che un mucchietto di diamanti. Però l’ho detto l’amore è cieco e, alcune volte, anche sordo, ed eccomi qui a dare un nuovo ascolto ai MH. B&D inizia con un’intro da bravi ragazzi, di quelle con gli archi (già presenti nel recente passato), per poi esplodere in una lunga composizione, “Now We Die”, che conferma la tendenza dei nostri a buttar giù canzoni complesse che va avanti dai tempi di The Blackening. Il brano non è male, anzi mi piace, gli archi non si limitano alla parte iniziale, ma ce li portiamo dietro per tutta la durata. Però me gusta, riesco anche a sopportare i coretti ariosi che di solito non mi fanno impazzire. In “Killers & Kings” è impossibile non provare un fremito di piacere quando senti la caratteristica chitarra gratta-gratta che ha fatto la fortuna del gruppo a metà anni novanta. “Ghosts Will Haunt My Bones” è così svedese che ti vien voglia di sventolare la tessera Famiglia IKEA. Non la mia preferita, ma capisco perché questa canzone sia sta usata per tirar fuori un video. In “Night of Long Knives” appare il Flynn lagnoso, quello che non mi diletta, ma in ossequio al titolo, me ne sto zitto e non faccio opposizione (non si sa mai). “Sail Into the Black” cresce piano e riporta i ritmi a livelli più alti, strizzando l’occhio al vecchio e al nuovo thrash. A metà del disco è chiaro come questo lavoro non sia né un More Things e né un, menomale, The Burning Red. È un lavoro dignitoso, di una band che dimostra che si può invecchiare bene, nonostante Robb non riesca a far meno di lagnarsi e abbia maturato una predisposizione per le sonorità melodrammatiche. Non siamo tra quelli che gridano allo scandalo se la propria band preferita inserisce una ballata nel suo ultimo album, alla fine dei conti siamo sopravvissuti a ben tre “The Unforgiven”, però gli Heads danno il meglio di sé quando picchiano, perché sanno farlo con mestiere: tanto dolore e pochi lividi. E del mio teorema cosa resta alla fine dell’ascolto? Poco, potrei tirar fuori la scusa dell’eccezione che conferma la regola, ma in realtà, come ben sa Hari Seldon, da un momento all’altro può arrivare un Mulo che ti manda l’equazione a carte quarantotto. Beh, B&D è un Mulo, e anche bello grosso.
Voto: 7,5/10
g.f.cassatella

Contact
www.facebook.com/MachineHead
:: Machine Head - The Blackening - (Roadrunner - 2007)
Robert Flynn, da qualche anno a questa parte, deve soffrire di una fastidiosissima infezione alla palle. Non lo si sentiva così incazzato dalla prima metà degli anni novanta. L’avevamo lasciato a sbraitare tra le polveri dell’impero, e ora lo ritroviamo con quello che è probabilmente il miglior disco thrash uscito da dieci anni a questa parte. Si perché mr Flynn è tornato alle proprie radici, i Vio-lence. Ci sono più assoli in questo disco che in uno dei Manilla Road. E questo non è un male poiché la vostra testolina farà su e giù di continuo (se soffrite di problemi alla cervicale questo disco non fa per voi).
Gli elementi tradizionali dai Machine Head ci sono tutti: la voce di i Flynn è rude e catarrosa, come sempre, i riffoni sabbathiani non mancano, le aperture melodiche neanche (se proprio dobbiamo individuare un difetto, possiamo indicare le cleaning vocals, che riportano ai tempi dei bistrattati The Burning Red e Supercharger, e che strizzano l’occhio al metal core).
The Blackening si apre con i 10 minuti e passa di Clenching The Fists Of Dissent, questa canzone è l’emblema di quelle che seguiranno con i suoi cambi di tempo, alte velocità ed assoli. Il disco rimane ad alti livelli anche nelle successive, Aestetics of Hate (l’ennesimo tributo allo scomparso Dimebag Darrell), in Slanderous e Halo fanno capolino i Priest, A Farewell to Arms, con i suoi 10 minuti, è minestrone di influenze Heavy, ben dosate e dal risultato ottimo. Chiude il disco la cover di Battery, che non aggiunge e non toglie nulla al lavoro. L’artwork (stampe di epoca medioevale) e quanto di più o scuro e classicamente “metallico” i M.H. abbiano usato in un proprio disco, ed è ben fatto.
In conclusione viva le infezioni alle palle (degli altri, ovviamente)

Voto: 8,5

Track list:
01. Clenching The Fists Of Dissent
02. Beautiful Mourning
03. Aesthetics Of Hate
04. Now I Lay Thee Down
05. Slanderous
06. Halo
07. Wolves
08. A Farewell To Arms

Produced by Robb Flynn
Mixed by Colin Richardson
Released on March 27, 2007

G.F. Cassatella
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