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Reviews - Fire trails
:: Fire trails - Fire trails (Vanadium tribute) - (Underground symphony - 2003)
FIRE (UNDERGROUND SYMPHONY 2003)
“Come on guys, Rock’n’Roll is back!!!” Si, è tutto vero, perchè ci voleva proprio il ritorno di due vecchi marpioni come Pino Scotto e Lio Mascheroni per ristabilire le posizioni e le dovute distanze in un ambiente oggi fin troppo preso dalla voglia di far tutto e subito, per poi bruciarsi come un fuoco di paglia… Fire Trails è il nuovissimo progetto che vede coinvolti i due ex (rispettivamente vocalist e drummer) della storica formazione milanese, accompagnati da validi musicisti quali l’axe-man Steve Angarthal, giovane guitar hero dal curriculum accademico invidiabile e con alle spalle una notevole esperienza live, Angelo Perini al basso e Neil Otupacca, proveniente dagli svizzeri Gotthard, alle tastiere. Tuttavia va quindi precisato che non si tratta di una vera e propria reunion dei Vanadium, bensì di un significativo tributo a quella che fu per l’intero decennio ottantiano la band numero uno in Italia. Un’operazione, questa, quasi impensabile ed improbabile forse fino a qualche anno fa, ma evidentemente fortissimamente voluta, se solo si pensa alla continua richiesta da parte di molti supporters per avere notizie o reperire il vecchio materiale e di fatto, nell’impossibilità di poter ristampare proprio la loro discografia causa la perdita dei master originali. Con Fire Trails l’occasione di riascoltare e conoscere magari per la prima volta ciò che suonavano i Vanadium, può essere colta al volo, con un lotto di brani che vanno a costituire in maniera più o meno esauriente, il meglio del loro repertorio. Chi, come il sottoscritto conosce bene il pionieristico live “On Streets Of Danger”, sa bene a quali songs mi riferisco, poiché il fulcro, l’anima portante di questo tributo risiede proprio in quella setlist (o comunque nei primi tre album), a partire da “On Fire” ruvida di natura e proveniente da “Metal Rock”, opera d’esordio dal forte retrogusto Deep Purple, per passare a super hits come le rockettare “We Wanna Live With Rock’nRoll”e “Streets Of Danger”, la splendida power-ballad “Don’t Be Looking Back” la quale forse più delle altre beneficia del nuovo restyling, mentre il masterpiece Born To Fight viene tributato dall’opener “Run Too Fast” e il grido di battaglia “Arms In The Air”, per concludere con il classicissimo “Fire Trails”, un rock-blues con dedica al mai dimenticato Bon Scott. Inutile dire che tutte le tracce non sono state stravolte negli arrangiamenti ma bensì guadagnano in freschezza grazie ad una produzione targata “anno 2003” risultando più bastarde che mai, con l’inconfondibile spirito rocker di Pino Scotto alle vocals, calde, ruvide e cariche di feeling, e gli intrecci (incredibili) creati dall’accoppiata Angarthal-Otupacca, ossia novelli Blackmore-Lord che non fanno di certo rimpiangere i loro predecessori ex Vanadium. Fire Trails non è solo passato, ma vuole guardare avanti; ecco quindi pronte due nuove songs (tre, se si esclude il breve strumentale “Moving Soul”) che si rispecchiano alla grande con le vecchie produzioni. “Going’ On” è una power-ballad dall’andatura crescente e si adagia su suoni puliti puntando tutto sulla melodia del suo orecchiabilissimo refrain, il contrario di “Wild Horse” la quale esprime il lato più aggressivo della band, una tosta lezione di puro hard rock. Niente da eccepire, questa band ha i controcoglioni giusti per poter dire ancora molto in termini di “vera” musica.

R
:: Fire trails - Third moon - (Valery records - 2005)
Con Third Moon i Fire Trails non solo tornano “on the road” dopo due anni con un album sorprendentemente bello, ma forniscono anche una chiara e precisa risposta a tutti coloro che ipotizzavano un secondo atto del “Vanadium tribute” o comunque in una nuova stretta correlazione con la band meneghina; eh no, perché il verace singer Pino Scotto aveva ribadito a più riprese che i Fire Trails erano e sono “un’altra band” e che il discorso del tributo era un atto più che dovuto ad un importante pezzo di storia dell’hard’n’heavy italiano, ma la questione in ogni modo finiva lì…
Chiusa quindi la parentesi Vanadium, l’attenzione si sposta giustamente su Third Moon, album di cui ho già espresso un confortevole parere in apertura di recensione, ma che altresì, offre ricchi spunti d’interesse a cominciare dal concept di fondo, il quale possibilmente andremo ad approfondire in sede di intervista, mentre altre novità provengono da una line-up riveduta in alcune sue componenti; infatti ad affiancare la ormai consolidata coppia Scotto-Anghartal, troviamo Frank Coppolino al basso (una riconferma per lui dopo il rodaggio effettuato nella scorsa tournee), l’ex R.A.F. Mario Riso alla batteria e Larsen Premoli alle tastiere.
Sul versante prettamente musicale, l’album si articola su undici brani marchiati a fuoco da un hard rock ruvido e sanguigno, anche se, quasi a sorpresa vengono allo scoperto tratteggi epici e teatrali seguiti da lievi passaggi di un progressive dal sapore “vintage”, il tutto in una visione aggiornata dei suoni ed ovviamente della produzione. Da sottolineare poi la raffinatezza dei solos guitar di Anghartal a conferma di essere musicista di talento e i duetti chitarra-tastiere che rievocano verosimilmente le scorribande firmate Blackmore-Lord.
Il brano d’apertura, ovvero la title-track, si fa notare per la sua andatura imponente, incalzante ed il suo refrain bello e quanto mai memorizzabile, semplice nella sua struttura. A seguire, il ritmo tribale di percussioni, ci introduce a “Spaces And Sleeping Stones”, dove robuste chitarre imperversano su liriche che inneggiano alla infinita fede per il rock’n’roll; e altro non poteva essere. “Fighter” si aggiudica la palma di brano di maggiore impatto (alla pari della irresistibile “Freedom Tribes”), tirato su da ritmi sostenuti che mettono a dura prova l’ugola del vocalist, il quale a sua volta ne esce alla grande nell’impresa.
Con un breve salto sulle pur valide “Brave Heart” e “God Of Souls”, meraviglia invece “Sailor And Mermaid” ovvero la traccia dal minutaggio maggiore, dalle caratteristiche più complesse e che forse la mette un gradino sopra le altre per teatralità epica, melodia, capacità di esecuzione notevoli ed ottimo arrangiamento: direi il fulcro dell’album. Quasi inaspettato (ma forse neanche tanto per le caratteristiche del lavoro) lo strumentale “Reaching For The Sky”, mentre “Silent Herpes” ci riporta su sonorità standard hard rock e ritornello orecchiabile. “Stronghold” è il giusto compromesso tra il granitico riffing e la raffinatezza di assoli; si gioca molto in tal senso su questo contrasto in questo lavoro, mentre “Wise Man Tale” è il prevedibile finale, toccante nella sua interpretazione: notevole come pezzo.
Le conclusioni portano a dover affermare come Third Moon sia un album “sentito e passionale” e sotto certi aspetti ambizioso, anche se stilisticamente offra ben poco di innovativo, ma straordinariamente ben fatto. Complimenti.

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