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Reviews - Fangs Of The Molossus
:: Fangs Of The Molossus - Fangs Of The Molossus - (Italian Doom Metal Records - 2015)
Questa band toscana si rivela, con questo primo lavoro omonimo, davvero sorprendentemente in grado di offrire una lussuriosa versione sonora del Doom metal (e trattandosi di un vinile, uscito nel 2013 ma ripubblicato poco tempo fa, è importante precisare che tutto il sound è di conseguenza caldo e sporco al punto giusto), accompagnata cioè da una morbida e caldissima sensazione che rapisce totalmente la mente di chi ascolta, proprio grazie a un viscerale groove del tutto cadenzato e morboso, capace di creare situazioni più spinte, tingendole di impronte e significati non del tutto heavy. Siamo quindi in presenza di un doom che, pur lasciando il cuore in Italia, è palesemente influenzato dagli indiscussi maestri inglesi Electric Wizard. Per quel che concerne la atmosfera horrorifica, la potenza di certe soluzioni di chitarra dalle ondate sulfuree così energiche, riesce a donare quella piacevole ed unica sensazione di lasciarsi completamente andare ascoltando i riff momentaneamente sospesi, e di colpo lasciati liberi. Non mancano in tutto ciò pennellate di Heavy prog-psych tipico degli Hawkwind. Tutto questo non deve però stupire, vista la variegata esperienza musicale dei componenti (accomunati, come recita le note promozionali, dal comune interesse per le sonorità lente e melmose) e la presenza di ospiti come Ain Soph Aour e J.C. Chaos, rispettivamente voce/basso e chitarra dei seminali Necromass. Trattandosi solo di cinque pezzi (anche se dalla durata complessiva di quasi quaranta minuti), vado a cercare di descriverli più in dettaglio.
Caligula è introdotto da un riffone Doom tremendamente incisivo nella sua classicità, che si trascina lento e granitico a schiacciare tutto quello che trova sul proprio cammino, fino a un arpeggio che introduce la ripresa del riff iniziale, questa volta reso ancora più mostruosamente appesantito da altre soluzioni classiche o meno classiche, fra cui gli assoli e semisoli e la monotona voce (che si limita a cantare il titolo del brano) resa spettrale e lontana dagli effetti di post produzione. Cult Of The Witch Goddess è una vera e propria marcia verso il luogo dove bruciare lo sfortunato eretico, un processo sommario fatto di frequenze sonore oscure e esoteriche sulle quali si stende una linea vocale rauca e cinicamente distaccata, che omaggia persino i Cathedral includendo dei sample da vecchi film sulla caccia alle streghe. I drink Your Blood si apre con un sinistro riffone stoner che si evolve graniticamente, mutando forma e incarnandosi nelle oscure e massicce melodie cadenzate dei primi Hellhammer e degli ultimi Celtic Frost/Tryptikon, mentre la voce, acida e voivodiana, racconta di cruenti sacrifici celebrati sotto la luna piena e dedicati a demoni prebiblici. Col quarto pezzo, Fera Flagella, la band sembra abbandonare per un pò lo stile loro consueto per adottarne uno più atmosferico (tipo western italiano anni sessanta), e infatti il paesaggio che ci appare davanti agli occhi sembra quasi solare, rassicurante, confortevole, almeno fino al punto in cui le soffici chitarre e i bucolici arpeggi sfumano in una stretta, opaca e opprimente liturgia per organo, nella quale viene inserito un breve frammento audio (in italiano, sicuramente tratto da un documentario) sulla consuetudine, diffusa in vari comuni meridionali, dei cosiddetti Vattenti di flagellarsi a sangue durante i riti del venerdì santo, che termina con la frase la flagellazione di cristo ripetuta a loop ogni volta più lenta, con un pitch che diventa sempre più sotterraneo, creando un effetto finale che oscilla tra il macabro e il dissacrante. Con la conclusiva Dead King Rise, i ritmi e i tempi diventano ancora più cadenzati e mortiferi, in un lento ritorno dalla morte ma con tratti di epicità alla Candlemass, sempre corredata da effetti stranianti e spaziali e sempre incentrata su frequenze medio basse, con il chorus che viene cantato con una voce (come sembra proprio essere nel loro stile) sempre più distante sugli ipnotici e coinvolgenti riff circolari che concludono il pezzo, prima di dissolversi in una serie di suoni sinistramente effettati per riprodurre un coro di anime dannate.
In conclusione, un gran bel disco, fatto apposta (nel senso più genuino del termine) per chi ama alla follia il genere in questione, e che proprio non riesce a fare a meno di canzoni lente, sporche, lunatiche e morbose.
Voto: 8,5/10
WOLVIE (si ringrazia Francesca Kilmister per i preziosi suggerimenti)

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