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Reviews - Gyze
:: Gyze - Black Bride - (Coroner Records - 2015)
Ve la dirò tutta: ero pronto a lasciar cadere un’inesorabile mannaia sui Gyze. Poi ero pronto ad incensarli, neanche avessi davanti i figli legittimi di Akira Takasaki e soci. In sostanza, il mio giudizio rimane alquanto sospeso, e galeotta è in primis la definizione che l’etichetta fornisce: melodic death metal. Roba da rifiutarsi di mettere il cd nel lettore, con questo caldo. Eppure, se i Gyze fossero stati un gruppo americano o chissà cos’altro, la stroncatura sarebbe stata senza remissione, dato il probabile vicolo cieco che il primigenio sound svedese avrebbe imboccato, una volta annacquato con chissà che intruglio esterno; invece i tre vengono da Sapporo (dove sono nati come Suicide Heaven, prima di trasferirsi a Tokio e cambiare monicker) e da bravi nipponici trano fuori l’asso nella manica, rifacendosi a quelle stesse sonorità del Sol Levante ben sintetizzate nei dischi del periodo d’oro dei Loudness: scale orientali, un gusto per certe melodie che ai profani non mancherà di ricordare la galassia dei manga e le produzioni dell’esilio dorato del Marty Friedman post-Megadeth. Proprio così: Akira Takasaki (axeman degli indomiti Loudness, per chi non lo sapesse) ha fatto scuola con i suoi assoli su dischi come “Thunder In The East”, ognuno dei quali costruito con sapienti mani e un lavoro di cesello degno di origami e bonsai. Il tutto riportato qui con le dovute proporzioni, ovviamente. Ma basta con le suggestioni, e veniamo al sodo: “Black Bride” è il secondo disco del trio, e segue a breve distanza temporale “Fascinating Violence”, debut uscito nel 2013, già recensito dal buon Giovanni Clemente sulle nostre pagine. Parte la title track e subito il Gothenburg sound avvolge l’ascoltatore, con la lezione di Andreas Frieden e soci ripetuta all’infinito… eppure, a metà track qualcosa succede: l’ascia di Ryoji si tinge di neoclassico, mettendo subito in chiaro le coordinate su cui si muove il disco. In effetti, gran parte di “Black Bride” si regge sulle funamboliche evoluzioni chitarristiche di Ryoji, figlie della citata scuola Takasaki ma anche di quanto tracciato da Yngwie J. Malmsteen e The Great Kat, il tutto in un sostrato tipicamente death, tipicamente melodico, sparato a mille, talmente edulcorato da perdere qualsivoglia carica di malignità. Questi sono i Gyze: eccessivi, esagerati, al limite del grand guignol. Qualcuno ci vedrà un po’ di Children Of Bodom, ma sempre e comunque pompati, velocizzati e sparati al massimo. Iperrealismo musicale? Forse, quel che è certo è che la proposta del trio nipponico non può che dividere gli ascoltatori: chi li considererà alla stregua delle divinità di scintoista memoria, chi li bollerebbe come i nuovi trapezisti di un’epoca e di un genere che non ha molto ancora da dire (ammesso che si prenda la briga di ascoltare il disco). Personalmente, faccio fatica a non dar ragione alla seconda categoria: nonostante episodi di discreto livello come “In Grief” (impreziosita dalle tastiere), nonostante la carica energica di “Insane Brain” in cui pare di sentire Alexi Laiho alle prese con gli Helloween, capita che arrivi a “Black Shadow” (quinto pezzo in scaletta) e non reggi più, non ne puoi più di cotanta potenza di fuoco, neanche fosse una grigliata strapiena di roba, con il coppone, la pancetta, tutto di tutto, troppo di tutto, o un live di Keith Emerson improvvisamente raggiunto da Rick Wackeman sul palco – per carità, tanto avorio in pochi metri quadri, ma è troppo. Il disco scorre così, tra le sviolinate a centinaia di bpm di “Twilight” e la calma apparente conferita da “Asuhenohikari”, brano che comunque non arriva alla carica emozionale di illustri predecessori malmsteeniani del calibro di “Crying”, sino a eccessi tipo gli inserti di voce melodica su “Honesty”: proprio ciò che non fa per me, quelle contaminazioni tra neoclassico e moderno che appiattiscono tutto. Mi dispiace: neoclassico è neoclassico, Nu è Nu, per me sono due mondi che non dovrebbero (quasi) mai incontrarsi. Chissà cosa ne penserebbe The Great Kat… ricordo solo che all’amabile Katherine Thomas i giapponesi non stavano esattamente simpatici e non ne faceva mistero, per mezzo di colorite composizioni come “Made in Japan”. Il responso? Grande tecnica, grandissimi numi tutelari, poco cuore e ancora minore possibilità di far breccia nelle pieghe della Storia. Se però siete fan sfegatati di questo genere, accomodatevi senza timore a tavola: la grigliata è servita. Io prenderò solo un paio di bruschette…
Voto: 6/10
Francesco Faniello

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:: Gyze - Fascinating Violence - (Coroner Records - 2013)
Dai diciamolo, dopo la lezione di calcio dei giocatori del Giappone contro una nazionale (italiana) spesso più fortunata che brava, una bella (e brava) squadra, allenata da un buon allenatore italiano, passati pochi mesi non potevo fare altro che ritrovarmi con un (nuovo) lavoro di una nuova metal band… eh già, proprio dal Giappone! Loro sono Ryoji (chitarra, voce e tastiere), Shogo (basso e voce) e Shuji (batteria), e dopo un ‘passato’ come “Suicide Heaven” – la band nipponica nel frattempo ha modificato il nome in “Gyze” – partecipa prima (nel 2012) al Wacken Open Air Festival e poi riesce a pubblicare questo “Fascination Violence” grazie all’interesse dell’etichetta italiana Coroner Records (il disco è prodotto da Ettore Rigotti al The Metal House Studio). Una curiosità: guest vocals è Claudio Ravinale (Disarmonia Mundi) in quasi tutte le tracce (ecco, ancora italiani in ‘panchina’ di una squadra giapponese)! La biografia allegata ci informa che la band nipponica propone un disco di Melodic Death Metal… ok, ascoltiamolo! Bene, il disco inizia con “Desire”, e già inizia ad affiorare qualche riferimento (ehm) svedese. Certo qui le tastiere sono molto presenti, facendo avvicinare questo brano (e non solo questo brano) ai Children of Bodom & Co.; “Desperately” (la seconda traccia) continua a non portare novità, anche per i continui cambi di voci (già, i classici cambi: growl e clean). Da “Fascinating Violence” (terza traccia) in poi il disco inizia ad essere monotono, privo di canzoni interessanti. Il disco suona come tanti dischi già sentiti e risentiti! Per me, è una sufficienza (il classico sei politico – ricordate?); una sufficienza per sperare in un futuro ‘migliore’. Ok, ok, sicuramente può fare (solo) la gioia di chi ama questo genere; lo ammetto, ma il disco suona bene ed è anche prodotto bene (bravo Rigotti). In conclusione c’è una bella sorpresa (per il sottoscritto): “The Black Era”, la traccia musicale che chiude il disco con il suo abbondante minuto (e ventiquattro secondi): interessante, con i riferimenti elettronici (sperando un album con altri riferimenti simili)… cavolo, è davvero la traccia più interessante (anche se non è un capolavoro) del disco.
Voto: 6/10
Giovanni Clemente

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