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Reviews - Kreator
:: Kreator - End of the world - (Autoprodotto - 1984)
Parliamo in questa sede degli esordi di un’altra grande band del thrash teutonico 100%:
i Kreator. Siamo nel 1984 e la band stà muovendo i primi passi dalla valle della Rhur sotto il moniker Tormentor e i primi demo denotano un sound rozzissimo ispirato al thrash e al death U.S.A ma con un tocco particolarmente personale. “Tormentor” è un demo di una violenza inaudita, che per il sound profuso nelle quattro tracks, ci riporta ad un\'altra band germanica: i Sodom di “In the sign of evil”. La track list prevede i seguenti brani: “Intro”, “Armies of Hell”, “Tormentor”, “Cry War” e “Bone breaker”, tutti suonati con foga e violenza, un tipo di sound questo, che ritroveremo in “Endless pain” dell’anno successivo, che, tra l’altro includerà anche questo demo e “Pleasure to kill”. Poi i Kreator si dirigeranno verso forme più levigate di stridore e potenza e la presenza di questi demo permettono di capire al meglio l’evoluzione di uno stile nel corso degli anni.
Un demo da avere.

Murnau
:: Kreator - Enemy of god - (SPV - Audioglobe - 2006)
Mi ha decisamente colpito questo nuovo lavoro dei grandissimi Kreator , decisamente migliore di “Violent Revolution”, che sinceramente giudico come un tentativo di ritornare ai tempi di
“ Pleasure to kill” poco riuscito , sia per i suoni , che per la voce di Mille ( chi era presente al concerto di Ravenna di 3 anni fa’ si sarà reso conto che non riesce più a reggere canzoni tipo “Flag of Hate”o “Pleasure”) .
Lo definerei una summa di tutti gli album dei Kreator :
dico questo perché fin dal primo pezzo “ Enemy of god” si è lanciati indietro ai tempi di “Terribile certainty” , riff veloci e prettamente tedeschi!! Su questa linea si svolge anche “Suicide terrorist”.
Emerge invece lo stile di “Coma of souls” in pezzi quali “ Dystofia “ , “When death comes…”.
Vengono ripresi album meno conosciuti quali “Outcast” e “Couse for conflict” ed “Endorama”, proprio in quegli stacchi lenti e con voce pulita di “Impossibile Brutality”, “World Anarchy”,”Voices of the dead”, “Dying race apocalypse”e “The ancient plague” (da ricordare il fatto che i Kreator sono stati uno dei pochi gruppi thrash tedeschi che mai si sciolsero e che ,col passare del tempo, hanno prodotto album che ben si discostavano dagli esordi quali “Endless pain “ o “Pleasure to kill”).
Buon lavoro davvero che ha riscosso un gran successo , arrivando 9 nella classifica tedesca!
Per coloro che apprezzano i Kreator in tutti i loro lavori è imperdibile, ma che gli affezionati alla old school tedesca non si aspettino suoni e impatto pari a “Pleasure to kill”.

