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Reviews - Grave Digger
:: Grave Digger - Exhumation - The early years - (Napalm Records - 2015)
Comincio col dirvi che non mi esprimerò con un voto numerico su questa nuova uscita dei Grave Digger. Il motivo non è tanto la pigrizia (di quella non ce n’è mai abbastanza, lo ammetto) quanto piuttosto il fatto che siamo dinanzi ad una raccolta. Ora, per giudicare una raccolta bisogna conoscere la band e io, vi dirò la verità, dai crucchi in questione mi sono sempre tenuto discretamente alla larga, vuoi per pura casualità, vuoi per becero pregiudizio. Dunque, la mia conoscenza della band va dalle classiche battute langiulliane tipo “vai in Germania? Portami un picture disc dei Grave Digger!” fino alla semplice lettura della recensione di “Tunes Of War” uscita all’epoca su Metal Shock, dalla quale mi ero fatto l’idea che il quartetto fosse in fissa con le tematiche scozzesi, un po’ come i conterranei Running Wild lo sono con i pirati e amenità simili. Eppure, esattamente allo stesso modo di Rolf Kasparek e soci, i Grave Digger vantano un passato meno ricercato, che affonda le radici negli anni ‘80 (e ti pareva!) e in una manciata di dischi usciti per la Noise prima dello iato di fine decennio: caratteristica comune di questi album sembra essere un suono che sfida gli appassionati di lo-fi (e sì che chi scrive è di bocca buona in questo senso…), un fattore che era la spina nel fianco di Chris Boltendahl tanto da spingerlo alla pubblicazione di questo “Exhumation - The early years”, raccolta “risuonata” come si usa tanto in Germania (ma non solo). In effetti, nel confronto tra le tredici tracks qui presenti e gli originali, l’elemento più evidente è quello di una sostanziale aderenza alle prime versioni, con un sound ovviamente degno di tal nome, seppur non indulgente all’eccessivo modernismo. In “Exhumation…” troviamo classici da manuale come “Headbanging Man”, “Witch Hunter” e la priestiana “We Wanna Rock You”, le prime concessioni al mercato americano di “Fire In Your Eyes” e “Here I Stand”, insieme a tracks oggettivamente trascurabili come “Shoot Her Down”, che nel migliore dei casi potremmo definire come influenzata da Venom e AC/DC. Un pezzo come “Stand Up And Rock” (unico estratto da quello “Stronger than Ever” uscito sotto il monicker Digger) beneficia invece appieno del restyling, potendo qui vantare quella teutonicità verace e un po’ caciarona che ricorda da vicino l’operato di Accept e Tankard (per citare un paio di band che invece rientrano nel mio non troppo esclusivo club di ascolti) nonché quello dei cuginetti Running Wild. “Heavy Metal Breakdown” ha se non altro il merito di essere uno dei modelli originali del “vizietto” anthemico a cui si rifaranno successivamente Gamma Ray e soci, nonostante un riffing tipicamente hard rock (e reminiscente di “Black Demon” dei già ampiamente citati Running Wild, peraltro uscita nello stesso anno), mentre “Enola Gay - Drop The Bomb” è un altro di quei classici episodi da manuale, dal refrain che ricorda contemporaneamente “Seek & Destroy”, “Princess Of The Night” e “Moment Of Rage” del nostro Paul Chain (che è uscita qualche anno più tardi, ma fa lo stesso…). Mi resta poco da aggiungere: se siete fan dei tedeschi (e siete ancora in circolazione) troverete più di un motivo per far vostro questo “Exhumation…”; per parte mia ho potuto da un lato approfondire la mia conoscenza dei Grave Digger (e non ci voleva molto, dato che partivo praticamente da zero…) conservando comunque l’opinione di cui sopra in merito ad una band che trovo sin troppo canonica e quindi trascurabile, almeno in questa incarnazione primordiale. Qualcuno (il famoso fan ancora in circolazione) mi chiamerà miscredente, e in questo caso mi tengo volentieri l’etichetta: d’altronde, da uno che a suo tempo ha incensato i Bullet che vi aspettate?
Voto: SV
Francesco Faniello

Contact
www.grave-digger-clan.com
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