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Reviews - Job For A Cowboy
:: Job For A Cowboy - Ruination - (Metal Blade – 2009)
Genesis, primo full lenght degli americani Job For A Cowboy, nel 2007 era stato un vero e proprio fulmine a ciel sereno. La band che prima di allora aveva un solo Ep, Doom (2005), era riuscita, anche grazie alla spinta della Metal Blade e di Myspace, a far breccia nei cuori degli amanti del death metal. Dare un degno seguito a un album del genere non era cosa semplice e nel caso dei JFC c’era anche il pericolo di cedere a tentazioni più “modaiole”, magari tornando alle sonorità death core dell’esordio. Nonostante due nuovi arrivi, Al Glassman (Despised Icon) e Jon \"The Charn\" Rice, Ruination invece riparte là dove s’era fermato Genesis anche se… non ha lo stesso impatto del suo predecessore. Certo, la band ha estremizzato la propria proposta con cambi di tempo repentini, montagne di riff (la tecnica non manca a questo gruppo) e di idee.. ed è forse quest’ultimo punto quello che non mi convince. Soprattutto nella seconda parte dell’album Jonny Davy e compagni sembrano perdere la bussola, forse accecati dalla voglia di stupire, con la conseguenza che il disco diventa fin troppo caotico e noioso. Bollare Ruination come delusione alla luce di questi difetti sarebbe ingiusto; però, a mio avviso, non ha mantenuto tutte le promesse, anche perché forse erano troppe.
Voto: 6/10
g.f.cassatella

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:: Job For A Cowboy - Sun Eater - (Metal Blade - 2014)
L’età d’oro del deathcore è ormai da qualche anno bella e sepolta. Arrendendosi a tale verità, gli statunitensi Job For A Cowboy hanno abbandonato quel genere, per darsi a del più ben sano death metal. Strano però vedere una band soccombere alle leggi di mercato, nonostante avesse sfondato agli esordi con “Genesis”, mostrando quel lato buono del deathcore (che non tanto piace al caro vecchio metalhead). Diversamente da “Demonocracy”, “Sun Eater” è costruito in maniera ponderata, con un sound molto aggressivo e definito che lascia molto spazio anche alle doti progressive, che i ragazzi dell’Arizona sanno ben esporre. Jonny Davy riempie il tutto con la sua voce caratteristica, passando come se nulla fosse dal growl allo scream e viceversa. Niente più breakdown ma molta più serietà, che fa capire che a volte basta il connubio tra etichetta (Metal Blade) e produttore (Jason Suecof) per far rinascere una band data per spacciata. Visto il prodotto finale, mi vien da pensare che a Glendale il piatto del posto sia il “sole”... dovrò informarmi a riguardo.
Voto: 7/10
Fedele Straniere

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