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Reviews - Fear Factory
:: Fear Factory - Genexus - (Nuclear Blast - 2015)
Quando ho ricevuto questo disco ho temuto che avrei ascoltato un altro fallimento dei Fear Factory, band che dall’ormai lontano 2001, con il caro vecchio “Digimortal”, non stava producendo più nulla di troppo entusiasmante. Sono contento di dire che in parte il mio timore non è stato confermato.
Questo Genexus suona davvero benissimo, molto moderno, tagliente, con un groove che ti entra nel cervello, ben ponderato tra i due aspetti che da sempre caratterizzano i F.F., ovvero la componente “meccanica” e quella “umana”: l’elettronica e la strumentistica tradizionale. Lo stesso Burton Bell, front-man della band, spiega che i brani di questo lavoro sono stati creati apposta per mettere in evidenza questi due aspetti, considerando il messaggio che questo disco vuole mandare. Molto futuristici, come al solito, i Fear Factory parlano in questo “Genexus” (fusione delle parole “Genesi” e “Nexus”, rispettivamente “inizio” e “connessione tra due cose”) di una fusione estrema tra uomo e macchina, sottolineando non solo la distruzione che quest’ultima potrebbe portare all’essere umano, ma anche come possa permettergli di superare i suoi limiti biologici. Teorie molto ispirate dagli scritti di noti scienziati ed autori futuristici come il Philip Dick di “Blade Runner”, Ray Kurzwell e Steven Hawking.
Al di là del messaggio interessante del disco, credo sia evidente che Dino Cazares e compagnia abbiano deciso di dedicare il tempo giusto alla creazione di un album che suoni davvero bene, e credo che questi tre anni di pausa dallo scorso disco siano serviti a riordinare le idee ed organizzarle in un lavoro che abbia uno spessore sicuramente maggiore rispetto a quello a cui ci avevano abituati negli ultimi anni. Genexus è la sommatoria di un groove quasi “panteriano”, suoni elettronici alla Rammstein e linee melodiche che ricordano un po’ il metalcore, ed il risultato non è assolutamente male.
Piccoli difetti si possono trovare, a mio parere, nelle linee melodiche dei ritornelli di Bell, che risultano spesso ripetitive e che sembrano girare sempre intorno allo stesso registro senza mai evolversi, e nella cover poco entusiasmante. Per il resto, spero vivamente che questo sia davvero un nuovo inizio per i Fear Factory, perché le cose finalmente ritornano a farsi interessanti.
Voto: 7,5/10
Antonio Paolillo

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www.fearfactorymusic.com
:: Fear Factory - Mechanize - (AFM - 2010)
C\'era una volta un programma chiamato Planet Rock, che dalle frequenze di Stereo Rai mandava ogni lunedì una selezione di brani da far accapponare la pelle all\'incauto ascoltatore. Erano gli anni dei Brutal Truth, dei Cannibal Corpse e, naturalmente, dei Fear Factory. Ed è così che, una sera di autunno del 1992, mi ritrovai ad ascoltare l\'intro di \"Big God/Raped Souls\", commentato dall\'immancabile voce di Mixo... una mazzata tra capo e collo, per niente ammorbidita da una voce che non esitava ad alternare il growling più estremo con dei momenti melodici che rendevano il tutto ancora più inquietante. 18 anni dopo, esce \"Mechanize\", il nuovo album dei Fear Factory. C\'è grande attesa per il ritorno di Dino Cazares nella band, e va subito osservato che le speranze non sono state deluse: l\'immenso (in tutti i sensi) Dino è in gran spolvero, tornato senza indugi a macinare riffs dal sapore industriale con un occhio alle progressioni tipiche di un certo thrash fine anni \'80. Parte la title-track, e si ha subito l’impressione che l’orologio si sia fermato al 1995. L\'intro evoca suggestioni e incubi neoindustriali, e in poco più di 4 minuti la band condensa il manifesto del proprio passato, presente e futuro. Intrecci ritmici vari e serrati, strofa cadenzata e l\'intervento di Burton Bell a fare da cesello al tutto. La successiva \"Industrial Discipline\" conferma tale impressione, riportando immediatamente alla memoria \"Replica\" con i suoi riuscitissimi inserti di vocals melodiche. L\'apoteosi è raggiunta con \"Fear Campaign\", con il sapore thrashy della chitarra di Dino Cazares sostenuto dall\'efficace programming di Rhys Fulber (gli aficionados lo ricorderanno all\'opera nei remixes dei primi due album della band) e soprattutto dal drumming potente e metronomico di Gene Hoglan, la cui presenza è la vera sorpresa di quest\'album. Il corpulento batterista è una vera e propria macchina da guerra, e il suo tocco conferisce maggiore varietà alle dieci tracks che compongono il disco. Degne di menzione sono ancora \"Christploitation\" con la sua inquietante intro di piano, \"Powershifter\" e \"Controlled Demolition\", dominate dalle multiformi linee vocali di Burton Bell, e la conclusiva \"Final Exit\", in cui le atmosfere eteree create dalla voce e dagli arpeggi si accompagnano all\'inarrestabile drumming di Gene Hoglan. Ebbene sì, i Fear Factory sono tornati. Con un disco che non stanca, complice la scelta di melodie accattivanti e mai banali da parte di Burton Bell, vero e proprio \"marchio di fabbrica\" del gruppo. E scusate se è poco...
Voto: 8,5/10
Francesco Faniello

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www.myspace.com/fearfactory
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:: Fear Factory - Trasgression - (Roadrunne records - 2005)
Il grosso problema che si riscontra nell\'ascoltare, dalla scorsa release a questa parte, la beneamata \"Fabbrica della Paura\", si semplifica in due sole parole: Dino Cazares.
Ahimè, se con il precedente Archeotype hanno cercato di riproporre il sound tipico dell\'ormai dipartito fondatore, con trasgression sicuramente il passo avanti c\'è ma verso dove?
A mio parere verso un bivio ove si è cercato di non fare il passo più lungo della gamba scorgendo da ben lontano le possibili strade da seguire percorrendole per brevi tratti con passo titubante ed occhio sbarrato.
Lungi da me il voler mettere in dubbio le indiscusse capacità tecnico compositive del quartetto che dall\'esperienza in studio hanno sicuramente tratto giovamento ma resta il fatto che dove si inizia a scorgere quelche elemento innovativo a livello compositivo in songs come la opening \"540.000 Fahrenheit\", o la ballad \"Echos of my scream\" dalle oscure e melanconiche atmosfere o la roccheggiante \"Supernova\", ritroviamo l\'attaccamento al buon vecchio Dino con la title track \"trasgression\" veloce, potente, fredda con le tipiche aperture vocali alla \"Obsolete\", stile riscontrabilissimo anche in pezzi come \"Contagion\" o \"Moment of Impact\" che restano a mio parere i più riusciti.
Tra un booklet da sballo ed una grafica degna del nome, i Fear factory si concedono 2 cover: \"I will follow\" degli U2 strutturalmente identica all\'originale e dalle linee vocali non troppo distanti da quelle del signor Vox e \"Millenium\" dei Killing Joke che risultà restia all\'adattarsi allo stile del gruppo. Da non dimenticare l\'extra dvd incluso nella release contenente i video di \"Transgression\", \"Spinal compression\" e \"Moment of impact\", la versione dolby 5.1 dell\'album ed il video sul making of Trasgression.
In compenso un lavoro non male, dove si nota chiaramente la volontà di abbandonare certe sonorità per qualcosa di più personale che comunque fatica a venir fuori.

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