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Reviews - Godflesh
:: Godflesh - A World Lit Only By Fire - (Avalanche Recordings - 2014)
Dovrò ricordarmene, la prossima volta che qualcuno si erge a facile profeta e dichiara pomposamente di aver trovato il Suono dell’Apocalisse. Dovrò ricordarmene, la prossima volta che mi lascio andare a facili entusiasmi, e credo di aver individuato io stesso il nuovo che avanza o presunto tale, quello che ti fa credere di aver intuito tutto e di aver spostato in su l’asticella dell’avanguardia. Quando si indulge in simili pensieri, basta ricordarsi che “loro” c’erano già, e da tempo, e tutto diviene relativo. Ebbene sì, i Godflesh sono tornati, e per davvero: alfiera dell’industrial metal a partire dalla fine degli anni ‘80, la band era stata messa in stand-by all’inizio del nuovo millennio; adesso, dopo il traghettamento nei Jesu e i vari progetti seguiti sotto l’egida della personale etichetta Avalanche, Justin Broadrick ha ridato vita alla creatura primigenia insieme al degno compare G.C. Green, con intenti e risultati che vanno ben oltre i toni revivalistici tanto di moda in questi giorni. Insomma, “A World Lit Only By Fire” è un album con i piedi ben piantati nello spirito dell’89/’92 (quando tutto ha avuto inizio, dopo che il buon Justin aveva marchiato a fuoco il seminale “Scum” dei Napalm Death), ma con un occhio che guarda molto, molto in avanti. E ridefinisce, questa volta sul serio, quelli che sono i contorni dell’angoscia messa in musica. D’altronde, la società industriale la cui immagine era dominante venticinque anni fa è ormai lo spettro di se stessa, e da questa ridefinizione del paesaggio e dello spirito nasce il nuovo disco del duo di Birmingham. Non è più tempo di esplorare le coordinate lo-fi degli esordi, eppure il suono che ne viene fuori (opera dello stesso Broadrick in sede di produzione) non ha nulla di laccato, in un’operazione simile a quanto fatto dai Prong nell’ultimo disco, e a testimonianza dell’estrema presa di coscienza (sia sonora che compositiva) di determinate menti pregevoli in ambito avanguardistico. E il disco? Il ritmo ostinato dell’opener “Shut Me Down” fa il paio con l’oscura e agghiacciante “Deadend” in un incipit di disco che non teme il confronto con colossi del calibro di “Christbait rising”, “Like rats” o la stessa “Streetcleaner”, tanto per marcare il territorio e le coordinate su cui si muovono i Godflesh del 2014. Del resto, chi attendeva la band al varco non potrà non assentire dinanzi alle vocals filtrate alla vecchia maniera di “Life Giver Life Taker”, per poi riconoscere immediatamente le influenze sabbathiane celate in “Obeyed” (a proposito di Birmingham), costruita su quei riff che ti fanno capire di avere dinanzi un macinatore professionista. “Curse Us All” gode di quel minimo di attitudine “core” che ricorda a tutti quali siano i recessi più profondi da cui provengono le intuizioni del duo, e l’invocazione disperata di “Forgive Our Fathers” è la degna conclusione macignosa di un disco che si regge alla grande, pur con fondamenta solide nella gloriosa discografia storica della band, a cui da oggi è legato a doppia mandata. E ora che sono tornati anche loro, dopo i degni accoliti Disumana Res, manca solo un disco nuovo dei Pitchshifter per fare punteggio pieno…
Voto: 8,5/10
Francesco Faniello

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