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Reviews - Folkodia
:: Folkodia - Battlecry - (Stygian Crypt – 2010)
Evidentemente i Folkodia dai Folkearth non hanno mutuato solo la prima parte del nome, il genere, il concept e il sound, ma anche la prolificità. Così come i più importanti compagni di etichetta, i Folkodia hanno l’invidiabile media di un disco all’anno. Battlecy è il terzo album in tre anni. Probabilmente, la convivenza di numerosi artisti di etnie diverse stimola la creatività, anche se la quantità non fa rima con originalità. Battlecry non sposta di una virgola quanto fatto sinora da questa combriccola di nostalgici dell’Europa che fu. Metal (più o meno estremo) e folk (con gli ormai non più inconsueti strumenti tradizionali) si sposano per creare un sound che travalica le soglie del tempo e ci riconduce a un medio evo di favola e leggenda. Chi è aduso a queste sonorità sa che le possibilità sono due, o ci si sbava dietro o lo si critica negativamente a priori. Non so a quale fazione apparteniate (probabilmente, se il nome del gruppo ha attirato la vostra attenzione, significa che militate nella prima), ma a mio avviso il genere si sta inflazionando a scapito della qualità e di alcune di quelle caratteristiche primigenie che avevano attirato la mia attenzione verso la metà degli anni novanta. Per dirla tutta, quel fascino barbaro che avevano i primi lavori degli Enslaved, oggi non lo ritrovo. Più che innanzi a dei guerrieri, ci ritroviamo davanti a mingherlini giocatori D&D. Alla fine, Battlecry strappa la sufficienza, ma la supremazia nel genere rimane ad appannaggio di altri gruppi, Eluveitie in primis. Se poi vogliamo giocare ai vecchi nostalgici, allora…
Voto: 6/10
g.f.cassatella

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www.myspace.com/folkodia
www.stygiancrypt.com
:: Folkodia - Forgotten Lore - (Stygian Crypt – 2011)
Se non sono Folkearth… son Folkodia. Quando nella mia cassetta postale trovo un pacco promozionale della Stygian Crypt, nove volte su dieci mi capita tra le mani uno di questi due gruppi. La prolificità di queste band, quantomeno un album all’anno, e la leadership dei Folkearth nel catalogo dell’etichetta russa sono le concause di questa situazione. I Folkodia, al quarto album in quattro anni, ci riprovano con un lavoro che punta sull’aspetto acustico del folk, disegnando atmosfere epiche e rilassate. La line-up resta sempre quel crogiolo di razze (non ci sono italiani) che caratterizza da sempre la band, ma nonostante il numero elevato di musicisti coinvolto, le idee nuove scarseggiano. Se da un alto questo può essere un punto a favore del combo, almeno per i fan del folk, dal’altro diventa un contro per chi come me ogni anno si ritrova a fare i conti con dischi sempre uguali (con relativa scarsità di aggettivi da utilizzare). Per questo il consiglio che do ai Folkodia è lo stesso che ho dato ai cugini Folkearth: abbasta! Fermatevi uno, due, tre anni, eviterete così di saturare il mercato (per non dire altro). Per non essere del tutto negativo nel mio giudizio, segnalo al bella copertina. Il voto per questo lavoro? Date un occhio alle altre recensioni presenti in questa pagina…
Voto: SV

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:: Folkodia - In a Time of Legends - (Stygian Crypt Productions – 2009)
Non posso nascondere che questi Folkodia più di una perplessità me la sollevino. Ho sempre ritenuto la vera carta vincente dei Folkearth non il loro sound (non originalissimo) quanto l’idea di fondo, cioè quella di riunire al proprio interno una miriade di musicisti di ogni parte del globo. Quindi i Folkearth senza quella peculiarità restano una buona band ma non di prima fascia. I Folkodia non hanno neanche questa originalità di fondo, anzi sono una riproposizione pedissequa degli autori di Rulers of the Sea! Stessa idea di riunire musicisti di etnie diverse (per noi c’è Elio D\'Alessandro già Folkearth), stesso genere, logo simile, grafica e foto identiche. Neanche un po’ di sforzo per trovare un nome che non richiamasse l’altro gruppo. Ovviamente, stessa etichetta (ma questa è più colpa della Stygian Cript che della band). Evidenziata, quindi, l’assoluta mancanza di originalità del progetto, cerco di soffermarmi sulla musica di questo secondo album (il primo autoprodotto, Odes from the Past, risale al 2008). Folk-viking è suonato con l’ausilio di chitarre elettriche e acustiche più tutta una serie di strumenti tradizionali quali flauto, cornamusa e violino. I testi, inutile dirlo, si rifanno alla tradizione nord europea e\\o pagana. Sono certo che chi ama i Folkearth troverà degli spunti interessanti anche in questo disco, se sarà in grado di non sottilizzare troppo sulle somiglianze tra le due band…
Voto: 5/10
g.f.cassatella

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