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Reviews - Jinjer
:: Jinjer - Cloud Factory - (The Leaders Group - 2014)
Provate ad immaginare una commistione strana e irrealizzabile tra tecno/thrash, US Metal e gothic metal, con un pizzico di sonorità in stile Machine Head/Grip Inc. per modernizzare un po’ il tutto. Insomma, un thrash con forti venature gotiche e in cui il basso non sia solo una chitarra con meno corde. Una band americana? No, ucraina, ecco il segreto. Proprio quando la culla di certe sonorità sembra averle dimenticate per accogliere nuovi e più effimeri trends, chi aveva guardato in passato a quei modelli con ammirazione inizia a dire la propria nello scenario mondiale. A parte che oggi come oggi un simile discorso è pericolosamente metaforico di quanto accade su versanti molto meno rassicuranti di quello musicale, la storia di come un pugno di metalheads delle pianure del profondo Est siano giunti girare l’Europa in tour è esemplificativa dell’americanissimo adagio “puoi farcela, se ci credi”. Certo, il materiale musicale è essenziale in questo caso: ci puoi credere quanto vuoi, ma senza frecce al tuo arco non andrai lontano. Ed ecco che i Jinjer tirano fuori brani come l’articolato thrash anthem “A Plus And A Minus”, la freschissima title-track e persino la conclusiva “Bad Water”, interessante divertissement tooliano con vocals da bad girl a fungere da contraltare ai ritmi spezzati del tappeto sonoro. Ah, in effetti dimenticavo di dirvi che, oltre al talento di Dmitriy Oksen e Roman Ibramkhalilov alla sei corde, la band può vantare la presenza in line-up di una vera forza della natura qual è Tatiana Shmailyuk dietro il microfono, tanto per intenderci una in grado di passare dalla complessità di partiture alla Anneke van Giesbergen all’irriverenza di Sandra Nasic con la stessa naturalezza con cui voi girereste la manopola della vostra radio, ammesso che ne possediate ancora una. Cos’altro dirvi? Che “Cloud Factory”, secondo full length della band, vanta un altro talento da non sottovalutare: la capacità di sintesi. Che otto pezzi di questo calibro compressi in meno di quaranta minuti siano meglio di dodici brani inseriti in un polpettone che sfora l’ora lo capite tutti, no? E allora perché certe band non ci arrivano affatto? Infine, non perdetevi il pezzo simil-hardcore in ucraino, che sembra quasi cantato in spagnolo, tanto è vicino a certa irruenza tipicamente sudamericana, e non dimenticate che il miglior metro di valutazione dei Jinjer sta proprio nel loro monicker, riproduzione onomatopeica di quel “gi-gi-gi-gi” che da decenni simboleggia il suono più impertinente che ci sia: una chitarra distorta.
Voto: 8/10
Francesco Faniello

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www.facebook.com/JinjerOfficial
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