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Reviews - Ghost
:: Ghost - If You Have Ghost - (Loma Vista Recordings - 2013)
Quando una band arriva al disco di cover il momento è catartico, come diceva qualcuno. Più che altro, l’ascoltatore smaliziato e navigato tende a valutare una serie di componenti: in ordine sparso, la scelta dei brani (che non può essere banale, né scevra di una certa ricercatezza), la funzione o meno del disco stesso come tappabuchi (magari per capitalizzare il recente successo del disco di inediti) e la capacità di marchiare e, per così dire, “asservire” l’originale al proprio sound caratteristico. Bene, si può dire che i Ghost colgano nel segno per almeno due dei principi sopra espressi! Per prima cosa, non ci tediano con noiosissime riproposizioni di classici del Metallo (la lettera maiuscola è qui volutamente provocatoria…) né confezionano un disco dedicato all’horror rock/punk più o meno noto, come ci si attenderebbe da chi ha fatto dell’immagine orrifica il proprio biglietto da visita. Anzi, la presenza nella tracklist di nomi come ABBA, Rocky Erickson e Army of Lovers è emblematica in questo senso, non solo perché ci piace immaginare che la cultura del misterioso combo sia camaleontica, ma anche perché in questo modo l’effetto ottenuto è quello ricercato: l’ascoltatore, incuriosito dalle scelte effettuate dai propri beniamini, tende a cercare le versioni originali e allarga così il proprio raggio di azione. Lo abbiamo fatto con i Metallica, all’epoca dei vari “Garage Days”, e la nostra cultura non ha potuto che beneficiarne. Certo, non manca l’inclusione dei Depeche Mode a rappresentare la classica eccezione che conferma la regola; un peccatuccio veniale che viene in parte ripagato da una versione di “Waiting for the night” che almeno non è infarcita di chitarroni e cori angelici, come accade di sovente negli ultimi tempi. Tornando alle premesse iniziali, in secondo luogo è indubbio come i Ghost riescano ad imprimere il proprio marchio di fabbrica sulle tracks presenti, suonate con il consueto mood malato e dissacratorio che caratterizza il sound di “Opus Eponymous” e “Infestissumam”. D’altronde, l’impressione di chi ascolta per la prima volta la title-track è che la stessa sia stata scritta appositamente da Rocky Erickson per la band, mentre la versione di “Crucified” degli Army of Lovers ci mostra in modo davvero illuminante come dare ad una dance hit degli anni ‘90 una veste rock decadente che tuttavia non snaturi l’intento melodico che sta alla base. Il parlato in un inglese che esalta volutamente l’esoticità della pronuncia originale di Emeritus è sicuramente una delle componenti che concorrono al successo della formula, allo stesso modo dell’autocitazione del refrain iniziale di “Year Zero” collocata nell’incipit della cover di “I’m a Marionette” degli ABBA. Lo stesso discorso si applica ancora una volta a quanto fatto in precedenza dai Metallica, e va di nuovo a favore dello spessore artistico dei Ghost, che sono qui riusciti a suscitare il mio interesse per gli ABBA più e meglio di quanto sia riuscito a fare Malmsteen (e Madonna) con “Gimme gimme gimme”. Ah, quasi dimenticavo: a chiusura tracklist trovate l’ormai classico “Secular Haze”, in versione live: la prossima volta non me li faccio scappare, giurin giurello…
Voto: 8/10
Francesco Faniello

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:: Ghost - Infestissumam - (Loma Vista Recordings - 2013)
Quando ci si mette di mezzo la Nemesi, non c’è verso. Dopo aver dovuto rinunciare ad intervistare in quel di Bologna Papa Emeritus II e i suoi Nameless Ghouls, ossia gli svedesi Ghost, sono riuscito a perdermi persino la loro esibizione al Sonisphere di Milano, rea una scaletta oraria sin troppo dura con i gruppi centrali, e soprattutto reo il mio orario lavorativo del sabato! Eccomi dunque a dire di “Infestissumam”, uno di quei dischi che hanno fatto tanto parlare di sé, pubblicato da una band probabilmente destinata a sua volta a far parlare ancora tanto di sé. Ridondanza a parte, la discussione intacca anche lo stesso monicker della band, che sul territorio statunitense diventa magicamente Ghost BC, per problemi di copyright… sarà ma a me suona molto familiare come vicenda, ricordandomi da vicino quanto accaduto per i Death SS sul mercato tedesco. Comunque sia, nel combo è evidente un’eccessiva attenzione all’immagine e alla dichiarazione “a effetto”, così come uno sciovinismo satanista che non si vedeva dai tempi di Glen Benton. È pur vero che sin dai tempi che furono il pubblico si è mostrato piacevolmente impressionabile ai fenomeni dal cipiglio mediatico – Kiss, Alice Cooper, WASP e Marilyn Manson