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Reviews - Folkearth
:: Folkearth - A Nordic Poem - (Stygian Crypt- 2004)
Atto formale di nascita del più particolare gruppo di folk-viking metal. Quindici membri di nazionalità diversa riuniti dalla passione per il folk e il metal. Dal punto di vista stilistico questo primo capitolo della saga raccoglie dieci tracce (otto più intro e outro) dal sapore antico ma al contempo dalla forte carica metallica (dal power al black). L’utilizzo di strumenti (più che altro della tradizione nordica) inusuali per il nostro genere è la chiave di volta per i paesaggi bucolici che il gruppo riesce a creare. Epico, maestoso e senza tempo, A Nordic Poem è una manna dal cielo per tutti coloro che sono un po’ delusi dalla svolta che il pagan ha avuto negli ultimi tempi. Indubbiamente fa una certa impressione vedere musicisti americani inneggiare a Odino e compagnia bella, ma alla fine un po’ vichinghi lo sono anche loro. Magari la scritta Vinland al posto di USA ci sarebbe stata meglio. In questo primo capitolo (la band sfornerà poi altri cinque album nei successivi quattro anni) la componente targata Italia (o Nord Italia, come “simpaticamente”, sottolineato nei booklet degli album successivi) manca, però poco male A Nordic Poem, anche se un po’ grezzo, rimane uno dei capitoli migliori della saga Folkearth. Consigliato a tutti nostalgici dei tempi che furono.
Voto: 7/10
g.f.cassatella

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:: Folkearth - Balder’s Lament - (Stygian Crypt Productions - 2014)
Bene, ci sono due greci, un italiano, due americani, una francese e… ehm no, non è una barzelletta, perché oggi parliamo di questa ‘strana’ project-band che unisce musicisti provenienti da diversi Paesi (sparsi nel mondo) e che condividono (e suonano) il Folk e Pagan Metal. Infatti, analizzando il nome “folk + terra”, esso simboleggia l’unione di musicisti provenienti da tutto il mondo, che amano il folk (metal) e arrivano da: Monaco, Grecia, Italia (Gianluca Tamburini), Usa, Germania, Lituania, Francia e Argentina; precisiamo che il ‘progetto’ utilizza strumenti autenticamente tradizionali: violoncello, soprano, flauto, fisarmonica… che danno quel tocco in più di folk tradizionale (di forte ispirazione celtica). E diciamo subito, che “Balder’s Lament” è dedicato a Ruslanas “Metfolvik” Danisevskis, fondatore dei Folkearth, morto a metà 2013. Bene, precisando che non è una band di novellini, ma che Folkearth sono attivi dal 2004 e hanno pubblicato ben 12 full-length, pubblicando sempre con la russa Stygian Crypt Productions. I suoni sono molto ‘epici’ e spesso, verrà la voglia di afferrare un’ascia e correre per casa ed urlare, magari per aggredire qualcuno in nome di Odino (& Co.)! Non fa differenza citare uno o più titoli, l’album è interessante e farà gola ai fan del genere, ma gradevole, anche per chi non vive per pane e folk-metal; quindi, non vi resta che regalare un ascolto a questa band, in nome di Odino e del folk pagan metal.
Voto: 6,5/10
Giovanni Clemente

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:: Folkearth - By The Sword Of My Father - (Stygian Crypt – 2009)
Mettere insieme 31 teste non deve essere impresa semplice, soprattutto se queste provengono per lo più da nazioni differenti. Ma l’amore per le sonorità folk di stampo nordico, già nel primo album dei Folkearth, si era dimostrato un ottimo collante. Scongiurato il rischio di un’opera sin troppo disomogenea, i musicisti hanno sapientemente calibrato i dosaggi di metallo e folk. Il metal, probabilmente rispetto a quello contenuto nel disco d’esordio più black oriented, ha maggiori sfaccettare power che donano all’album un feeling “happy” (in alcuni casi sembra quasi di ascoltare i Mago De Oz). Ma non temano tutti gli amanti del viking più ortodosso o tutti coloro i quali hanno apprezzato il precedente The Nordic Poem: le atmosfere antiche e maestose sono sempre presenti e così stralci più black metal oriented. Certo la lunghezza dell’album (72 minuti) non aiuta a mantenere alto il livello di attenzione durante l’ascolto, ma tutto sommato il tempo trascorso in compagnia dei 31 artisti alla fine si rivelerà tutt’altro che sprecato. Ancora una volta consigliato.
Voto: 7/10
g.f.cassatella

