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Reviews - Ebony Lake
:: Ebony Lake - In Swathes of Brooding Light - (Ladlo Productions – 2011)
Un ritorno dopo più di dieci anni, quello dei britannici Ebony Lake. Dopo un exploit per Cacophonous Records con il seminale “On the Eve of the Grimly Inventive”, e le tante aspettative riposte nella label che aveva lanciato Cradle of Filth e Dimmu Borgir, la band ha attraversato un lungo iato che l’ha portata a nuovo secolo già iniziato a pubblicare il nuovo capitolo della sua stringata discografia. Sicuramente poco spendibili su un mercato black metal all’epoca in forte ascesa, gli Ebony Lake hanno comunque posto le basi per lo status di band di culto, partendo da un forte background metal per giungere ad una personalissima idea di avanguardia, influenzata da dark ambient, musica classica contemporanea e anche da un pizzico di quella che vent’anni fa era l’ultima frontiera dell’innovazione, l’industrial metal.
E da una band che cita Prokofiev, Oscar Wilde ed Edgar Allan Poe come fonti primarie di ispirazione, non ci si poteva aspettare che un dipinto forte, blasfemo e decadente dei tempi moderni, che passa dalla furiosissima “Within Deepest Red” all’ostinata progressione di chitarre arpeggiate di “I Painted the Suicide of Neptune”, il tutto sotto l’egida di un’iconografia che ricorda i Celtic Frost nell’incarnazione di “Monotheist”. Se non si può parlare di avanguardia in campo metal senza pagare il giusto tributo spirituale alla band svizzera, gli Ebony Lake vanno oltre i padri putativi, inanellando ritmi di batteria al limite del grind e chitarre nello stile dei Brutal Truth di “Sounds of the Animal Kingdom” all’interno di un contesto pervaso da atmosfere noir mutuate dalla tradizione cinematografica e letteraria.
Sfido chiunque a non trovare curiose analogie tra i primi Pink Floyd e titoli come la quasi title-track “In Swathes of Brooding Light Skeletal Birds Scratch at Broken Windows”. E se il duo composto da Ophelius e Mass è quanto di più lontano da ciò che si può definire “suono pulito”, condivide senz’altro con gli autori di “Ummagumma” la passione per la sperimentazione estrema. Suggestioni grind e incubi industriali di altri tempi, vicini ai Pitch Shifter e Godflesh nei macabri riff di chitarra, si mischiano all’uso spasmodico del pianoforte, che a tratti ha il gusto di una scheletrica spinetta, su cui emerge la declamante voce femminile di una novella emula di Claudia Maria Mohri, o di Lucia di Contropotere/CP01, se preferite i riferimenti più nostrani e “core”.
“Human Mannequin Puppeteer” è poco più di una scheggia, ma vale a ricordarci le profonde origini del sound degli Ebony Lake, che qui affonda decisamente le sue radici nella sperimentazione classico-avanguardista. Le “passing bells” di britteniana memoria qui accennate trovano libero sfogo in “Licking at the Nesting\'s of Young Fledglings”, che inizia come lenta nenia subito doppiata (avete letto bene: non sostituita, doppiata) da sfuriate grind-core che sfociano a loro volta sul bordo dell’ambient più estremo.
Al pianoforte è affidato il compito di aprire “Amethyst Lung Concerto”, sorta di danza macabra nel senso più classico del termine. Brano molto più lineare, per quanto possibile, con un’interessante coda dall’incedere black metal. Chissà cosa ne direbbe Saint-Saëns…
Degna chiusura di questo lavoro è affidata agli oltre dieci minuti di “A Voice in the Piano”, vera e propria suite costruita sul contrasto tra tastiere funebri e decise chitarre in stile My Dying Bride. Poco prima del break, la band cita il più lascivo Tom G. Warrior di “Into the Pandemonium”, per poi tornare su coordinate death/black guidate dal maestoso riff principale, e affidare la conclusione ad una coda di pianoforte. Un’altra bella gemma ad opera di Les acteurs de l’ombre…
Voto: 7/10
Francesco Faniello

Contact:
www.myspace.com/ebonylakeofficialuk
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