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Reviews - Death
:: Death - Cream bloody gore - (Music for Nations - 1987)
Per tutti gli amanti, non solo del death, ma del metal inteso totalmente nella sua onestà primordiale e nella sua serietà, “Scream bloody Gore” è una pietra miliare. Infatti con questa prima fatica discografica, i Death, guidati dal mitico e compianto Chuck Schuldiner, entrano a far parte di un panorama musicale, che dopo qualche anno li osannerà come vere divinità del metal. Ma è giusto che sia stato così. Per più di venta’anni, i Death ( ma nella fattispecie Chuck, che come sappiamo è stato l’unico superstite di tutti i cambi di line up) hanno incarnato il vero spirito del metal, serio, puro, potente ed onesto. Ma la cosa, sicuramente, più importante, è che i Death si sono evoluti senza mai divenire commerciali, come è successo a molte altre grandi band. D’altronde i presupposti di “Scream bloody Gore” erano abbastanza evidenti. La durezza e il suono primordiale del disco sono la dimostrazione che i Death volevano continuare ed uscire dal baco primordiale per poi continuare ad evolversi sempre più ( basti pensare a “Human”, “Symbolic” fino al grandioso “Sound of the Perseverance”). Brani come “Zombie ritual”, “Infernal Death”, “Evil dead” e la stessa “Scream Bloody Gore”, non verranno sicuramente dimenticati, non tanto per la loro brutale primitività, ma per la passione con cui sono state concepite e suonate, dal trio Schuldiner, Hand e Reifert (quest’ultimo fondatore degli Autopsy nel ’87).
Sono passati due anni da quando Chuck ci ha lasciato, ma la sua lezione non è stata dimenticata, non solo dai musicisti, ma soprattutto dai suoi fan, che spero lo continuino a ricordare come un metallaro sbarbatello di sedici anni che continua a suonare con i suoi compagni nel garage della madre.

AN
:: Death - Human - (Combat - 1991)
Un anno dopo averci regalato un bel lavoro come Spiritual Healing, i Death danno alle stampe “Human”, il loro album più sperimentale. Decisivo sarà infatti lo studio di questo album per le produzioni future dei Death, nella loro evoluzione e per il techno-death.
Questa volta la line up è totalmente rivoluzionata: due mostri sacri come i giovani Sean Reinert alla batteria, Paul Masvidal alla chitarra e il mito del basso death, thrash, fusion e quant’altro, Steve diGiorgio. I primi due mostriciattoli oltre hai Death, avevano all’attivo il progetto allucinante ma molto sfortunato dei Cynic, quindi il death/prog non era una cosa nuova per loro, figuriamoci per Steve. Come per “Spiritual…” anche per Human esorto ad ascoltare tutto, ma principalmente evidenzio tre brani fondamentali: “Flattering of emotions”, il capolavoro “Lack of Comprehension” e “See through dreams”, senza contare due altri grandi brani spesso riproposti dal vivo come “Together as one” e “Suicide Machine”. Da citare in fine uno dei rari strumentali della band, ovvero “Cosmic Sea” forse uno dei più bei strumentali scritti nel metal e forse nella musica: atmosfere gotiche ed ultraterrene, feeling calore, sentimento tecnica e creatività a mille. Cosa si vuole di più?
Capolavoro.

MURNAU
:: Death - Individual thought patterns - (Relativity - 1993)
Impressionante, superlativo, non vi sono altri aggettivi per definire questo quinto lavoro dei Death che abbandonata la Combat si legano alla Relativity, fatta eccezione per una raccolta del 1992 intitolata “Fate”e di difficile reperibilità. uscita per la U.O.F/ant. , raccogliente tutto il miglior materiale delle precedenti opere. Lasciati Sean Reinert e Paul Masvidal, a causa di una loro eccessiva lungimiranza musicale, che poneva in secondo piano il discorso “Metal” di cui sua maestà Schuldiner era un prode paladino, vengono contattati altri due mostri sacri come Andy La Roque ex King Diamond e Gene Hoglan ex Dark Angel. Alle quattro, cinque e seimila corde del basso rimane sempre Steve di Giorgio. Con questa rinnovata formazione, i Death, sfoderano uno dei loro capolavori più rappresentativi sia per la loro carriera che per il death-fusion più in generale. Composizioni che definire intricate è pure poco. Già dall’attacco di “Overactive Imagination”, primo brano dell’album, ci troviamo di fronte a prove di tecnica sopraffina e così anche in “Jealousy” e “Trapped in a corner”. In generale questo è un album che più di altri dei Death, deve essere tassativamente ascoltato dalla prima all’ultima nota per coglierne la reale essenza, se no si rischia di catalogarlo come una semplice prova di tecnica fine a se stessa, che è la normalità nell’ascolto di un album dei Dream Theater. Gene Hoglan dimostra di essere uno dei più grandi batteristi sulla faccia della terra: tempi al limite della follia, non solo per quanto riguarda la velocità ma per il costrutto logico e cervellotico della sezione ritmica. Il basso di Steve pare che parli: a volte caldo e morbido, a volte incisivo, altre ancora impercettibile. Il lavoro delle chitarre gemelle Schuldiner/La Roque rappresenta al meglio la simbiosi musica, tecnica ed immagini di cui “Individual…”è la prova migliore.
Come ciliegina sulla torta direi “The Philosopher” di cui però non apprezzo il riff solista iniziale. Non molto incisivo e troppo “computerizzato”
Un capolavoro senza precedenti.

