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Reviews - DieVanity
:: DieVanity - Ordinary death of something beautiful - (Logic(il)logic - 2012)
Comincio a sviluppare una teoria per cui tra gothic rock e new romantic ci siano più affinità di quanto sembri a prima vista. Magari è vero solo perché i suddetti generi sono nati e hanno conosciuto grande successo nello stesso periodo, e tuttavia le affinità tra Robert Smith e Tony Hadley potrebbero non fermarsi al semplice fattore “d’epoca”. Come si concilia una simile riflessione con l’opera dei DieVanity? È presto detto: i blasonati riferimenti di cui sopra sono, tra l’altro, simboli dei due filoni di riferimento della band, almeno stando alle atmosfere che traspaiono dal debutto sulla lunga distanza “Ordinary death of something beautiful”, che segue l’Ep del 2009 “Objects in mirror are closer than they appear”.
Dirò subito che è apprezzabile la scelta di suonare gothic con voce maschile, inconsueta di questi tempi, dopo che nel corso dei decenni realtà del calibro di Sisters of Mercy, Fields of the Nephilim e HIM hanno tenuto banco nella frangia oscura, per poi lasciare spazio al proliferare di pulzelle dietro il microfono. E tuttavia, una simile scelta non assume, a mio parere, contorni sufficientemente definiti nell’economia generale del disco: se è vero che trait d’union indiscusso delle undici tracce presenti è l’atmosfera generale, noir e decadente senza per questo risultare “oscura” o rinunciare alla ricerca della fruibilità, una simile ricerca diventa a volte ossessiva e, mi si passi il termine, mielosa. Attenzione: non vesto qui i panni dell’estremista pronto a censurare qualsiasi intento melodico, ma non posso fare a meno di rilevare la scarsa consistenza di episodi come “Deadline”, sin troppo pop per i miei gusti, o l’intermezzo “The Flag”, legato a doppia mandata proprio con quel love metal che andava tanto di moda anni fa. O ancora la semi-power ballad “What we call love”, in cui l’intento radio-friendly di strofa e ritornello non raggiunge gli effetti sperati, complice l’assenza di un bridge ad effetto e l’eccessiva ripetitività delle soluzioni melodiche proposte, con la reprise affidata al pianoforte che ne costituisce il frammento più significativo. Questa schiera di tracce, poste a metà disco, ne spezzano decisamente gli intenti e la coerenza, con la band che abbandona progressivamente quelle influenze metal che rendevano più che godibili “Soldiers” e “Promise in words”, poste ad inizio tracklist e indurite anche grazie ad una sezione chitarristica che segue fedelmente i dettami del Grande Rumore, richiamando con forza quanto espresso a partire dai Paradise Lost, oltre a presentare assoli di buona fattura. Se poi si aggiunge che la sezione ritmica appare qui presente e creativa, corredata com’è da una scelta di samplers elettronici, si comprende come ci si attendeva molto di più da “Ordinary death…”, stando almeno alle prime tracce in scaletta. In sostanza, molto meglio quando le due componenti citate vengono miscelate in parti uguali: è il caso di episodi come “A chance to the night”, in cui i DieVanity non abbandonano del tutto i loro intenti melodici ma uniscono agli stessi una muscolarità e delle variazioni strumentali sufficienti a non farli galleggiare sul piattume dell’universo pop, volte come sono a spezzare l’eccessiva centralità delle parti vocali ed arricchire l’atmosfera del disco. La title-track, poi, è la classica quadratura del cerchio in cui anche in ambito cadenzato e con ritmiche da ballad i DieVanity riescono a dire qualcosa di significativo. Un disco interlocutorio, i cui germogli si spera possano fiorire in una direzione più matura in occasione dei lavori futuri.
Voto: 6,5/10
Francesco Faniello

Contact:
www.dievanity.com
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