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Reviews - Hollywood Monsters
:: Hollywood Monsters - Big Trouble - (Mausoleum Records - 2014)
La storia è semplicissima, non troppo diversa da tante altre, ma allo stesso tempo unica e peculiare proprio come tutte le altre che le sono affini. Steph Honde, talentuoso chitarrista/cantante proveniente da Oltralpe, decide un paio di anni orsono di cercar fortuna nella ben più ricettiva California. È qui che incontra una delle icone del proto-metal americano, quel Tim Bogert che è stato bassista e motore pulsante sia della leggenda ’60 Vanilla Fudge che della loro incarnazione settantiana e più vicina all’hard rock, i Cactus. Nascono così gli Hollywood Monsters, un supergruppo (si chiamano ancora così?) che vede il buon Honde occuparsi di buona parte degli strumenti, con partecipazioni più o meno illustri e più o meno continuative. Ma procediamo con ordine… nel corso delle undici tracce di “Big Trouble” scorrono senza soluzione di continuità i tre decenni che evidentemente fanno parte del background stilistico del francese: è così che dopo una breve intro irrompe il riffing secco di “Move On”, un brano che ricorda sì i classici Deep Purple/Whitesnake (complice la partecipazione di un certo Don Airey all’hammond), ma anche un po’ di sana freschezza in stile The Darkness, mitigata nella sua eccessività originale dalla timbrica calda di Honde. Se la roboante title track ci tuffa nel pieno stile californiano degli anni Ottanta, la successiva “The Only Way” ci catapulta ai giorni nostri, passando per le tipiche melodie e il lirismo del decennio breve stretto tra il grunge e la rinascita di certo rock. È proprio vero, uno spettro si aggira per “Big Trouble”, ed è quello del grunge: “Underground” ne è testimonianza (con una melodia che non vi sembrerà vera, tanto è incastonata nei colori dei vostri camicioni di flanella preferiti), mentre “The Cage” fa di tutto per negare un simile assunto, costruita com’è su architetture di chitarra acustica che ricordano da vicino i britannici Thunder, e il blues acido di “Song for a fool” riesce incredibilmente a richiamare Faith No More e Whitesnake allo stesso tempo. Dicevo delle partecipazioni più o meno costanti, e non posso fare a meno di citare uno dei batteristi candidati a guadagnare sempre più spazio su queste pagine: signore e signori, sto parlando di Vinnie Appice e del suo formidabile drumming, che accompagna quasi tutto l’album, culminando nell’esecuzione di “Village of the damned”, scritta appositamente per lui da Steph Honde. Si tratta di un brano che in effetti riprende lo stile di “Holy Diver” insieme a tutti i barocchismi tipici dello stile dei Dio, e quindi appare come centrale nell’economia di un disco che ha tante (forse anche troppe) frecce al suo arco. Certo è che dopo cotanta “Song For Ronnie James” e simili, scritte da emuli e tributari vari, ecco finalmente qualcuno che si ricorda di Vinnie, nonostante su “Mob Rules” fosse la prima volta che un batterista dei Black Sabbath non figurasse come compositore, e nonostante i suoi egocentrissimi compagni di viaggio avessero poco gentilmente dimenticato di citarlo nella line-up ufficiale di “Live Evil”. Ma si sa, le vere rocce vanno oltre questi particolari, e si incastonano nella Storia; e poi, visto che ogni tanto Vinnie suona proprio come solo lui sa fare, pestando per davvero sui tamburi come accadeva su “The Last In Line” o “Stars”, il tutto si avvicina alla perfezione, e si mostra come l’ennesimo vademecum imprescindibile per il batterista rock, anche ai giorni nostri. Per quanto mi riguarda, al di là dello specchietto per allodole delle ospitate di lusso (memorabile, per la sua trascurabilità, l’ennesima sparata di Di’Anno nella conclusiva “Fuck You All” – voi che potete, fermatevi pure al titolo, che è già sufficiente) considero “Big Trouble” un disco di buona fattura, dedito alle forme più disparate di quello che possiamo semplicemente definire rock, senza troppe etichette aggiuntive. Magari potreste rispondermi che non era esattamente quello di cui si sentiva il bisogno in questo periodo, ma questo non sta a me giudicarlo, quanto piuttosto a tutti coloro che vorranno dare fiducia ad una produzione sostanzialmente “di nicchia” da parte di questo talentuoso musicista…
Voto: 8/10
Francesco Faniello

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