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:: Folkearth - Drakkars In The Mist - (Stygian Crypt Prod. – 2007)
Nel giro di pochi anni i Folkearth sono diventati il gruppo di punta dell’etichetta russa Stygian Crypt e uno dei nomi più chiacchierati del sottobosco estremo europeo. La peculiarità del gruppo non è tanto nella proposta stilistica, quanto nella particolare line-up multietnica. Drakkars in The Mist è il terzo album e vede all’opera ben 30 musicisti di ben undici paesi (3 provengono dall’Italia, o come è specificato nel booklet dal Nord Italia!?!). Parlato dell’aspetto più eclatante del gruppo, passiamo alla “ciccia”, ossia la musica. Black metal dalle forti influenze folk e, come spesso accade nel metal folk, questo è sinonimo di musica popolare nord europea (o se preferite vichinga). Da questo punto di vista il gruppo è uno dei migliori interpreti del genere, il diverso background culturale degli artisti coinvolti garantisce tutta una serie di sfumature che altre band non hanno. Rispetto ai dischi precedenti la componente estrema del suono è scemata (ma non scomparsa) a favore d’una maggiore attenzione alle parti più propriamente folk, il che rende l’album più soft e accessibile. I pezzi che mi hanno colpito maggiormente sono stati: \"Hoplites Awaiting Command\", “Great God Pan”. Probabilmente i pezzi presenti nell’album sono troppi (14 e salgono a 17 con le tre bonus track), e rendono difficoltoso l’ascolto (sono ben 67 minuti), ma la qualità dei singoli brani non è in discussione. Molto suggestiva la copertina e curatissimo il booklet.Un buon album da parte di uno dei gruppi più particolari della scena metal attuale.
Voto: 7/10
g.f.cassatella

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:: Folkearth - Father Of Victory - (Stygian Crypt Productions – 2007)
Cosa accadrebbe se diversi musicisti di culture e paesi diversi si riunissero sotto un unico progetto? Semplice, darebbero vita alla band dal nome Folkearth (nome inglese che in italiano significa “Terra folk”). È proprio questa la particolarità di questa band internazionale, fare del folk metal racchiudendo le culture più diverse tra loro.
“Father Of Victory” è il quarto full-leight sfornato da questo progetto (la cui line-up è formata da ben 20 musicisti provenienti da: USA, Italia, Francia, Lituania, Gran Bretagna e Galles).
Come ho già detto in precedenza il sound presentato è folk metal ma dalla forte componente estrema (quindi è un sound che si allontana da quello prettamente tarantellistico in Korpiklaani style per avvicinarsi maggiormente in qualche modo a quello Finntroll) e con influenze medieval e viking.
Formato da dodici pezzi in cui sono presenti delle ottime melodie facilmente assimilabili, che riescono sempre a colpire e trasportare l’ascoltatore. Tra i brani, anche se tutti sono mediamente di alta qualità, quelli che vengono maggiormente apprezzati da subito sono: l’energica “Dawn In Tir Na N’Og”, l’incantevole title track e la bellissima “The Iron Wolf”.
Per i restanti brani da me non citati c’è bisogno di vari ascolti per poterli apprezzare a pieno, però una volta ascoltati varie volte lo sforzo verrà ben ripagato.
Complessivamente “Father Of Victory” risulta essere un ottimo prodotto scaturito da un progetto interessante che farà la felicità degli amanti del genere.
Voto: 8/10
Pax (Antonluigi Pecchia)

