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Reviews - Darkthrone
:: Darkthrone - Old Star - (Peaceville - 2019)
“Profanar la tumba / al ritmo della rumba / con Fenriz y Darkthrone / Norwegian Reggaeton”... ah, scusate... non era questo l’articolo giusto! O forse sì? Certo, la parodia / tormentone estivo a opera dei nostri Nanowar Of Steel non fa che costituire l’ennesima conferma di quanto Fenriz e Nocturno Culto siano ormai entrati nell’immaginario collettivo come simboli di un genere, di una coerenza, di una storia longeva e ricca di sorprese, dal punto di vista sia evolutivo che involutivo, sia quando hanno contribuito a forgiare quella definizione di “Norwegian black metal” che ancora fa tremare le cancellerie scandinave, che quando hanno rivolto il loro sguardo alle radici, riuscendo (a mio parere) a costituire un credibile caposaldo di sound classico, riletto attraverso l’immenso blasone a loro dovuto. Detrattori del duo ne ho incontrati molti, specie negli ultimi anni: ma a me, che sono tutto fuorché un blackster nordeuropeo, il “nuovo / vecchio corso” dei Darkthrone non dispiace affatto. Intercettati volentieri in occasione di “The Underground Resistance”, che resta uno dei dischi da me più ascoltati nella prima parte del decennio, ho poi saltato l’appuntamento recensorio con “Artic Thunder” più per pigrizia che per l’effettivo valore del disco, assolutamente non in discussione. Ecco, “Old Star” riprende quanto seminato da entrambi, migliorando il tiro di “Artic Thunder” e lasciandosi alle spalle anche alcuni degli imperdibili barocchismi del suo predecessore. Lo fa con una magniloquenza conferita dalla semplicità dei mezzi a cui i due mastermind ci hanno abituati nel tempo, e la dicotomia è ben evidente in un’opener come “I Muffle Your Inner Choir”, un concentrato di riff che rinnovano il manuale del black primigenio – quello verace degli anni ’80 – e una dichiarazione di intenti che ritroveremo in ognuno dei sei pezzi che compongono la tracklist. Sia che premano sull’acceleratore come nell’opener (omaggiando gli Hellhammer e i Celtic Frost di “Morbid Tales”!), sia che riducano la velocità in maniera morbosa addentrandosi nei meandri dell’avantgarde frostiano, come avviene magistralmente su “The Hardship of the Scots” e sulla title track, i Darkthrone si accreditano ancora una volta come la band che stavamo aspettando per riscrivere i canoni di un genere professando ancora una volta devozione e aderenza a esso. Poco importa che l’incipit del secondo brano sembri una versione infernale del classico degli Ac/Dc “Let me put my love into you”, importa ancora meno che il finale di “The Key is inside the Wall” renda il giusto omaggio al Re Diamante e al Fato Misericordioso ricalcando “Come to the Sabbath”: “Old Star” è un parco divertimenti per chiunque sia innamorato di determinate sonorità, un continuo carosello di attrazioni che trova nel break funereo di “Alp Man” anche il suo ideale carillon. Affrettatevi a prendere un biglietto: altro giro, altra corsa!
Voto: 8/10
Francesco Faniello

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:: Darkthrone - The Cult Is Alive - (Peaceville - 2006)
Sono meravigliato dal sempre più forte stampo ’80 di Fenriz e Nocturno Culto, questo prodotto è ormai lontana dalla fredde sonorità di A Blaze in the Northern Sky e figli, sicuramente la cosa non fa molto piacere ai fan storici della mitica band norvegese ormai arrivata alla sua dodicesima pubblicazione.
Il sound è quello del black metal puro dei primi Venom, selvaggio, diretto, grezzo e rock’ n’ roll dei soliti granitici Motorhead.
Non un’evoluzione ma un’involuzione alle radici del più diretto e puro black metal, quello dei Venom, Bathory e Celtic Frost. Teniamo presente che i componenti della band non hanno più vent’anni e che dopo aver realizzato dei concentrati di cattiveria black norvegese ispirato tutti gli amanti del black oltranzista, oggi si presentano in una veste che personalmente non mi dispiace affatto, anzi…
Questo prodotto non ha nulla di nuovo, innovativo, personale eppure è una bomba, energico, distruttivo ed entusiasmante, per certi versi sembrano prendersi in giro, per esempio l’ultima track intitolata Forebbygende Krig significa \"prevenire la guerra, non è da Darckthrone, questa cosa mi fa ridere tantissimo, lo avranno fatto per prendere in giro qualcuno? MA!
We giovani, comprate sto disco, è veramente forte, buon ascolto.

