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Reviews - Death2Pigs
:: Death2Pigs - eMpTyV - (Autoprodotto - 2017)
La musica industrial metal è tornata e i nostri ragazzi battano un gran bel colpo.
Mascherati da maiali (di pinkfloydiana memoria) hanno nei testi il loro punto di partenza, con rabbia, disperazione e disprezzo per questa società consumistica con la sua espansione al più sfrenato capitalismo mercificato al dio denaro che ci porterà sul baratro dell’esistenza. Musicalmente ci troviamo di fronte ad una commistione di Ministry (testi e foga rabbiosa), Nine Inch Nails (elettronica e pulsione industriale) e Marylin Manson per quanto riguarda la ricerca della commercialità sonora. La schizofrenia musicale dei nostri ci porta a descrivere quattro brani compatti e sperimentali dove la presenza alle volte eccessiva della voce “clean”, in un contesto così duro, può dare l’idea di una commercializzazione del prodotto troppo modernista; di contro, vi è l’esplosività rabbiosa delle vocals in scream con bordate al confine con il growl che incidono molto sulla forma canzone. Mischiando in maniera cooordinata elettronica e chitarre dal gusto metalcore i Death2Pigs sperimentano la loro proposta musicale e dalla prima canzone “eMpTyV” si enuncia una voglia di entrare dentro la mente e dentro le vene delle persone per denunciare l’olocausto mondiale. Sarebbe bello mettere questa song nella colonna sonora di “Saw” per vedere l’effetto che farebbe. La seconda traccia “When demons come back” ci porta a due passi dalla porta dell’inferno dove il diavolo ti propone riff di chitarra compassati e inserti di elettronica sempre vivi e pulsanti. La terza canzone inizia come un rave party a tutto volume esplodendo con possenti chitarre in un refrain che attinge a piene mani ancora dal metalcore moderno. Nella terza song “WoW” abbiamo un giro di basso vecchia scuola thrash e un riff di Metallica memoria (… tanto tempo fa) per un esempio di total metal davvero intrigante. L’ultima traccia “4 U” rappresenta un viaggio onirico con intercedere gotico degno dei Cure più sperimentali con una voce sofferente a tratti disperata e pronta a melodie corrosive in un finale esplosivo e rabbioso che ricorda molto la canzone tratta dalla colonna sonora de “Il Corvo” dei Machine of Loving Grace (“Golgotha Tenement Blues”). Un buon lavoro che espone delle buone capacità e potenzialità dei quattro ragazzi nostrani e sicuramente in futuro – grazie magari ad una migliore produzione con un miglior controllo delle “voci pulite” – avranno dei risultati in questo panorama ostico e tortuoso dell’industrial metal.
Voto: 7/10
Mugnai Daniele

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