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Reviews - Lucynine
:: Lucynine - Amor Venenat - (Inverse Records - 2020)
“Mi sono innamorato di te… perché non avevo niente da fare, il giorno volevo qualcuno da incontrare, la notte volevo qualcosa da sognare… Mi sono innamorato di te perché non potevo più stare solo”.
Dal mitico Tenco all’Amore Avvelenato dei Lucynine il passo è breve. Ovviamente non musicalmente parlando (qui sfiorano il capolavoro degli Arcturus con La Masquerade Infernale) ma l’attitudine poetica, disperata, rabbiosa che accomuna questa one-man-band e il cantautore genovese. I Lucynine sono la creatura più importante per quanto riguarda il polistrumentista, cantante e produttore Sergio Bertani de Lama. Dopo sette anni di silenzio partorisce un autentico capolavoro chiamato “Amor Venenat” ove le sfumature musicali spaziano dal suono crush di stampo svedese, al death più distruttivo, al doom alla Peter Steele con spruzzi di dark wave anni 80, in una commistione che provoca brividi, rabbia, disperazione e amore. L’approccio teatrale è un’arma in più in questo magnifico disco, l’intervento parlato di alcuni importanti doppiatori italiani rappresenta la classica ciliegina sulla torta. Qualità esecutiva, purezza e precisione di produzione, trama articolata eppur così semplice in una sorta di concept dell’amore, quello avvelenato, quello spirituale, quello sensuale dove la carne si fonde con la musica.
Nella prima traccia “Family” si assiste ad una deflagrazione black metal di ottima fattura grazie ad uno screaming malato/disperato introdotto dalla teatralità di Grazia Migneco, storica attrice e doppiatrice italiana. La seconda “Nine Eleven” rappresenta l’elettronica dei Nine Inch Nails, in un misto di voci pulite e riff pesanti dal sapore grunge, rendendo la canzone lucida e dal tocco quasi perfetto. In “Vetyver 717” troviamo la voce dell’attrice Gianna Coletti che eleva la integrazione tra doom e teatro, facendo capire che gli stili (purché leali e professionali) diversi tra loro possono diventare il “punto G” del piacere sonoro. Si pensa così ad un album ossessivo eccessivamente tetro, invece il buon Sergio Bertani ci piazza “Charlie’s Got Blue Eyes” omaggiando il punk rock tra Baustelle, surfing rock, freschezza pop e rimandi cinematografici.
“Things I’ll Never Know” sorprende per il mix tra voce effettata e screaming puro in una prova di mesmerismo ipnotizzante. Arrivando alla successiva “Apostasia” si ha la percezione di essere ad un concerto dei Tangerine Dream per cui l’elettronica, la voce sussurrata e la decadenza la fanno da padrona con quel tocco di genialità teatrale che contraddistingue la magnificenza di questa produzione. Eccola “White Roses”, ennesima perla di questo album in vetta alle pulsioni musicali che tutti dovremmo avere. Dario Penne (doppiatore del mitico Hannibal Lecter tanti altri) è il protagonista della track chiamata appunto “Anthony Hopkins”. Un brano che si dipana in una progressione grunge tanto grumosa quanto pulita in un finale da brividi estremi con la citazione dal marchese De Sade dalle 120 giornate di Sodoma: “Siamo sazi della normalità”.
Poteva mancare una traccia dal profumo metalcore? No di certo, ed ecco “Roma Blue” urlata e dura come un macigno. Ancora Gianna Coletti si erge a declamatrice iniziale di questo brano tanto gustoso quanto potente mischiando le carte e decretando un All-in al banco, grazie suoi growl e screaming eccezionali quanto ancora una volta disperati esprimendo tutto l’odio, tutto il malessere estremo per il mondo/amore/umanità. La cover di un brano dei Type O Negative, “Everyone I Love Is Dead”, ha nella versatilità vocale di Sergio Bertani il suo apice. Il brano è eccitante è sensuale è liquido seminale che fuoriesce dall’assolo caldo in un finale orgiastico. “Heartectomy” è un misto perfetto tra black/death e clean vocals. Un proto prog black metal dove la percezione di disfacimento culturale dell’umanita è palese. Il giro riff finale della canzone è da orgasmo sonoro. “Io non credo più nell’uomo” è la giusta terminazione nervosa di un lavoro assoluto, apice di una percezione sonora di grandissima levatura. Come diceva il favoloso Messala in Ben Hur, “Finita la corsa? Non è finita la corsa”: i Lucynine ci regalano un ultimo brano “200335310818”. La ballerina e attrice Claudia Lawrence da voce a questa suite che si divincola tra industrial e new age, tra elettronica e ritmi drone, come se Roger Water avesse deciso di fare un progetto/jam con i Tangerine Dream, come se la luna chiamasse il sole, come se il mondo fosse un’unica entità asmatica. Vi lascio con le parole del buon Sergio Bertrani che forse esprimono meglio il concetto di questo capolavoro: “È un disco composto di molti strati, ricco di dettagli e sfumature ed è frutto di un percorso personale e artistico piuttosto importante che mi ha impegnato per anni. Credo di aver messo tantissimo di me dentro questi brani, mi sono messo a nudo ed è questa la mia soddisfazione maggiore: il risultato è vero, sincero, reale, crudo”.
Voto: 9,5/10
Daniele Mugnai

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