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Reviews - Godwatt
:: Godwatt - MMXVXMM - (Autoprodotto - 2015)
Già recensiti dal sottoscritto su queste pagine (con i dischi The Rough Sessions e Senza Redenzione), i Godwatt ritornano con un altro lavoro all\'altezza della loro reputazione, che stavolta porta come titolo un numero scritto in numeri latini, ovvero 2015, ma come messa di fianco a uno specchio. La prima cosa che salta all\'orecchio è che con questo album il trio di Frosinone sembra aver fatto un mezzo passo indietro, nel senso che, benché rimanendo su coordinate nuove (il cantato in italiano e tutti gli accorgimenti tecnico-compositivi per esprimere al meglio questo carattere), in realtà il sound è regredito allo stato dei primi dischi, ovvero delle pesantissime marce fatte di hard rock allucinato. Il risultato finale è un sound ancora più grande, largo e imponente, che si concretizza una vera escursione in un deserto freddo e senza speranza, una wasteland psichedelica, un paesaggio desolato durante un\'eclissi.
I nostri sostituiscono quindi i riff diretti e le strutture più lineari di Senza Redenzione con delle rielaborazioni quasi progressive dei canoni del doom metal ottantiano alternate (secondo me) al tripping sound californiano di fine anni sessanta e a quello, istituzionale e imprescindibile, del periodo chimico dei maestri di Birmingham.
Anche grazie a un cantato ben inserito nella metrica dei brani e a testi essenziali, ostinati e senza fronzoli, i Godwatt riescono nell\'impresa (dannatamente difficile!) di essere personali e rioconoscibili anche in un genere, quello dello stoner/doom, in cui (almeno all\'ascoltatore in cerca di novità assolute) sembra che sia già stato detto tutto, il che non è poco.
Anzi, in alcuni punti sembra a mio parere di riassaporare il gusto del rock duro made in Italy (quello autentico, appassionato, non i plagi o le scopiazzature malriuscite di materiale anglofono ignoto ai più), ma con la differenza che il sound dei Godwatt è molto più pesante, oscuro e metallico persino di quello a cui gruppi storici come Litfiba o Timoria ci avevano abituato.
Fra le tracce più rappresentative del disco segnalerei l\'opener Ultimo Sole, lenta marcia funebre che da i titoli di testa dell\'album, e che attraverso i suoi quasi dieci minuti ci fa subito capire che aria tira da queste parti; l\'inesorabile Condannata, che nei suoi 8 minuti ci fa fare un viaggio progressivo attraverso tutto un decennio di discografia dei Black Sabbath; Catene, un pezzo praticamente strumentale (nel senso che ci sono dei vocalizzi che completano i disegni melodici dei riff) di stoner rock tribale, dall\'incedere sinistro e minaccioso, al limite del death metal; la malinconica e toccante Cenere, ovvero una soundtrack perfetta per un western d\'autore rivista in chiave stoner/drone; Antica, l\'ultimo viaggio sonoro del disco verso il sole che cala sull\'orizzonte, un altro pezzo praticamente strumentale (vedi sopra) che va a costituire invece i titoli di coda dell\'album.
In conclusione: se le altre volte avevo consigliato il disco di questa band solo ai veri appassionati di queste sonorità, ora mi piacerebbe finalmente indicarlo come un prodotto valido e rappresentativo della scena italiana a tutto tondo; tenete d\'occhio questa band, perché da qui a poco rischiano di fare il botto.
Voto: 9/10
WOLVIE


Contact:
www.facebook.com/pages/Godwatt
www.myspace.com/godwattredemption
:: Godwatt - Senza Redenzione - (Autoprodotto - 2013)
Credo che per i componenti dei Godwatt Redemption debba essere stato proprio un periodo molto particolare il tempo trascorso tra l’uscita di “The Rough Sessions” e l’inizio del lavoro su questo nuovo album, se invece di continuare a suonare nella loro già efficace maniera di reinterpretare il concetto stesso di stoner rock hanno voluto estremizzare e personalizzare ancora di più la loro attitudine, al punto di togliere la parola “Redemption” al loro monicker e usarla addirittura “in negativo” per rinominare il loro ultimo disco, “Senza Redenzione”, dal quale già si intuisce uno dei cambiamenti stilistici della band, cioè la (sempre rischiosa) scelta di cantare in italiano. Ma non c’è davvero motivo di sospettare di una concessione alla commercialità o un semplice tentativo di mescolare un po’ le carte distogliendo l’attenzione dalla musica, e vado a spiegare il perché.
Lasciate definitivamente le incursioni sonore nelle solari e abbaglianti distese dei deserti psichedelici del sud degli USA, i nostri si rifugiano volontariamente in ben altre atmosfere, quelle oscure, plumbee e pessimiste del doom più disilluso e caustico, quello (per capirci) dalle copertine dei dischi stampate in due colori, quello fatto di bad trips e anatemi, sensazioni emotive disturbate e strafottenti espressioni di fatalismo. Dal punto di vista stilistico, le ritmiche e la composizione dei pezzi registrano una sterzata verso sonorità più compatte, con ancora meno fronzoli, in cui però ogni riff e ogni cambio di tempo è messo con grandissimo gusto e efficacia, e questa volta senza rifarsi forzatamente ai grandi nomi del genere, mentre la produzione in studio è stata davvero precisissima nel valorizzare il particolare “mood” dell’album. Sarebbe inutile descrivere le canzoni nel dettaglio, ogni pezzo è diverso dagli altri e testimonia un passo in avanti nello stile compositivo della band, ma vorrei personalmente segnalare “Scheletro”, “Oltre il Buio”, “Venus”, e naturalmente la coinvolgente opener “Cicatrici”, più gli azzeccatissimi inserti di organo in “Senza Redenzione” e “Sulphurea”.
Su tutto questo, la voce si amalgama in maniera ottimale, in un modo cadenzato e dilatato di cantare, molto intenso nel rappresentare l’emozione della musica e l’essenza dei testi, risultando un perfetto compromesso tra suono dell’italiano e ritmica dei pezzi, complice anche una produzione che risulta più elaborata rispetto al precedente album, tramite intelligenti sovra incisioni vocali. I testi sono lineari e asciutti, fatti apposta per incastrarsi per bene ai pezzi, tramite una scelta di parole mirata ma mai eccessiva, fatta di sostantivi inequivocabili e costruzioni linguistiche monolitiche che non ammettono replica che, unite alla presenza di due tracce strumentali (tra cui la title track), nel complesso del disco riescono quindi molto bene nel loro intento di far dimenticare la “mancanza” dell’idioma anglosassone.
In definitiva, un altro validissimo lavoro di questa band, reso tale anche da questa volontà di svilupparsi in qualcosa di ancora più personale nella loro ricerca musicale. Promossi con il pieno dei voti.
WOLVIE

Contact:
www.facebook.com/pages/Godwatt
www.myspace.com/godwattredemption
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