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Reviews - Galderia
:: Galderia - The Universality - (Metalodic Records - 2012)
Vi piace l’happy metal? Andate pazzi per Freedom Call e per i figliastri deviati di Kai Hansen? Allora sono convinto che le produzioni presenti sul mercato non siano mai abbastanza per voi, e che i Galderia siano il vostro pane quotidiano: prendete il power, aggiungete un pizzico di symphonic (che va tanto, di questi tempi), selezionate nella Grande Enciclopedia del Rifferama solo i giri in maggiore e avrete così un’idea sufficientemente chiara di come questa band francese può suonare. Certo, si fa presto a dire happy metal e ad affibbiare etichette, ma questo sembra essere l’intento primario della band, a giudicare dalle note promozionali che ne esaltano la netta distinzione dal restante mondo oscuro e cattivo del metal. Certo, i fans più attenti degli Helloween sanno bene che la positività ostentata dalla band amburghese non manca mai di una sana dose di ironia, una qualità che sembra decisamente scarseggiare nell’eterna stirpe di loro seguaci, ma non è questo il punto. Personalmente non amo questo particolare approccio al genere, e tuttavia non posso che apprezzare l’onestà stilistica del quartetto d’Oltralpe, nonché la loro passione per l’argomento cosmologico – Galderia è infatti un pianeta immaginario, sede di una società utopica. A costo di ripetermi, ricordo che i fans sfegatati del genere sanno già cosa attendersi da un disco come “The Universality”: l’intro “Universal Glory” sfocia maestosamente nella vera e propria opener “Children of the Earth”, rassicurante come la vostra copia incorniciata dei due Keepers. Parlando di strutture riproducibili, spicca senz’altro la title track, che ricorda da vicino “Heaven or Hell” dei Gamma Ray, ma anche questo accostamento non è casuale. In “Raise the world” fa addirittura capolino un accenno di growl, immagino buttato lì a simboleggiare l’eterna lotta dei “galderiani” con le forze del male e amenità simili. In tema di grandi ospitate, la voce femminile in “Sundancers” è di sicuro funzionale alla narrazione, mentre i licks chitarristici di “Far Space” giungono a chiamare in causa persino i nostrani Domine e il loro inno “Dragonlord”. Se decidete di dare una possibilità alla band, immergetevi nel concept filosofico che i dodici brani presenti seguono, e anche alcune ridondanze dovute alla giovane età anagrafica dei protagonisti vi appariranno peccati veniali (è il caso di “One million dreams”, sin troppo tronfia e costruita su linee vocali debolissime). Personalmente, la mia idea di “musica descrittiva” è agli antipodi…
Voto: 6/10
Francesco Faniello

Contact:
www.galderia.net
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