ne rappresentano un elenco quanto mai poco esaustivo – e che al contempo molti di questi fenomeni avevano un sostrato musicale di tutto rispetto, fermi restando i gusti e le preferenze personali. Quindi, sapete quale è stato il mio approccio ad “Infestissumam”? Il puro e semplice ascolto, senza che sullo schermo – sia digitale che mentale – scorressero le immagini dionisiache in stile anni ‘30 del promo clip di “Year Zero”; di conseguenza, ecco le mie personalissime conclusioni. Dopo un esordio che aveva fatto gridare al miracolo, e infiammato più di qualche ascoltatore, i Ghost giungono al passaggio obbligato del secondo album senza l’effetto sorpresa, ma con più di qualche freccia al proprio arco; e questo è probabilmente sia il pregio che il difetto della band, foriera di un sound talmente caleidoscopico da risultare fuorviante, e dispersivo per l’ascoltatore. Anche perché, se “Per aspera ad inferi” procede come uno schiacciasassi, e la successiva “Secular Haze” ne condivide l’incedere spettrale con un sostrato di rock psichedelico, l’atmosfera notturna e gli stacchi NWOBHM di “Jigolo Har Megiddo” giungono a sparigliare le carte in vista della spiazzante accoppiata “Ghuleh/Zombie Queen”, sin troppo costruita su certi stilemi del glamour settantiano (o dell’elettronica di atmosfera in stile Peeping Tom, se preferite). Per un aspetto musicale che appare multiforme, ce n’è uno che si pone come la vera e propria costante dell’album, l’uso a profusione dei cori: la già citata messa nera di “Year Zero” ne è l’esempio classico, ma la band utilizza talmente tanto tale componente fino a giungere ad abusarne, per la verità. E se “Body and blood” è una novella danza della fata confetto, ecco la chiara estrazione swedish rock and roll di “Idolatrine”, e l’incedere spettrale di “Depth of Satan’s eyes”, a metà tra psichedelia e Voivod (che poi sono quasi la stessa cosa, obietterà a ragione qualcuno): di sicuro, i brani in questione testimoniano come i Ghost diano il meglio di loro nella sobrietà della tradizione psichedelica piuttosto che nei pomposi e tronfi esperimenti corali che richiamano un’epicità a volte fuori contesto.
Insomma, siamo dinanzi al fenomeno mediatico del 2013? Come già detto in altre sedi, non deve essere questo ad impedirci di esprimere un giudizio obiettivo. Di sicuro siamo dinanzi ad una band che crea il proprio sound tassello dopo tassello, e che essendo giunta al secondo album ha ancora alcuni passi da fare perché la si possa considerare “arrivata” o “capofila”. Personalmente sono molto attratto dalle componenti del loro sound che più si distanziano dal metal, e probabilmente non è un caso. Anzi, è un fatto positivo che una band si ponga “al di fuori” di una classificazione definitiva, specie poi se dispone dei canali mediatici adatti a diffondere il proprio personale approccio alla musica. Già, la musica… se anche voi pensate che “Mostrance clock” sia la chiusura ideale per questo lavoro, prendete atto dell’unico fattore che conta allo stato attuale delle cose: “Infestissumam” è un disco riuscito, e se i Ghost saranno ricordati come l’ennesima meteora o additati come i capofila di questo o quell’altro movimento non sta a noi stabilirlo!
Voto: 8/10
Francesco Faniello

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:: Ghost - Meliora - (Spinefarm Records - 2015)
Nel 2013, anno in cui per la prima volta le strade dei Ghost avevano incrociato la mia, la sensazione che ebbi fu molto simile a quella dei ricercatori di Talamasca in “Queen Of The Damned”, all’esplodere del fenomeno Lestat: dubbi, sospetti e attesa dello svolgersi degli avvenimenti, a fronte di eventi dall’indubbio fascino, quali erano l’ascolto di “Infestissumam” e del successivo “If You Have Ghost”. Lungi dal porre il fenomeno del soprannaturale come pomo della discordia, il quesito che emergeva era apparentemente più semplice: operazione ben studiata o primi passi di un qualcosa di realmente dirompente? Se è la relativa longevità (anche discografica) di un progetto a rappresentare una pietra di paragone, è la seconda affermazione ad essere quella più vicina alla verità, e tuttavia il problema – personalmente – non si pone. Il mio parere è che i Ghost, proprio perché finemente “costruiti”, sono “built to last”, come si suol dire, non proprio dalle loro parti. Una sorta di “metacostruzione”? Probabile (e mi si passi il neologismo), nel senso che dare l’impressione di star mettendo su un gruppo “a tavolino” è il modo migliore per pianificare davvero bene le (reali) intenzioni artistiche. Che con “Meliora” vengono confermate, eccome. Certo, “Infestissumam” sarà duro da scalzare – per la sua morbosità innata unita ad