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Reviews - Living Dead Lights
:: Living Dead Lights - Black Letters - (GB Sound Records - 2014)
Ve l’ho detto altre volte, l’immagine è tutto. O niente, a seconda dei punti di vista. Resta il fatto che dinanzi a fenomeni come i Living Dead Lights, vien da chiedersi se tutto ciò avvenga per caso. Scartabello la confezione di “Black Letters” e scatta subito la caccia all’enigma, e alla soluzione dello stesso: in primis, l’incontro tra quattro musicisti provenienti da quattro angoli diversi (anche se non troppo distanti tra loro, in effetti: Giappone, Regno Unito, Texas e California), e poi il packaging, con i simboli delle grandi occasioni, a partire da un carattere simil-Haettenschweiler che segna il confine labile tra un certo modo di intendere il puro rock’n’roll e le sue inevitabili derive glam/sleazy. Se poi aggiungete che su alcune fonti biografiche il monicker della band è scritto con la classica metal umlaut, la frittata è fatta, e il sentore che i Living Dead Lights siano un evento studiato a tavolino si fa sempre più pressante. Bene, a quest’ultimo dilemma non c’è soluzione, almeno per il momento, e chissà se ci sarà mai, perché se è vero che la stessa accusa fu mossa all’epoca ai Guns N’ Roses è pur vero che milioni di fans restano con il (legittimo) dubbio di aver assistito ad uno dei fenomeni più importanti del rock mondiale. E tuttavia, forse è questo l’errore, mio come di molti altri: il voler leggere gli eventi del 2014 con le stesse griglie interpretative che si mostravano valide, per dire, nel 1991. Di sicuro c’è che i Living Dead Lights sono al loro primo full length (dopo un ep del 2010, “Dead Edition”) e che si definiscono una band “multiculturale” prima ancora che multietnica, benché gli intenti dei quattro siano alquanto coerenti ed unitari; definizioni o no, vi sembrerà strano che ve lo dica io, ma questa non è la solita fuffa. L’opener “I’ll be your Frankenstein” beneficia di un inizio degno dei migliori Pantera, per poi sfociare nel classico ritornello scanzonato sparato ad altissima velocità… e chi ha detto che un refrain catchy debba essere per forza anche originale? Sarà che queste cose, quando le ascoltavamo su MTV 20 anni fa, facevano sorridere, mentre ora ci si aggrappa ad esse come unica ancora di salvezza verso il Nulla. Ma non è tutto: se ascoltate il primo singolo “This is our evolution”, ruffiano e collegiale come pochi, non potrete fare a meno di apprezzarne le armonizzazioni, mai banali da far gridare al commerciale, e mai troppo cervellotiche da guardare con simpatia e un po’ di commiserazione all’ennesimo lead guitarist nerd e asservito al djent finito un po’ per caso nella band dei fighetti del college. E sono sicuro che perdonerete l’incursione in territori System of A Down di “Everybody” (che poi, diciamocelo, non sono mai stati territori “sacri”), nonché il bell’assolo vagamente reminiscente della scena del Sunset Boulevard di 20 anni fa di “Vacant”, che viene proprio dopo una serie di stacchi in puro stile Seattle, in un’ideale riconciliazione tra glam e grunge. La band si muove con maestria sui territori più “alternative” (altra maledetta categoria del passato…) con la blueseggiante “I’m dead to myself” (con più di un riferimento a The Hellacopters e compagnia scandinava) che fa il paio con “Falling down” e con il suo gusto alla Queens Of The Stone Age (e con soluzioni un pelino più “liriche” rispetto a quelle di Homme e soci…), mentre il trittico si conclude con la dolce, acida e fumosa “Ghosts & Saints” in chiusura (tornano alla memoria i Nirvana? Anche a me). Se “Amerikan eyes”, con il suo titolo evocativo di scenari futuribili, richiama i The Darkness opportunamente disciolti in salsa americana grazie anche allo stile impeccabile del già citato Alan Dämien, se dovessi ragionare per preconcetti direi anche che “It’s drowning in my eyes” è proprio quel tipico pezzo su cui ti aspetteresti, per dire, un video con collegiali e nerd tutti insieme appassionatamente – ma perché non ho fatto l’università in America, dico io… Siete in pensiero per la colonna sonora dell’estate? Problema risolto… sì, perché i Living Dead Lights non sono melodici, sono sfacciatamente melodici, e ogni pezzo è una potenziale hit, l’avrete capito, anche grazie alla timbrica vocale di Taka Tamada, in grado di farsi abrasiva e al contempo di non perdere mai il gancio con la gloriosa tradizione della sua terra di adozione; anche meglio dei modelli rappresentati da Avanged Sevenfold e da molta della scena neomelodica col distorsore, ma non chiedetemi di più, potrei risultare terribilmente impreparato. Che poi “Black Letters” vada anche oltre l’estate, non sta a me definirlo. Non per un disco di questo genere, mi chiedereste troppo. Ma, da qualche parte nei recessi delle mie capacità intuitive, ho la netta impressione che neanche i Living Dead Lights avessero intenzione e pretesa di chiamare questo il loro “capolavoro”, consci della labilità del confine tra “next big thing” ed “ennesimo fuoco di paglia”. A proposito, anche questa è una frase trita e ritrita, testimonianza di quanto siamo tutti in messianica attesa di qualcosa che difficilmente troveremo nelle forme in cui la immaginiamo. Per ora, mi godo “Black Letters”… e voi?
Voto: 8/10
Francesco Faniello

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www.livingdeadlights.com
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