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Reviews - Kadavar (GER)
:: Kadavar (GER) - Abra Kadavar - (Nuclear Blast - 2013)
Cosa vi aspettate dalla musica? Innovazione o rassicurazione? Preferite scorrere il web in continua ricerca della nuova big sensation o forse collezionare (in modo legale o illegale) tutte le uscite del vostro artista preferito, che nella stragrande maggioranza dei casi ha iniziato la sua carriera almeno una ventina d’anni fa? Un interrogativo centrale, a cui il disco dei Kadavar aggiunge del suo, rimescolando le carte e il concetto stesso della “scelta” citata agli inizi. Ormai lo sanno anche i muri: esiste una generazione di band che ripercorre le orme di quanto fatto in vari tipi di passato, discretamente remoto (Black Sabbath e proto-metal in generale) o relativamente più recente (l’infinita schiera di retro-thrashers e retro-deathsters): ad ogni filone, non importa quanto oscuro e apparentemente dimenticato, tocca un posto nell’Olimpo del recupero “colto” e filologico, purché serva a riportarne in vita, almeno parzialmente, le sensazioni. E purché produca buona musica, aggiungerei io. Va da sé che “Abra Kadavar”, secondo album del trio tedesco, è un bell’album: con un esordio su Tee Pee Records e uno split con tour annesso insieme ai francesi Aqua Nebula Oscillator, le premesse non possono essere che solide e foriere di conferme. Il passaggio dalla sagace Tee Pee alla lussuosa Nuclear Blast non è stato del tutto indolore, almeno per gli amanti della patina vintage sempre e comunque: i suoni sono completamente cambiati, guai però a leggere “laccati”, quanto piuttosto più definiti e “zeppeliniani” a scapito delle distorsioni acide e indubbiamente affascinanti presenti sull’omonimo debutto. Meglio prima o adesso? L’interrogativo è sterile, così come l’eventuale storcere di naso dei puristi: l’importante è la musica, e con una opener solare nello stile delle band californiane (quella “Come back life” che cita nel testo addirittura Simon & Garfunkel) e il basso che riporta le lancette sullo stile britannico e immortale di Geezer Butler, il trio berlinese può dire e fare qualsiasi cosa. Il resto scorre come da copione, fluido e ben congegnato: l’incedere sinuoso di “Doomsday machine”, il controtempo a zampa di elefante di “Eye of the storm” e la fascinosa “Fire” (curiosamente vicina, nello stile delle linee vocali, all’omonimo classico di Arthur Brown). Le conclusive “Rythm For Endless Minds” [sic] e “Abra Kadabra” spostano la lancetta verso il versante sixties e psichedelico, con in più una certa attenzione ad atmosfere reminiscenti di Hendrix e Santana, complici le vocals ipnotiche e gli assoli in perenne wah wah del frontman “Lupus” Lindemann, nonché le percussioni di “Tiger” Bartelt, che qui abbandona il rigore sabbathiano per dedicarsi a ritmiche dal sapore vagamente latino e fortemente debitrici di releases del calibro di “Are You Experienced” e “Abraxas”. Insomma, le atmosfere saranno anche meno evocative del precedente “Kadavar”, ma quel che è certo è che la band non perde in appeal, e rappresenta tutt’ora un punto fermo di riferimento per tutti coloro che si riconoscono in un certo sound e ne cercano i frutti anche nella contemporaneità.
Voto: 7,5/10
Francesco Faniello

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:: Kadavar (GER) - Berlin - (Nuclear Blast - 2015)
Il gioco preferito dei Kadavar lo conosciamo tutti. Anzi, ci abbiamo giocherellato anche noi con loro entusiasticamente agli inizi. Però si sa come vanno queste cose, alla lunga ci si stanca, soprattutto se i padroni del balocco per primi perdono grinta ed entusiasmo. I Kadavar si muovono in un ambito che al contempo è facile e complicato. Facile perché si rifanno a degli schemi già perfezionati da altri; difficile perché si rifanno a degli schemi già perfezionati da altri. In soldoni, se non metti qualcosa in più a livello di grinta, rischi di cadere nello scontato. Berlin è soprattutto questo, un disco moscio, privo di quelle qualità che ci avevano fatto superare lo scoglio del già sentito nei lavori precdenti. Nonostante il titolo, i tedeschi hanno buttato giù un platter americano. Non sono i primi neanche in questo caso, ci sono cascati nomi ben più noti in passato (Ufo, Rainbow e via dicendo). Quel paese ti affascina e ti contamina, non sempre però con risultati eccelsi. Berlin non ha quel fascino ferale dei suoi predecessori, quella puzza di cantina umida. E’ come la signorina bella e bionda immortalata in copertina. Ma che fine hanno fatto i tre energumeni, anche un po’ ridicoli, che apparivano sulle cover dell’esordio e del suo successore? Probabilmente a bersi una birra ghiacciata sotto il sole della California. Le dodici canzoni (la tredicesima è la cover di Nico “Reich der Träume”) di Berlin vivono così, su una tavola da surf, intente ad assecondare l’andamento delle onde. I brani si susseguono in modo sinusoidale, senza omogeneità qualitativa. Qualcosa si salva, qualcosa no. Non perché i brani siano brutti, ma perché non sono degni del repertorio di chi sino ad oggi aveva sbagliato poco. “Pale Blue Eyes“ e “Circles In My Mind”si salvano, “Into The Night” ci fa capire che la macchina del tempo crucca è arrivata alle soglie del 1981, col suo fascino protometal, se non proprio NWOBHM. Davvero troppo poco per una band del genere.
Voto: 5/10
g.f.cassatella

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:: Kadavar (GER) - Live In Antwerp - (Nuclear Blast - 2014)
Non c’è crisi che tenga, una delle regole ferree dell’industria discografica è quella di cavalcare la tigre finché è possibile. La tigre è teutonica in questo caso, e non ci riferiamo all’economia tedesca che va forte come un treno, ma a tre giovani vecchi che rispondono al nome di Kadavar. Neanche loro si sottraggono al postulato di cui sopra, ed ecco che la Nuclear Blast tira fuori un live del trio registrato ad Anversa, in versione doppio vinile (nero o giallo) oppure come bonus cd della nuova edizione del fortunato Abra Kadavar. Il lavoro dell’etichetta è stato svolto nel migliore dei modi, dalla copertina al sound tutto richiama i grandi classici del passato, pare (pare non significa che sia la stessa cosa) di ascoltare Past Lives o il Live Album dei Grand Funk. Sembra quasi un disco dal vivo vero, senza sovraincisioni o diavolerie varie. I Kadavar vengono considerati i nuovi Black Sabbath, e il paragone ci può stare (meno logico pretendere che i Black Sabbath del 2013/14 suonino come i Kadavar), quel qualcosina di diverso dai quattro cavalieri di Birmingham è dato da quel tocco Hawkwind che i krauti mettono nel proprio sound. Dal vivo questo effetto pare amplificato, più grezzo e più bello. Più vero. Se proprio devi copiare, almeno fallo allo grande, e i Kadavar in questo senso sono i migliori: quasi si stenta a credere che questo disco sia stato registrato nel 2013. La qualità intrinseca dei cinque pezzi è indiscutibile, sono destinati a rimanere dei classici anche quando questa moda del retro-rock sarà terminata. Ci fossero ancora i negozi di dischi in cui comprare questo live, sarebbe tutto perfetto, come ai bei tempi!
Voto: 8/10
g.f.cassatella

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