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Reviews - Fragore
:: Fragore - Asylum - (Murdered Music - 2016)
Ok, inauguriamo oggi la fruttuosa rubrica dei “meglio tardi che mai”. Si spera, almeno, che sia fruttuosa e che mi riporti in pari con alcuni dei promo giunti in “redazione” da un bel po’ ma rimasti schiacciati dalle solite esigenze del “c’è l’uscita imperdibile del gruppo tal dei tali”, per non parlare delle lungaggini che da sempre contraddistinguono l’operato del sottoscritto. Eccoci dunque all’ultimo disco dei Fragore, vecchia conoscenza di queste pagine virtuali. Il precedente “The Reckoning” usciva per la prolifica Coroner Records, mentre questo “Asylum” è targato Murdered Music, ma la formula cambia poco, confermando lo status di band monolitica e ultraconservatrice, devota seguace dei dettami di un certo thrash/death anni ’90. Nulla di iconoclasta o di eccessivamente dedito alla velocità tout court, tuttavia, perché il terzetto piemontese predilige di certo i momenti cadenzati, anche allo scopo di descrivere scenari cupi e apocalittici. A questo concorrono di sicuro le vocals profonde di Davide Nunziante, cantante/chitarrista che è un po’ anche il perno del sound dei Fragore, marchiando a fuoco con i suoi assoli la quasi-opener “Hidden Truth” con un’efficacia che discende direttamente dai Testament dell’epoca Murphy. Questa è un po’ la sintesi dei Fragore: un sound che indulge su velocità mediane coronato dalle vocals abrasive di cui sopra, salvo concedere qualcosa alla melodia in brani come “Control Denied”, in una miscela che devia di pochissimo dall’integralismo sonoro della band, o nella discreta “Alone”, in cui permane la capacità di creare atmosfere plumbee secondo una formula simile a quella impostata dai Kreator di “Renewal”. Direi che ce n’è abbastanza per gli aficionados, che potranno godere della macchina schiacciasassi di “Made Of Steel” o dell’inusuale idea di collocare in chiusura al disco un brano strumentale come Children Of The Sky, che personalmente avrei visto meglio nel bel mezzo della tracklist; personalmente, non posso dire di essere un vero e proprio seguace di simili latitudini musicali (troppo lente per essere thrash, troppo veloci per il doom, il doom/death e simili), eppure non posso che confermare che i Fragore possano essere considerati – a loro modo – sinonimo di qualità per certe sonorità retrò ma in grado di colpire ancora oggi una larga fetta di nostalgici. A voi la scelta.
Voto: 7/10
Francesco Faniello

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:: Fragore - The Reckoning - (Coroner Records - 2014)
Se parlassimo di packaging, nel senso più ampio di “presentazione”, i Fragore vincerebbero a mani basse, eccome. Colori accesi, uno scenario post-apocalittico suffragato dagli incazzatissimi testi, e un monicker semplice e diretto. In più, sempre parlando di “presentazione” in senso ampio, c’è da dire che la band ha curato la qualità sonora fino all’inverosimile, tanto che il sound stesso del loro “The Reckoning” è forse uno degli elementi che spicca con maggiore evidenza all’ascolto. E ci mancherebbe altro, aggiungerebbero i fanatici dell’Hi-Fi. La band torinese è attiva dall’inizio del millennio e, dopo un inizio sul versante del rock alternativo, ha inglobato man mano una serie di elementi che hanno contribuito a variegarne la formula di extreme metal, col tempo dispiegata. In particolare, sono i brani posti in apertura a portare avanti la bandiera di un classico thrash/death cadenzato, vagamente reminiscente degli ultimi Sodom. Da notare come “Resurrection Nemesis” citi il classicone “Domination” dei Pantera nel finale – un rimando anche troppo lungo per i miei gusti – e come su “AK-47” faccia capolino un growl più marcato che in precedenza, subito doppiato da un break doom/orientaleggiante degno dei Memento Mori, sicuramente funzionale alla narrazione pur con una sensazione di straniamento senza pari! In sostanza, se il disco è ben suonato e prodotto ancora meglio, semmai il problema può essere una lieve discontinuità di genere, e l’indulgere di tracce come “Abominevole” e “The System Has Failed” su un death lento e cadenzato, un sound che in genere non mi fa impazzire. Sul versante della ricerca di una matrice personale, va sottolineato come la band sembri aggiungere un ingrediente alla volta, in una formula strana ma non poi così male come ci si potrebbe attendere: è il caso dell’essenzialità di un pezzo come “Barrier”, che riporta alla memoria i Sepultura di vent’anni orsono, del post/grunge dei cori di “Sad Souls”, o delle suggestioni “danzerecce” dei due remasters posti in chiusura dell’album. In generale, è chiaro come il trio non aggiunga nulla di nuovo a quanto già noto in ambito metal, tanto che a tratti il disco suona come un vero e proprio Bignami del metallo; certo è che Nunziante e soci confezionano il tutto in maniera decisa e convinta, la qualità migliore affinché il tempo dia ragione alla loro formula.
Voto: 7/10
Francesco Faniello

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