Voto: 7/10

Glen
:: Kreator - Gods Of Violence - (Nuclear Blast - 2017)
Sì, lo so, cari lettori... il nuovo disco dei Kreator è uscito da ormai varie settimane e ne avete sentito parlare in lungo e in largo – oltre ad ascoltarlo voi stessi. Però, però... la tentazione di mettere i miei due centesimi nella faccenda (come si dice oggi) è tanta e io me la devo togliere. Ricapitoliamo: di tempo ne è passato dal precedente “Phantom Antichrist”, verso il quale ero stato alquanto ingeneroso, ma con cognizione di causa. Si trattava in effetti del tipico album ben trascinato dalla title-track collocata in apertura (un vero e proprio classico sin dal primo ascolto), ma che risentiva della ben nota normalizzazione in casa Kreator, con conseguente appiattimento su posizioni rincorrenti il Gothenburg sound e amenità simili. E “Gods Of Violence”? La storia è più o meno la stessa, e senza la mia passione per la scrittura in sé per sé la recensione potrebbe finire anche qui, con alcuni importanti distinguo rispetto al disco del 2012: questa volta i pezzi trainanti dell’album sono almeno due (se non tre) e sono snocciolati uno dopo l’altro, tanto per non sbagliare. Una differenza non da poco, che se non modifica il mio giudizio finale almeno rappresenta la conferma di come Petrozza e soci sappiano essere songwriters eccezionali, quando ci si mettono. Qualche volta portano solo a casa la sufficienza, ma se danno il meglio di sé sono ancora in grado di mostrare il loro valore. Per il resto, il disco è come possiamo immaginarcelo anche stando comodamente seduti in silenzio: la solita intro apocalittica (“Apocalypticon”, quasi a lanciare un ponte ideale tra Mel Gibson e Thomas Gabriel Fischer), il solito pezzo di impatto in apertura (“World War Now”) con aperture al postmoderno e strizzatine d’occhio che più non si può alle sonorità celtico/nordiche tanto in voga oggi. Dicevamo dei pezzi che fanno da traino? Iniziamo dal singolo “Satan Is Real”, davvero ben confezionato, roba che però se Mille Petrozza avesse imparato troppo presto a scrivere canzoni così il suo mito non esisterebbe neppure, soffocato dai più scafati speed/thrashers a stelle e strisce. E invece, i motivi per cui conosciamo universalmente lui, il suo fido compare Ventor e la loro mitologica “creatura” sono proprio agli antipodi di un certo songwriting: riff abrasivi, concessioni alla melodia ristrette ai canoni spartani della tradizione teutonica che loro stessi avevano contribuito a forgiare, e capacità di creare colossali architetture sonore con la sola forza della rozzezza. Qualcosa di simile si realizza con “Totalitarian Terror”, che ha dalla sua un’argomentazione convincente e compatta, che vale da sola la collocazione della track dal lato dei “vincitori”. Veniamo dunque alla title track, che sembra essere stata concepita a quattro mani con Gary Moore – e magari lo è, visto che Sami Yli-Sirniö è un po’ il Gary Moore finlandese, con la sua passione per i lick epici e dall’efficace semplicità! “Gods Of Violence” di per sé è un pezzo discreto, il problema è che una buona metà dell’album si muove sulla sua falsariga, vanificandone l’effetto sorpresa. Ed ecco che, da “Army Of Storm” in poi il disco è un edificio di tracce apparentemente ben congegnate le cui staffilate non sembrano però colpire come dovrebbero: accelerazioni memori del tempo che fu, armonizzazioni swedish, cori da bettola ammantati di pomposità viking e il gioco è fatto. Sembra quasi di parlare della bidimensionalità di certi Manowar recenti, anche se la metafora non rende di certo giustizia ai Kreator, ma l’impressione è appunto quella di una serie di potenzialità inespresse che potrebbero portare l’attuale formazione a creare il proprio disco definitivo, un evento non così impossibile ma che è tutto da stabilire se si verificherà o meno. O meglio, se Petrozza e soci sentiranno o meno l’esigenza di staccarsi da quello che per me è un modello scellerato, ma che per buona parte dei loro aficionados attuali sembra aver assunto connotati messianici. E a questo proposito, noi tuttavia attendiamo fiduciosi...
Voto: 6,5/10
Francesco Faniello

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www.kreator-terrorzone.de
:: Kreator - Hordes Of Chaos - (SPV – 2009)
Dopo quattro anni di silenzio tornano i Kreator. Tra le band thrash tedesche, sicuramente quella più inquieta dal punto di vista della proposta musicale. Dopo gli inizi intransigenti, il metallo intelligente di metà anni novanta, poi la riscoperta della violenza a inizio secolo, e ora? Un album che se da un lato ripesca un sound più “live” e grezzo, grazie all’opera dietro la consolle di Mosse Schneider che riporta dritti dritti alla prima metà degli anni ottanta, dall’altro il gruppo strizza l’occhio alle soluzioni melodiche che tanta fortuna hanno portato a gruppi quali The Haunted o Soilwork, solo per citarne alcuni. Il disco inizia subito con una mazzata, la title track, che lascia presagire un album d’alto livello, peccato che la verità diventi chiara sin dal secondo brano “Warcurse” che rifà il verso ai gruppi citati prima. Certo la classe non è acqua e il risultato non è malaccio, ma non è questo che si chiede a Mille Petrozza e soci. Certo al peggio non c’è mai fine, basti ascoltare “Amok Run” e “To The Afterborn” per rendersene conto. Fortunatamente c’è la conclusiva “Demon Prince” a rialzare la media qualitativa di questo Hordes Of Chaos”. Riepilogando: due grandi pezzi, sei senza infamia e senza lode, due pessimi. Tutto questo porta al misero sei della valutazione finale, che nel caso dei Kreator è una mezza bocciatura.
Voto: 6/10
g.f.cassatella