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:: Folkearth - Fatherland - (Stygian Crypt Records – 2008)
Complicatissimo tenere il passo con le uscite della band folk metal più cosmopolita del globo. Tra il 2004 e il 2008 i Folkearth hanno pubblicato la bellezza di sei album, tre dei quali solo nel 2008! Se il capitolo precedente della discografia del gruppo era una rilettura in chiave acustica della musica normalmente proposta dalla band, con Fatherland (terzo album con father nel titolo) si torna su lidi più consoni al metal. Certo, la componente black metal sta scemando man mano sempre più,non scomparendo del tutto (basti ascoltare “Guardian Of The Bridge” per capirlo), però è indubbio come il gruppo ormai sia più interessato al folk che al metal. Personalmente gradisco maggiormente quei pezzi in cui la componente metallica è ancora presente, tuttavia non posso rimarcare ancora una volta come le partiture folk del gruppo siano tra le migliori in circolazione. Individuare differenze stilistiche ulteriori rispetto ai dischi precedenti è opera ardua, essendo stati concepiti gli album in tempi “ristretti”. Meglio quindi individuare dei brani più convincenti e sicuramente in questo lotto rientrano la già citata “Guardian Of The Bridge”, “Freedom Or Death (Kosovo 1389)” e “Cataphract Legion”. Se il vostro cuore vichingo reclama musica epica, maestosa, Fatherland non lo deluderà.
Voto: 7/10
g.f.cassatella

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:: Folkearth - Minstrels By The River - (Stygian Crypt Prod. - 2011)
Ritorno all’acustico per i Folkearth, band composta da numerosi membri proveniente dalle più disparate parti del mondo. Elettrico o acustico che sia, lo spartito cambia poco, le sonorità restano legate all’immaginifico norreno. Questo “MBTR” è in tutto e per tutto una sorta di sequel di “Song Of Yore”, primo esperimento non elettrico dell’“orchestra”. Se avete ben chiaro il contenuto di quel disco, potete già sapere che sapore acquistano le canzoni in questa nuova chiave di lettura. Una maggiore vena nostalgica ammanta le song, anche se alla lunga la monotonia fa capolino. In questo senso lavori di altre band del passato, anche se di origine anglosassone, come Incredible String Band o i Comus, potrebbero rappresentare degli esempi da seguire. Soprattutto i secondi hanno (parlo di loro al presente perché parrebbe che…) una vena apocalittica che darebbe un maggiore smalto e varietà alle composizioni dei Folkearth. Neanche commistioni con altri generi sarebbero male. Certo variare la proposta sarebbe un rischio non da poco, i fan potrebbero non gradire. Io ritengo che sia arrivato il momento di farlo, poiché non sono mai stato un integralista. Una band che sforna un cd all’anno può anche permettersi il lusso di uscire dal seminato, tanto l’occasione di ritornare sui propri passi capita di certo (i Folkearth sono la punta di diamante della Stygian Crypt, difficilmente l’etichetta non darebbe loro una nuova possibilità). Per il momento non me la sento di attribuire un voto che vada oltre la sufficienza.
Voto: 6/10
g.f.cassatella

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:: Folkearth - Rulers Of The Sea - (Stygian Crypt – 2009)
Non so se l’unione faccia o meno la forza, però nel caso dei Folkearth, rende sicuramente prolifici. Dopo un 2008 ricco di uscite (ben tre album), il 2009 stava terminando senza neanche unapubblicazioni. Ma più fertile di un coniglio cinese, la multinazionale del folk metal ha piazzato un colpo di coda niente male: Rulers Of The Sea. La formula è la solita: black metal più folk metal (di stampo centro-nord europeo). Non starò qui neanche a fare il solito elenco di cifre inerenti a nazioni interessate, o a band più meno note che prestano i propri componenti a questo ensemble, chi ha letto le mie precedenti recensioni (per chi non l’abbia mai fatto, sono disponibile in questa stessa pagina) sa che ritengo i Folkearth i migliori interpreti del genere. La line-up multietnica, per quanto caratteristica, non deve distrarre dai contenuti musicali. I compagni di etichetta Folkodia ne sono un esempio lampante, pur riprendendo la stessa idea di fondo, non riescono a ottenere gli stessi risultati. In attesa del prossimo parto dei Folkearth, vi consiglio di partire per questo ennesimo viaggio nel tempo in compagnia dei dominatori del mare!
Voto: 7,5/10
g.f.cassatella

