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Reviews - Helstar
:: Helstar - Glory Of Chaos - (AFM - 2010)
A due anni da “The King of Hell”, e a ben tre dalla spettacolare raccolta “Sins of the Past” tornano i texani Helstar, cult band con origini ben radicate negli anni ’80 e un decennio (quello dei nineties) passato all’ombra, tra cambi di line-up e disinteresse di pubblico e critica per l’heavy metal americano. James Rivera e soci giocano ancora una volta su una formula ben rodata, a metà tra l’heavy classico e il thrash, benché questa volta si assista ad una decisa virata verso sfuriate che tendono all’estremismo sonoro, senza dimenticare le influenze prog insite nel sound della band.
“Glory of Chaos” consta di 10 tracce, aperte in modo pomposo dall’intro di “Angels Fall to Hell”, che ci riporta subito alla mente le armonizzazioni delle coppie chitarristiche del quintetto americano, unite ad un suono di chitarra moderno e tagliente. Rivera è in piena forma, e alterna tonalità medie ad acuti lancinanti, in piena tradizione speed-thrash. È il momento di “Pandemonium”, altro assalto sonoro con riff spezzati e gran lavoro di polso, e con un mid-tempo di batteria all’ascolto del quale è impossibile rimanere immobili. Segue “Monarch of Bloodshed”, una track old-style – direi la nuova “Suicidal Nightmare” – con un ritmo ossessivo di batteria su cui Barragan e Trevino sono pronti a tessere le loro trame chitarristiche.
Nella seconda parte del disco i toni si accendono decisamente: la band sciorina l’oppressiva “Summer of Hate”, evoca gli Stayer con “Dethtrap” e “Anger”, impreziosita da un bell’assolo nel break, e torna al classico con “Trinity of Heresy”, buona combinazione di riff intricati e arpeggi in tradizionale stile Helstar.
Una rocciosa certezza nel panorama metal? Certo, sembra a volte che la band ci abbia preso fin troppo gusto a premere sull’acceleratore. Lo dimostrano episodi come “Alma Negra”, in cui sembra di ascoltare i Testament di “The gathering”. Tuttavia, gli elementi che hanno reso riconoscibili le loro composizioni nel corso degli anni ci sono tutti, e ben combinati. So già a cosa state pensando: con le produzioni moderne si perde un po’ della magia del suono analogico che usciva dallo sfrigolio della puntina, e gli Helstar non sono stati immuni a questa evoluzione. Purtroppo, o per fortuna, indietro non si torna…
Voto: 7,5/10
Francesco Faniello

Contact:
www.helstarmetal.com
www.myspace.com/helstar
:: Helstar - King Of Hell - (AFM – 2008)
L’ultimo vero lavoro in studio degli Helstar è datato 1995 (Multiples Of Black), quindi questo King Of Hell non può non rappresentare un evento per tutti i cultori del US metal. Con quattro album a cavallo tra il 1984 e il 1989 gli Helstar hanno scritto alcune delle pagine più belle del metal, pur non riuscendo ad andare oltre lo status di cult band. Poco importa, ora la band di James Rivera è di nuovo fra noi con un album che cancella i tredici anni d’attesa. Nessun trucco o stratagemma per conquistare nuovi adepti tra le giovani leve, il sound della band non è cambiato d’una virgola. La chitarra di Larry Barragan è tagliente come ai bei tempi e crea riff su riff . Le ritmiche ora sono accelerate, ora rallentate e oscure. E poi la voce di Rivera è sempre piacevole d’ascoltare, oltre che dotata di buone doti interpretative. Non saremo ai livelli di Burning Star, lavoro d’esordio del combo statunitense, ma pur sempre di un ottimo album si tratta, che nel pattume generale di questi tempi brilla come una stella infernale nel buio delle idee. Bentornati!
Voto: 7/10
g.f.cassatella

Contact
www.helstar.com
www.myspace.com/helstar
www.afm-records.de
:: Helstar - Sins of The Past - (Afm Rcs./Audioglobe)
Dio mio… Anzi, doppio Dio mio… Gli Helstar sono di nuovo in giro… Ma perché non ve ne state a casa? Tutte queste “reunions” mi fanno sentire vecchio. Capite è dagli anni ottanta che mi occupo di metallo pesante ed affine. Rispetto al passato gli Helstar di oggi sono una band che si accontenta di eseguire il proprio compitino senza andare oltre. Ritmi sulfurei e tetri che si alternano con momenti più speed. Vocals a metà strada fra mid tempos e urli. Ritmiche al cemento armato che sanno molto di anni ottanta. Un album, lo si nota dalla cover, per appassionati del metallo che fu. I modernisti rischierebbero l’infarto ascoltando “Sins of The Past”. Appunto, il passato…

Emanuele Gentile
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