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www.myspace.com/officialkreator
www.spv.de
:: Kreator - Live kreation - (SPV - 2003)
Aaaaarrrrrrrrgggghhhh!!!!!!!!
Perdonatemi, ma questo doppio cd live dei Kreator è proprio da urlo!
Erano anni che non ascoltavo nulla di più entusiasmante, coinvolgente e semplicemente…bello.
Live Kreation esce in un periodo per la band di Mille Petrozza quanto mai propizio, sia perché un live album era ciò che più mancava alla loro già consistente discografia (se si esclude l’incompleto e ormai datato Out Of The Dark) e sia perché mai come in questo periodo i Kreator hanno conosciuto un eccellente stato di grazia a livello professionale, mettendo tutti d’accordo prima con Violent Revolution (disco che ha convinto anche i più scettici sul futuro della band dopo il controverso Endorama) e poi con un fortunato tour mondiale in parte condiviso con i compagni di sempre Sodom e Destruction.
Fedele testimonianza di ciò che sono oggi i quattro tedeschi, ossia una formazione che ha saputo “sgrezzarsi” nel tempo limando ingenuità giovanili, sperimentando nuove soluzioni, visitando nuovi lidi, optando più sulla evoluzione stilistica senza fossilizzarsi e comunque al tempo stesso senza dimenticare il passato più irruente e selvaggio. Subito da segnalare una produzione ineccepibile come ineccepibile risulta una tracklist da infarto dove il loro repertorio viene strapazzato in lungo e in largo. L’intro “The Patriarch” è il preludio ad una serie di best sellers che hanno fatto storia: come non citare “Extreme Aggression”, “People Of The Lie” ovvero un pilastro del thrash metal internazionale, “Terribile Certainty” e “Riot Of Violence” che ancora oggi mettono i brividi sulla pelle e che personalmente forniscono una forte carica emotiva. Spazio anche per le più recenti produzioni (prima del gran finale affidato all’accoppiata “Flag Of Hate” e “Tormentor”…una delizia), ed ecco quindi brani estratti dall’ultimo Violent Revolution (“Servant In Heaven” e “All Of The Same Blood” le migliori) o la cupissima “Black Sunrise”. Ma diciamolo pure, elencare ed elogiare una ad una ogni track sarebbe d’obbligo, ma lo spazio è quel che è…dopotutto un setlist di ventiquattro brani può accontentare davvero tutti.
Fate vostro questo gioiellino e vi assicuro che non ve ne pentirete consigliando vivamente di prendere la versione dvd + doppio cd. Costa un qualcosa di più, ma ne vale veramente la pena per tutto ciò che vi è contenuto, dal concerto, a tutti i video clips più i retroscena backstage, ecc. Grande!