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:: Folkearth - Songs Of Yore - (Stygian Crypt Productions – 2008)
Raccolta di brani riproposti in chiave acustica per il progetto internazionale Folkheart.
In “Songs Of Yore” è presente il risultato del folk/viking energico che solitamente la band propone, però i brani in questa versione diventano rilassanti e grazie alla loro atmosfera fiabesca (che si crea tramite cori femminili veramente molto belli) trasportano l’ascoltatore in una sorta di piacevole ipnosi mai noiosa. I suoni pur essendo totalmente acustici godono di avere a favore diversi strumenti musicali per rendere i passaggi delle canzoni sempre pieni di melodie poste in secondo ordine. In pratica un prodotto davvero ben fatto e molto curato che mi fa acquistare molta fiducia per questo progetto, aggiungerei tra l’altro che lo inserirei tra i migliori album acustici del genere!
Voto: 7.5/10
Pax (Antonluigi Pecchia)

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:: Folkearth - Sons Of the North - (Stygian Crypt Prod. - 2011)
In occasione della recensione del precedente album dei Folkearth auspicavo una sorta di anno sabbatico, anche forse più di uno, per il supergruppo internazionale. Così non è stato, ed ecco qui l’ennesimo platter dei nostri, il decimo, se non erro, in poco più di sette anni! Se la proposta era risultata interessante nei primi tre capitoli della discografia dei Folkearth, e qualcosa di degno di nota si era potuto ascoltare nel disco acustico, oggi non posso che continuare a ripetere quello che scrissi ai tempi di “Viking’s Anthem”: basta! Fermatevi due-tre-quattro anni, recuperate un po’ di forze, idee e freschezza, e tornate a dare ai vostri fan un disco competitivo! (questo permetterebbe al sottoscritto di buttar giù recensioni meno ripetitive). Non basta la vena maggiormente metallica già evidenziata nel lavoro precedente per far superare quel senso di già sentito, la noia è sempre dietro l’angolo. Prendete un disco qualsiasi del combo e avrete l’idea di cosa è contenuto in “Sons Of The North”! Se si esclude la titletrack, unica traccia che contiene spunti interessanti, il resto è lì per aggiungere minuti al cd. Alla lunga questo sfruttamento intensivo del monicker porterà a una perdita di credibilità, rendendo poco interessante anche quanto fatto di buono in precedenza. Raccoglieranno i figli del nord questo mio appello?
Voto: 5/10
g.f.cassatella

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:: Folkearth - Viking’s Anthem - (Stygian Crypt – 2010)
“Ognuno ll\'adda fà chesta crianza” dice Totò in una sua nota poesia. Se per il Princie De Curtis, la “crianza” è rappresentata dalla visita annuale del 2 novembre a propri cari defunti, quella del sottoscritto è la recensione dell’album dei Folkearth! Ogni 365 giorni mi ritrovo un nuovo lavoro del gruppo multietnico (non c’è pericolo di offendere la nobile stirpe padano-celtica citando un napoletano in apertura, considerato che italiani questa volta non ce ne sono sul disco) tra le mani. L’inno vichingo innalzato dalla moltitudine di musicisti coinvolti nell’operazione, ha questa volta qualcosa di diverso rispetto al passato: un appeal maggiormente metal. Questo è chiaro soprattutto nella prima traccia, “Beasts From The Blizzards”, che pare quasi un brano dei Maiden. L’andazzo rimane questo per tutto il disco. Il lavoro ne guadagna in melodia, ma ne perde in misticismo epico. Anzi qualche volta suona anche pacchiano, cosa che prima non accadeva negli altri dischi (ed era questo che mi rendeva particolarmente gradita la produzione di questo combo). Comunque i die hard fan della band non si preoccupino, ci troviamo innanzi a un lavoro 100% Folkearth, anche se non il migliore. Che non sia arrivato il momento di mettere a maggese la propria vena artistica?
Voto: 6/10
g.f.cassatella

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