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Reviews - Desert Wizards
:: Desert Wizards - Beyond the Gates of the Cosmic Kingdom - (Black Widow - 2017)
Sti maghi del deserto sanno come farsi attendere! Abbiamo dovuto aspettare ben quattro anni per poter ascoltare il successore dello stupendo Ravens, e i Desert Wizards sono tornati con un disco che ne è il degno successore, in grado di confermare quanto c’era di buono in quel secondo capitolo e capace di andare oltre. Le influenze di band quali Black Sabbath, Doors e o Pink Floyd sono rimasti, però è la band di David Gilmour a prendere il sopravvento in questo Beyond the Gates of the Cosmic Kingdom, lo fa scalzando quasi del tutto i suoni pesanti dei due predecessori, mantenendone però gli aspetti più oscuri. In alcuni momenti, mi si consenta il paragone, mi pare di ascoltare i Tiamat meno estremi del capolavoro Wildhoney, per quell’approccio fluido e tetro alla musica dei Pink Floyd. Una cosa deve essere chiara, se di deserti si parla, sono deserti spaziali. Persi nelle profondità oscure, questo è subito chiaro con “Astral Master” che chiama in gioco gli Hawkwind, mentre “Dogstar” ci riporta, parzialmente in orbita terrestre. Nel nucleo del disco troviamo i due pezzi migliori “Red Sun” e “The Man Who Rode the Time”, ricchi di suggestioni e incubi, viaggi spinti dalle note del quartetto in dimensioni care a Barrett. ‘Snakes’ immagino che non dispiacerebbe ai Monster Magnet per il suo piglio acido e rock and roll. L’ultima scossa prima del placido atterraggio facilitato dalla bella ‘Light In The Fog’, che ci lascia soli a terra a rimirar le stelle in attesa del ritorno degli stregoni del deserto!
Voto: 8/10
g.f.cassatella

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www.blackwidow.it
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:: Desert Wizards - Ravens - (Black Widow - 2013)
Devo ammettere che l’esordio omonimo dei Desert Wizards, sia nella versione autoprodotta che in quella marchiata Black Widow, m’è sfuggito. Alla luce di quanto contenuto nel nuovo Ravens, questa mia mancanza assume dimensioni catastrofiche, dato l’alta qualità della musica prodotta dal combo. La band è attiva dal 2007 e si è cementata sulla line up che vede coinvolti Mambo, Anna, Gito e Dallas, il genere proposto si rifà agli anni sessanta, soprattutto alla psichedelia di gruppi quali primi Pink Floyd e Doors. Sul piatto ci butterei anche una certa propensione all’hard progressive di scuola Atomic Rooster, Warhorse e compagnia bella. Non mancano riferimenti allo space rock degli Hawkwind, a un certo doom di casa nostra e allo stoner. Suono datato? Sì per vocazione, ma qualcosina più recente io l’ho trovata, tipo alcuni riferimenti agli A Perfect Circle, quindi non dobbiamo pensare ai Desert Wizards come una compagine di nostalgici, ma un’entità che ha saputo attualizzare quanto fecero in passato i nomi che ho citato. L’album parte subito forte con “Freedom Ride”, un pezzo in cui si sente l’influenza di Doors e Danzig, il tutto appesantito da una buona manciata di doom. “Back To Blue” richiama i Pink Floyd di Syd Barret, “Black Bird” mi ha ricordato le ballate oscure dei vecchi Death SS. Le sonorità A Perfect Circle di cui parlavo prima le ho riscontrate in “Dick Allen’s Blues”. E tutto questo è contenuto nella sola prima metà dell’album! Le sorprese non mancano neanche nella seconda, che si conclude con il tributo, in questo caso palese, ai Pink Floyd con la cover di “Childhood’s End”. In definitiva, un album grandioso che fa terminare alla grande questo 2013!
Voto: 8,5/10
g.f.cassatella

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