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Reviews - Danzig
:: Danzig - Black Laden Crown - (AFM Records - 2017)
Voglio metterlo in chiaro ora, prima ancora di iniziare a scrivere di questo nuovo album: Danzig è una delle voci del rock. Una delle più importanti, intendo. Questo presupposto mette in secondo piano il fatto stesso di pubblicare dischi interlocutori, avvitati su se stessi, magari un po’ sornioni e splendenti di quella luce riflessa che abbiamo imparato più volte a conoscere, negli anni di “maturità” di molti artisti. Ecco, la doverosa premessa non ci impedisce di mettere in chiaro un ulteriore concetto: questo “Black Laden Crown” è sicuramente qualche spanna sotto il clamoroso “Deth Red Sabaoth” di sette anni fa, con un songwriting meno ispirato e con più di qualche momento in cui il corpulento singer si limita a svolgere il proprio compitino, ma è comunque un disco di Danzig, scevro dalle superflue sperimentazioni dello scorso decennio e in grado di attirare la curiosità dell’affezionato ascoltatore esattamente come farebbe un nuovo capitolo della discografia degli Stones o dei Metallica. Per di più, il Nostro è reduce dalla recentissima reunion con i Misfits (pomposamente ribattezzati The Original Misfits) con il vecchio compare Jerry Only e Dave Lombardo dietro le pelli, per cui la curiosità di sopra è più che giustificata. Nove le tracce presenti, con un certo numero di passaggi interessanti, a partire dalla title track posta in apertura la cui coda sabbathiana aggiunge valore ad un pezzo che di suo è già nero come la pece, fino a giungere all’elegia oscura rappresentata dalla conclusiva “Pull The Sun”; tremano i polsi sugli armonici artificiali di “Eyes Ripping Fire”, tanto che si ha l’impressione di trovarsi non già dinanzi all’ottimo Tommy Victor, ma a quel John Christ che aveva contribuito a forgiare il sound di perle come “Lucifuge” e “How The Gods Kill”. Finita la spinta propulsiva, iniziano però gli acciacchi, di cui è simbolo la scarnissima “Devil On Hwy 9”: per via di questa e di tracce come “But A Nightmare” e “Skull & Daisies”, “Black Laden Crown” assume progressivamente l’aspetto di un disco sin troppo auto-referenziale, che cerca il facile effetto nel dispiegare in primo piano le vocals di Danzig, quando non si adagia su marcati riferimenti ai suoi padri putativi del passato, Ian Astbury e Jim Morrison. Non tutto è perduto, però: è vero che per ascoltare qualcosa di davvero interessante tocca arrivare a “The Witching Hour”, ma l’attesa ripaga alla grande l’ascoltatore, che si trova dinanzi ad un piccolo gioiellino introdotto da un arpeggio degno del miglior gothic rock d’annata, su cui il Nostro può finalmente esprimersi ai livelli più alti. Tirando le somme, i fan più sfegatati riusciranno sicuramente a trovare del buono anche in questo nuovo lavoro; il consiglio per gli altri (e soprattutto per i neofiti) è quello di riprendere tranquillamente in mano i primi tre dischi della sua produzione solista, è lì la summa dell’Elvis nero, indiscutibilmente. Alla prossima, sperando di non dover attendere altri sette anni!
Voto: 7,5/10
Francesco Faniello

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www.danzig-verotik.com
:: Danzig - Deth Red Sabaoth - (AFM Records - 2010)
L’Elvis Nero. La Reincarnazione del Re Lucertola. O più semplicemente il padre dell’horror punk, e anche uno dei simboli del metal anni ’90. Quale che sia la categoria a cui si ascrive Glenn Danzig, una cosa è certa: sentirlo tornare a fare quello che sa fare meglio – il rock’n’roll – dopo la parentesi industrial della scorsa decade, non ha prezzo. Non è solo il debutto del singolo “On a Wicked Night” al numero 6 di Billboard: l’atmosfera generale sa molto di ritorno al passato. Un passato che nel caso del buon Glenn assume caratteristiche cangianti a seconda che si parli dei gloriosi inizi della sua carriera solista o addirittura dei Misfits: a questo proposito, va subito osservato che “Deth Red Sabaoth” riprende, a partire dall’iconografia, le atmosfere lugubre dei campioni dell’horror punk, senza contare che la opener “Hammer of the Gods” ha il chiaro sapore di una “Who killed Marilyn?” in salsa lisergica. Senza soluzione di continuità giunge “The Revengeful”, con un riff che più sabbathiano non si può: era stato lo stesso Danzig a citare i quattro di Birmingham, insieme al sacro fuoco del blues, come la base imprescindibile per chiunque voglia affacciarsi al mondo del rock. “Black Candy”, con lo stesso Glenn alla batteria, istituzionalizza quelle atmosfere da B-movie di cui si sentiva da tempo la mancanza, e il già citato singolo “On a Wicked Night” è un vero e proprio omaggio ai Cult degli anni ’80 (non dimentichiamo che Danzig condivide con Astbury la palma di erede di Morrison…). I secchi accordi di Deth Red Moon sono la più classica soundtrack di un ritorno in macchina in pieno tramonto (occhio ai locali aperti fino all’alba…), mentre “Ju Ju Bone” si pone come sintesi tra la tradizione classic rock americana e la scia tracciata dai primi quattro album di questa band. L’ultima parte del disco si snoda tra le atmosfere rarefatte di “Night Star Hel” e l’epica e sofferta chiusura di “Left Hand Rise Above”, la perfetta conclusione per un lavoro che scorre vario e lascia ben sperare per il protrarsi di questa rinascita artistica di Glenn Danzig e soci. Una menzione particolare va anche al ritorno in line-up di Tommy Victor, già mentore dei Prong e alla sua seconda apparizione alla corte del nerboruto singer, e alla presenza di Johnny Kelly dei mai troppo compianti Type 0 Negative. Nota di colore: durante l’ascolto di questo disco, il mio coinquilino mi ha chiesto se si trattasse di Homer Simpson alle prese con il punk rock… lo impalo io o ci pensate voi?
Voto: 9/10
Francesco Faniello

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