MURNAU
:: Death - Leprosy - (Combat - 1988)
Bè credo che per un amante del death floridiano, il possedere “Leprosy” sia un imperativo categorico, oltre che a possedere tutti i cd dei Death da “Scream Bloody Gore” fino a “Sound of Perseverance”. E’ interessante ascoltare i cd dei Death, uno dietro l’altro, ma con un orecchio vigile, perché ci si rende conto dell’evoluzione di un genere e di una band che detterà e detta a suo modo ancora legge. Già “Leprosy” rispetto al precedente “Scream Bloody Gore”(1987), presenta una struttura più intricata e meno minimale. Ritmiche serratissime si alternano con passaggi e fraseggi armonizzati in quinta, tanto cari ai Death, ma con un gusto più ponderato ed attento. Oltre alla title track, che è, a mio avviso uno dei manifesti più indicativi del death, su “Leprosy” troviamo dei veri e propri cavalli di battaglia della band di mr. Schuldiner come la celebre “Pull the plug”, “Open Casket”, “Born Dead” e “Choke on it” che si presentano come esercizi di brutalità più graffianti, oscuri e ponderati del lavoro precedente. Ovviamente come è risaputo ogni album dei Death è caratterizzato dal rituale cambio di line up. Silurato il vecchio batterista Chris Reifert, fondatore degli Autopsy, Chuck contatta il vecchio compagno d’arme nei primitivi Mantas, il chitarrista Rick Rozz, il bassista Terry Butler(oggi nei Six Feet Under) e il batterista Bill Andrews.
La strada verso l’evoluzione è al contempo lontana e vicina.

MURNAU
:: Death - Spiritual healing - (Combat - 1990)
Già si comincia a respirare un’aria più sperimentale in casa Death, infatti a mio avviso la vera anticamera dell’ evoluzione stilistica della band di Tampa è proprio rappresentata da “Spiritual Healing”. Stranamente, eccezion fatta per il talentuoso ex axeman dei Testament James Murphy, alle chitarre al posto di Rick Rozz, la band si mantiene stabile come nell’album precedente e cioè: Bill Andrews alla batteria, Terry Butler al basso e, innutile dirlo, Chuck Schuldiner alla chitarra e voce. I ritmi si rallentano e diventano più cadenzati, le melodie più tecniche ed aperte, il suono è più pulito ed evocativo con ritmi quasi funerei e zombici, molto sabbatthiani in alcuni punti. Interessante è proprio una parte molto cadenzata della title track, dove viene, è proprio il caso di dirlo, “riesumato” un vecchio riff appartenente al periodo Mantas. Il brano in questione è “Legion of doom”, reperibile solo nella collezione edita dalla Devil Rec., che ha raccolto i demo dei Mantas, del periodo 1983/84.
Si, decisamente la qualità dei musicisti, della musica e dei testi è aumentata; ormai abbandonate le velleità gore, tanto care al Death, la band comincia a dedicare le proprie riflessioni su un altro tipo di decomposizione: quello delle menti e della società.
Otto brani sono. Otto brani da ascoltare.

MURNAU
:: Death - The sound of perseverance - (Nuclear Blast - 1998)
Quei piccoli punti morti di “Individual Thought Patterns” vengono colmati largamente in quella che è, a mio avviso e di molti addetti ai lavori, il capolavoro dei capolavori dei Death: “The Sound of Perseverance”. Come la prassi esige, nuova line up (Shannon Hamm- chitarra, Scott Clandenin- basso, Richard Christy- batteria.) e nuova etichetta e questa volta si tratta della più blasonata Nuclear Blast. E’ una rinascita a pieno, calcolando che all’incirca, verso l’inizio del 1996 i Death erano praticamente sciolti a causa di problemi con la “RoadRunner”. In questo frangente Chuck si dedica al suo progetto solista: i Control Denied, in cui si sfoga con un heavy metal prog di ottima fattura (ascoltare “The Fragile art of Existance”per credere)e di cui fanno parte Shannon Hamm e Richard Christy (quest’ultimo definito dal Dynamo Festival come il miglior batterista del decennio). Con quest’ultima formazione i Death rinascono e danno a loro volta alla luce la loro opera definitiva e, purtroppo ultima, a causa della morte di Chuck avvenuta il 13 dicembre del 2001 a seguito di un tumore al cervello. La sofferenza e il sentimento che trasudano da quest’opera sono tali da procurare brividi all’ascolto. Personalmente si potrebbe parlare di sindrome di Standhal alla presenza di brani come “Spirit Crusher”, “Flesh and Power it holds”, “Scavenger of Human sorrow” e del meraviglioso strumentale “Voice of the soul”, senza contare poi la potentissima cover di un classico dell’hevy metal “Painkiller” dei Judas Priest che però in alcuni punti perde di mordente.
Non ci sono parole per descrivere “The sound…” è un album superlativo in tutte le songs: tecnico e pieno di sentimento, pulito ed aggressivo, un death metal con lo spirito heavy: Perfetto, non vi sono altre parole. Bisogna ascoltarlo e l’ascolto è rivolto anche a chi di metal non sa niente.

MURNAU
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