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Reviews - Exorcism
:: Exorcism - I Am God - (GoldenCore Records/ZYX Music - 2014)
È incredibile come l’uso di certa terminologia possa apparire fuorviante. Stiamo parlando degli Exorcism, e della loro scelta di etichettarsi a mezzo di uno dei generi underground per eccellenza, il doom. Ecco, si tratta di una di quelle mosse che possono compromettere un intero ascolto, quando ci si mettono di traverso. Perché, signori miei, sarà pur vero che “I Am God” è un disco carino e ben congegnato, ma sostanzialmente non è doom. Non lo è tantomeno oggi, nel 2014, quando il genere è più che mai appannaggio di realtà underground che hanno remiscelato la lezione di Candlemass, Cathedral o Saint Vitus (a seconda delle scuole di pensiero) aggiungendo un sostanziale risciacquo settantiano che non fa mai male, nell’ottica di ricerca di un sound genuino e per quanto possibile fuori dalle mode. Quello che voglio dire è che la nuova creatura di Csaba Zvekan suona sin troppo “laccata” per poter fregiarsi di simili appellativi, che lasceremo a chi di dovere, come da buona tradizione “controcorrente” del genere. In questa sede, semmai, gli ingredienti ci sono, ma non è la somma a fare il totale, parafrasando Totò. Certo, dopo un inizio che più classico non si può, affidato ad una “End Of Days” che strizza l’occhio al metal melodico e vagamente oscuro appannaggio della premiata ditta Zvekan/Stump (che i più attenti ricorderanno già come spina dorsale dei Raven Lord), sin dalla successiva title-track la band insegue l’incedere tipicamente sabbathiano (nota è la passione del leader per la timbrica di vocalists del calibro di Dio e Martin), confezionando un prodotto a suo modo vicino a “Dehumanizer” e soprattutto alla seconda parte della produzione solista del compianto folletto newyorkese, quella più riflessiva da “Dream Evil” in poi. La vicinanza alla produzione solista di Ronnie James Dio è accentuata dalla presenza in line-up di Joe Stump che – bravo quanto vorrete – non è Iommi né tende ad avvicinarcisi, e si tiene quindi lontano da quel modus operandi di scrittura che ha reso memorabili sia i Black Sabbath che i loro principali emulatori, figlio com’è di un sound saldamente vicino agli ‘80 e ai ‘90, nonché alla scuola di Yngwie Malmsteen. Come dicevo, siamo dinanzi ad un dischetto di tutto rispetto, che lancia il quartetto guidato dal singer esteuropeo su coordinate più definite e decisamente più interessanti rispetto ai precedenti progetti che l’avevano visto protagonista. Se nella già citata “I Am God” affiorano piacevoli deja-vù di psichedelia tipicamente grunge anni ‘90, la frangia groove metal della stessa decade è degnamente rappresentata dalla successiva “Voodoo Jesus” e dal lirismo di “Master of Evil”, su cui torna il vecchio “vizietto” malmsteeniano del dotato shredder Joe Stump, un’influenza che lascia le sue tracce anche nella successiva “Fade The Day” e che si diluisce a sua volta sulle ritmiche alla Zakk Wylde su cui si indulge sin troppo in “Higher”. Eccessi a parte, meritano sicura menzione la conclusiva “Zero G” (che appare un compendio di più decadi, segnate dall’aura magica di Rainbow, Black Sabbath e Dio, e soprattutto la sagacissima title-track, vicina ai Rainbow e alle atmosfere sognanti a cui la creatura di Ritchie Blackmore ci aveva spesso abituato. Ascolto consigliatissimo ai fans di un certo modo di suonare metal, proprio quello originato dai polverosi solchi degli Elf e successivamente assurto a fama mondiale, con la speranza che Zvekan e soci continuino sulla strada intrapresa, approfondendo ancor più una miscela forse poco genuina, ma sicuramente foriera di discreti risultati dal punto di vista stilistico.
Voto: 7/10
Francesco Faniello

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