un gusto melodico felice e fortunato – ma col tempo questo disco magari riuscirà a far breccia nei tanti accoliti; d’altronde, conosco almeno un paio di persone che mettono sul podio l’esordio “Opus Eponymous” e la conclusione è che, alla fine, in un disco dei Ghost ognuno ci trova quello che vuole. Ad esempio, rileggendo la recensione di “Infestissumam”, mi rendo conto io stesso di aver modificato i miei gusti nel tempo, tanto che oggi sul podio porrei “Ghuleh/Zombie Queen”, “Body And Blood” e magari “Mostrance Clock”… discutibile? Opinabile? Probabile, ma questo sono io. Bando al passato, e veniamo a “Meliora”, che come già detto conferma la linea della band e addirittura ne eleva gli obiettivi complessivi, marciando compatto verso quella chimera di “maturità artistica” che significa tutto e niente, come abbiamo più volte detto. L’incipit di “Spirit” affidato alle tastiere ci conduce subito sui lidi (cinematografici) dell’horror d’annata, sebbene non sia difficile scorgervi suggestioni care ai Portishead e, perché no, ai Pink Floyd. Quello dei riferimenti floydiani e più in generale al passaggio tra gli anni Sessanta e Settanta pare poi essere una costante di “Meliora”, per via in primis di un uso delle tastiere più vicino ai tempi in cui il mellotron era giovane, e poi della ricerca quasi beatlesiana della melodia, un percorso che travalica il classico sostrato rock’n’roll scandinavo per giungere dritto al punto e dribblare sempre più spesso l’universo estremo, culminando in “He Is”, con la sua carica evocativa direttamente mutuata dal tardo periodo della coppia Lennon/McCartney o anche da alcune cose dei Genesis con Peter Gabriel (blasfemia? Ascoltate per credere…). Tornando all’opener, la strofa in controtempo si conferma una costante inossidabile dei Ghost, in continuità con le precedenti “Con Clavi Con Dio” e “Per Aspera Ad Inferi” ma con una rinnovata efficacia che ne fa uno dei pezzi di punta e non il solito filler posto in apertura, da saltare per giungere al sodo. Non azzardatevi a gridare allo schema predefinito però: non mi sembra di aver mai sentito le stesse critiche per i Metallica, che da “Ride The Lightning” in poi hanno impostato i loro dischi secondo una sorta di schema efficiente e ben collaudato. In ogni caso, al di là delle decise bordate sabbathiane che non mancano mai e dei riferimenti all’ampia tradizione del metal estremo di casa loro, direi che su “Meliora” i Ghost vanno ancora oltre i confini (pur larghi) del genere, con le influenze settantiane che si fanno comunque più decise, complice un uso delle tastiere sempre più attivo e non limitato al semplice tappeto “di amosfera”. Non mancano episodi più diretti come “From The Pinnacle To The Pit” – la cui carica energica mi ha personalmente ricordato gli H-Blockx e una certa frangia industrial metal europea – o brani come “Cirice” e “Majesty” (la prima caratterizzata da un riffing alla Iommi, la seconda con il suo incipit purpleiano che sfocia in passaggi cari alla coppia Hanneman/King) che lasciano persino intravedere un gusto prog che ritenevamo impensabile per il combo svedese, tanto che su “Absolution” affiora dal sostrato tipicamente gothic il tipico flavour anni ‘80 appannaggio di gente come i Marillion (da cui la scena estrema ha ampiamente tratto ispirazione, vedi Cradle Of Filth e soci…). In fondo, l’alone di mistero che circonda la band è un po’ la diretta emanazione della loro filosofia: nessuna divinizzazione dei membri, semmai una loro demonizzazione… e comunque, di “stage personas” come il loro Papa Emeritus (giunto al III capitolo della saga) è piena la storia del rock, e non sto neanche qui a citarvi i molteplici esempi che essa annovera. Motivo per cui preferisco soffermarmi sulla musica, per l’occasione molto più incentrata sui riff e sulla costruzione dei brani, con la voce dell’Emerito che non rappresenta più il perno centrale attorno al quale si muovono i Nameless Ghouls. Un elemento sicuramente ambivalente, che rende i Ghost ancora più interessanti che in passato sul piano della composizione, con la conclusiva “Deus In Absentia” che ripristina parzialmente gli equilibri, riportando le linee vocali al centro, mentre l’uso a profusione del coro in tutta la seconda parte del pezzo tende a ricreare quelle atmosfere che abbiamo imparato ad associare agli scandinavi. D’altronde, tra loro, gli Avatarium e gli Imperial State Electric c’è da innalzare grandi lodi a quanto tuttora (oggi, non nel 1990) proviene dalla terra di origine dei Goti. E allora? Direi che un mezzo voto in più rispetto al passato è meritatissimo, vero?
Voto: 8,5/10
Francesco Faniello

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