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Reviews - Inner Terror
:: Inner Terror - Behold the Inner Terror - (Autoprodotto - 2010)
Oppressione. Ossessione. Obnubilazione. No, non è il titolo della raccolta postuma degli Infezione: è la serie di sensazioni che una band di HM americano è tutt’ora in grado di comunicare all’ascoltatore, anche ad anni di distanza dalla fioritura di questo particolare genere. Neanche a dirlo, gli Inner Terror provengono dall’Ohio e si inseriscono appieno nel solco tracciato da band come Sanctuary, Watchtower e Savatage. In pratica, un’applicazione del tutto personale della tradizione progressive, che nella sua evoluzione successiva farà la fortuna del prog-metal degli anni ’90. In effetti, dietro l’esordio e l’autoproduzione si nasconde il successore di uno dei gruppi di culto della scena della seconda metà degli anni ’80, gli Axemaster. Nati dalle ceneri di questa band, gli Inner Terror possono contare su un ottimo axeman, Joe Sims, e su tutta una serie di buone idee di arrangiamento che vanno dai pregevoli soli fino all’evocazione di atmosfere plumbee e oniriche attraverso il magnetismo vocale del frontman Dan Kaisk, forse a volte troppo alla ricerca dell’originalità a tutti i costi a scapito dell’immediatezza.
Purtroppo però, una proposta musicale simile stenta a mio parere a decollare o a mostrare punte di diamante nella complessità del songwriting, benché non manchino spunti interessanti a partire dall’accoppiata iniziale “Eternal Darkness”/“Behold the Inner Terror”, con un ritmo cadenzato e simile, in alcuni punti, a quanto proposto dai Memento Mori di Messiah Marcolin e Mike Wead. Un inizio di disco che lascerebbe presupporre maggiori aperture nel prosieguo, e che invece lascia spazio a tutta una serie di tracks (ben dodici compongono l’intero “Behold the Inner Terror”) che si snodano su tempi spezzati e troppo, troppo lenti. Non doom, “metal psicologico” direi. La strana “Your Life” è costruita su un giro di basso tanto elementare quanto melodico, mentre “The perfect killing machine” porta all’estremo quanto già descritto, potendo contare però su un ritmo ossessivo ma efficace. Stesso discorso sull’efficacia vale per “Harder they come”, con la voce di Kaisk che riesce finalmente a districarsi nelle trame create dalla band. Un plauso va sicuramente alla produzione e ai testi, descrizione di uno stato di inadeguatezza e malessere che è mentale prima di farsi tangibile. Con un paio di concessioni all’ascoltatore, questo disco avrebbe lasciato un segno diverso.
Voto: 6,5/10
Francesco Faniello

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www.myspace.com/theinnerterror
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