BF

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www.peaceville.com
:: Darkthrone - The Underground Resistance - (Peaceville - 2013)
Che mondo sarebbe per un viaggiatore nel tempo proveniente, diciamo così, da una ventina di anni fa? Un arzigogolo difficile da leggere, direi: oscuri burocrati si atteggiano a rassicuranti guide, giullari di tutti i tipi infiammano le folle, e soprattutto i Darkthrone suonano classic metal. Come, come? Certo, proprio classic metal, di quello che prende a piene mani dal labile confine tra punk e metal britannico, con robuste iniezioni di thrash/speed. Se non vi siete persi la svolta di “The Cult is Alive” sapete che le coordinate di Venom e primi Bathory unite al crust-punk guidano ormai da tempo la nave di Fenriz e Nocturno Culto, come è peraltro evidentissimo nell’opener “Dead Early”: suono cupo e forti richiami a certe valli svizzere di lingua tedesca. Tuttavia, è con “Valkyrie” che le cose assumono connotati ancora più definiti, dato l’incredibile incedere speed di questa traccia in stile Maiden/Helloween (epoca “Walls of Jericho”, ovviamente). Ci pensa “Lesser Men” a ristabilire l’antico connubio con il Ghiaccio Celtico, e a mostrare ancora una volta l’importanza di Tom G. Warrior nell’economia del metal estremo. “The Ones You Left Behind” è quasi barocca nel suo contrasto tra richiami thrash e controcanto epico, mentre “Come Warfare, The Entire Doom” è legata a doppia mandata a modelli come Cathedral e Pentagram sin dalle armonizzazioni nell’incipit, con una variazione in stile proto-black condotta con vera maestria. Veniamo dunque alla track conclusiva, quella “Leave No Cross Unturned” che è forse la più rappresentativa del lotto, con la sua durata di oltre 13 minuti. Vi sembrerà di sentire una di quelle bands che a metà anni ’80 erano già vecchie, incastonate com’erano nella primordiale NWOBHM con timidissimi richiami punkeggianti. Apprendo dalle note promozionali che le tracce a firma Fenriz (“Valkyrie”, “The Ones You Left Behind” e “Leave No Cross Unturned”) e sono tra l’altro quelle più legate al suono vintage, per così dire (“safely cradled in 1985 style”, nelle sue parole), mentre quelle composte da Nocturno Culto mantengono in qualche modo il legame con le pur datate origini del black. Dunque, grandi proclami di fedeltà alle origini e un suono grezzo e sanguigno, in merito al quale non ci è dato sapere quanto sia naturale e quanto costruito ad arte; visto da qui, “Transilvanian Hunger” sembra un lontano ricordo, e probabilmente non sapremo mai la verità completa su simili scelte di svolta radicale. Scelta di maturità senile o vecchiaia incipiente? Comunque sia, non sono mica scontento di aver definitivamente scoperto i Darkthrone proprio con questo disco. La formula proposta, pur nel suo essere fortemente derivativa di una pur gloriosa tradizione, restituisce il quadro di un duo norvegese composto da ascoltatori attenti e ripropositori fedeli, con un disco composto di sei tracce tutto sommato convincenti; evidentemente, non sempre “vecchio è bello”… la maturità fa bene all’arte, specie per i Darkthrone!
Voto: 7,5/10
Francesco Faniello

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