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Reviews - Gunjack
:: Gunjack - The Cult Of Triblade - (Vomit Arcanus Productions - 2019)
Lemmy è morto?… Lemmy vive eccome, nei nostri cuori metallici, nei gruppi che ricercano in lui l’ispirazione per suonare e vivere di motorheadiana esistenza. Gruppi come i Gunjack rispondono in maniera esaustiva alla fame dei suoni, delle canzoni, dei testi e dell’attitudine di quel Lemmy Kilmister che ha fatto la storia del rock / punk / speed metal. Disco strutturato sotto forma di concept (questa è la seconda parte) con protagonista il droide Gunjack in una concezione testuale che va dalla guerra, ai problemi sociali, all’odio per questo mondo così religioso, così politico. Produzione cristallina ad enfatizzare parti sonore anni ’80 nel più grezzo sudicio puro rock and thrash. Si diceva di Lemmy e dei suoi Motorhead; ebbene, i nostri sono dei puri cloni sia per quanto riguarda le sonorità sia per l’attitudine vocale, quella strumentale e il life-drunk on the road. La titletrack che introduce il disco è tanto epica quanto efficace per descrivere il tanto odiato mondo e tutto ciò che ne fa parte. “Behind The Truth” è una thrash song con reminiscenze di Metallica memoria nella parte centrale. “I’m Not Innocent” e “District 9” sono old school metal puro e semplice mentre il singolo “Fukushima” con il suo punk / thrash stop-and-go scatena il classico mosh-pit degli anni che furono. Entriamo in zona filler con “New Cold Soldier”, “Immortals” “Mind’s Annihilator”, sia chiaro buone canzone ma un po’ suonate come il copia incolla dei Motorhead. Dall’intro del basso sputa veleno di Mr. Messerschmitt (Alessandro Dominizi), uguale al suo idolo Lemmy non solo vocalmente ma anche fisicamente (ed è anche bass player...) arriva “Kneel Down” sempre su coordinate rock’n’thrash. La successiva “Normandy” torna a parlare di guerra e violenza, trasformandosi lentamente in una ferale war-song. C’è poi molto di Van Halen su “Lake Of Uniforms”, con un Gamma Mörser (Fabio Cavestro) alle chitarre che infarcisce l’album di quella melodia alle volte speedy alle volte ragionata, ma pur sempre cristallina. Alquanto bella la veloce strumentale “Triblade” con un M47 (Andrea Ornigotti) alla batteria sugli scudi, sempre preciso e puntuale per tutta la durata dell’album, mentre la finale “Last Conflict” è la summa del Motorhead pensiero. In definitiva un disco godibile, niente di nuovo o di personale, ma tanta furente voglia di suonare sporco, cattivo, veloce… Lemmy è morto? Lemmy vive!
Voto: 7/10
Daniele Mugnai

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