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Reviews - Crossing The Thin Line
:: Crossing The Thin Line - Crossing The Thin Line - (Autoprodotto – 2014)
Proposta inusuale quella del quintetto Crossing The Thin Line. Se l’opzione di percorrere le strade del prog più evocativo e “descrittivo” con l’ausilio di ampie parti strumentali non è nuova in ambiente metal da venticinque anni a questa parte, grande curiosità suscitano tuttora i progetti che si basano interamente sull’opzione strumentale, con l’assenza di qualsivoglia linea vocale. Se generalmente è la sensazione di precario e di incompiuto ad accompagnare l’ascoltatore su simili lidi musicali, è pur vero come la scelta – a suo modo estrema – di non avvalersi di un cantante può aprire la strada a soluzioni impensabili quando si devono fare i conti con l’adagio strofa/bridge/ritornello, uno schema personalizzabile sì, ma che mette inevitabilmente al centro di un progetto le vocals, di qualsiasi matrice esse siano. Quella che una volta si chiamava “musica descrittiva” e che le Scuole Nazionali europee hanno portato a grande gloria nel diciannovesimo secolo trova oggi il suo corrispondente in dischi come questo, in cui i Crossing The Thin Line prendono ad esempio la placidità dei recessi più reconditi dei mari del Nord e la loro iconografia glaciale per costruire le proprie architetture strumentali, i cui temi guidati da chitarre e tastiere emergono come colossi dalle vaste distese ritmiche che qui simboleggiano le masse oceaniche. Ho già sottolineato come i sei pezzi presenti su questo debut siano fortemente evocativi, condensando nei trentadue minuti di durata una poetica di epicità e al contempo di solitudine, e le stesse sensazioni sono evidenti sin dalla scelta dei titoli, con “Nectocaris, finally” in cui lo spunto costituito dalle forme di vita preistoriche costituisce il catalizzatore di una formula che qui si fa estrema anche dal punto di vista prettamente musicale, con la prima parte dal sapore prog che sfocia nel groove deciso e percussivo della seconda. Uno schema riproposto anche sulla successiva “Ivy Eve”, mentre tocca ad “Algae in mares limites convertuntur” (con un titolo che ricorda da vicino l’immortale opera del Banco del Mutuo Soccorso) esplorare un versante più propriamente “europeo” e francesizzante; il 6/8 che anima parte della track è emblematico in questo senso, richiamando la caratura “cinematografica” già espressa sull’iniziale “Crossing the controversy of life” senza per questo mai lasciar scadere le singole partiture nella pomposità di matrice hollywoodiana e mantenendo un profilo defilato per ognuno degli strumenti di volta in volta chiamati ad intervenire. Sin dall’inizio i richiami sono chiari: lo Steven Wilson nume tutelare di qualsiasi prog rocker dei tempi moderni (e spesso citato nell’opener) è accostato al piglio continentale di act come i polacchi Lebowski, e se i Dream Theater tendono ad emergere nelle partiture più “ariose”, sono gli Opeth a fare la parte del leone quando gli scenari si fanno più cupi, come nello sbilenco e dissonante incipit della conclusiva “Moss Man Regression”, sorta di compendio delle visioni oniriche del quintetto con le sue alternanze tra maggiore e minore. In attesa di futuri e sicuramente interessanti sviluppi, promuovo decisamente i Crossing The Thin Line, consigliandoli vivamente a tutti gli appassionati di genere!
Voto: 8/10
Francesco Faniello

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www.facebook.com/crossingthethinline2014
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