R
:: Kreator - Phantom Antichrist - (Nuclear Blast - 2012)
In una mia intervista con Bobbi Schottkowski, l’ormai ex batterista dei Sodom dichiarò che l’etichetta “thrash” cominciava a stare stretta alla sua band così come a quelle della cosiddetta triade teutonica. Una simile affermazione non si basava tanto sull’evoluzione e conseguente ammorbidimento del suono sporco a cui la storia del thrash tedesco ci aveva abituato, ma derivava piuttosto dal fatto che Sodom e Kreator potessero ormai considerarsi alla stregua dei grossi nomi del classic metal, essendo parte di una Storia comune che al contempo vedeva lo svilupparsi di un marchio di fabbrica personale piuttosto che il permanere all’interno di una “scena” omologante che si ponesse come decisiva frontiera del sound estremo. Una simile riflessione risulta, ora più che mai, applicabile in toto ai Kreator e a “Phantom Antichrist”, con una variante minima ma sostanziale. Nell’ultimo lavoro in studio del quartetto di Essen il classic metal c’è, eccome, e nel vero senso della parola. È pur vero che, sin dai primi album, Petrozza e soci non avevano mai professato la propria aderenza alla filosofia di immobilismo tipica delle proposte più estreme, e si erano dimostrati lungimiranti innovatori nella seconda decade della propria carriera, sia in quella rottura degli equilibri classici di barocchismo che risponde al nome di “Cause for Conflict”, sia nelle sperimentazioni dal sapore goth di “Outcast” e “Endorama”. Certo è che il metal, uscito dalla finestra nel corso degli anni ‘90, è rientrato dal portone principale a partire da “Violent Revolution”, restituendoci una band che si è lasciata progressivamente alle spalle qualsiasi asperità, per inseguire una proposta musicale che più quadrata e regolare non si può. Gli effetti di una simile normalizzazione sono sotto gli occhi di tutti, e sono sanciti dal consolidato rapporto dei Kreator con la “scena” (quella sì, viva e vegeta) scandinava, motore propulsivo della diffusione del thrash/death melodico in tutto il globo. Lungi da me il punto di vista oltranzista di chi vorrebbe riascoltare “Endless Pain” o “Extreme Aggression” ripetuti all’infinito, con riffs che uniscono la furia di “Tormentor” all’intricatezza di “Betrayer” (non sbavate sullo schermo, per favore…): dico solo che rivestiti di epicità e pomposità i Kreator appaiono irriconoscibili anche a chi aveva apprezzato episodi come “Renewal” o “Golden Age”, salutandoli come frutto di una ricerca continua che aveva, a suo modo, ancora connotati “estremi”. Attenzione, non sto dicendo che “Phantom Antichrist” sia un brutto album. Rilevo soltanto che siamo ben lontani dalla pietra miliare, e per due motivi ben precisi. Il primo è che la band si mostra a suo agio nella nuova veste dalle tinte epiche, ma apparirebbe anche meglio se solo avesse tenuto presente quella dose di malvagità e rozzezza che ne ha caratterizzato gran parte della discografia; il secondo è che nelle preziose architetture chitarristiche create dall’eccelso Sami Yli-Sirniö c’è ampia dose di pathos, un alto livello tecnico e qualitativo, ma poco che sia realmente memorabile. Per intenderci, stiamo parlando dello stesso chitarrista che è il motore dei Barren Earth, e lì siamo su ben altri livelli compositivi. Il risultato è un album dalla veste sonora accattivante, ma che sfiora il tronfio con il passare delle tracce. L’intro “Mars Mantra” insegue le atmosfere priestiane già create a suo tempo da “The Patriarch”, e lascia spazio alla title-track, forse l’unico episodio che mostra bene in vista gli anelli della catena su cui si dipana la carriera della band, con la voce di Mille Petrozza incisiva e profonda quando serve, e con un break centrale che spezza la tensione del brano. Per il resto, vanno evidenziate le insolite e ottime soluzioni di chitarra solista di “From flood into fire”, in cui il coro e il break aggiungono toni goticheggianti che ricordano Nightwish e soci più che gli amati Sisters of Mercy. Le influenze scandinave si fanno strada nella discreta “Civilization collapse”, per sfiorare il maideniano nella conclusiva “Until our paths cross again”, che ricorda davvero l’atmosfera di alcuni episodi recenti della Vergine di Ferro. L’epicità tiene banco anche nella solenne “The few, the proud, the broken”, sottolineata dalle rullate di Ventor (si fa chiamare ancora così?) e dal cantato in crescendo di Petrozza, e per un attimo la vena poetica di “Your heaven my hell” ci riporta sull’orizzonte grigio e pessimista di “Endorama”, ma la formula si appiattisce in episodi come “Victory will come”, sin troppo pomposi e ridondanti. L’impressione è quella di un Petrozza che, pur riuscendo a sfornare brani di qualità, manca l’obiettivo che dovrebbe essere primario in questo campo: essere davvero convincente anche in questo stadio di evoluzione della sua band. In questo senso, non ci si può esimere da un confronto con l’ultimo “In war and pieces” dei Sodom, un album che ha segnato una parallela evoluzione, e che tuttavia non manca di mostrare quel cipiglio di rozzezza di cui parlavo all’inizio. Io inizierei con il restituire il microfono a Ventor, ogni tanto. Una bella iniezione di “Riot of Violence” è quello che ci vuole per dare un tono all’ambiente…
Voto: 6,5/10
Francesco Faniello

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kreator-terrorzone.de
:: Kreator - Violent revolution - (SPV - 2001)
Adoravo la band agli esordi ed ho perpetuato il kulto fino a “Coma of Souls”, poi non li ho + seguiti poikè a mio avviso karenti di quella brutalità primordiale e genuina ke aveva marciato a fuoko i precedenti platters. I’m sorry, ma kon tale lavoro non muta il mio giudizio: trattasi in sostanza di un heavy-thrash suonato kon la dovuta teknika, ma ke si trascina stankamente per quasi 60 min. tra riffs stoppati, ritmi cadenzati ed adrenalina kol contagocce (anke se dal buon Rob mi è stato riferito ke live spakkano il kulo di brutto). Non ho apprezzato affatto la virata verso sonorità + traditional-metal. Pazienza, continuerò ad ascoltare fino alla nausea “Pleasure to Kill; per me, al momento, i Destruction sono, rispetto a loro, di un altro pianeta. Noia Mortale.

A
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