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Reviews - Corrosion of Conformity
:: Corrosion of Conformity - Corrosion of Conformity - (Candlelight Records - 2012)
Stanchi dei continui impegni del chitarrista Pepper Keenan con i Down di Phil Anselmo, i Corrosion Of Conformity tornano, dopo sette anni di quasi totale inattività, con la formazione degli esordi e del primo album “Eye for an Eye”!
Già da i primi pezzi, “Psychic Vampire” e “River Of Stone”, ci si accorge che i tre sono ancora in ottima forma, soprattutto Mike Dean con quella sua voce sporca ma potente allo stesso tempo e Reed Mullin che unisce sapientemente tecnicità e un pizzico di follia dietro le pelli. Percettibile è la mancanza della chitarra ritmica di Keenan, ma ciò consente libero sfogo alla vena creativa dell\'altro chitarrista, Woody Weatherman, in pezzi come “The Moneychangers”, “The Doom” e “What We Became”. “El Lamento De Las Cabras” è l\'unico brano lento e interamente strumentale dell\'album che, seppure in contrasto con tutti gli altri, mostra la bravura tecnica che li contraddistingue. “Time Of Trials”, una scarica di pura adrenalina, chiude degnamente l’album di un gruppo che è mancato per troppo tempo sulla scena. Gruppi come Mastodon e Baroness da un po\' di anni stanno (degnamente) imponendosi al grande pubblico, ma è sempre bene non dimenticare i padri del genere. Siete obbligati ad avere questo disco!!!
Voto: 8/10
Peppe Doronzo

Contact:
www.coc.com
www.myspace.com/corrosionconformity
www.candlelightrecords.co.uk
:: Corrosion of Conformity - No Cross No Crown - (Nuclear Blast - 2018)
Parigi val bene una messa. È questo che devono aver pensato il buon Pepper Keenan da un lato e i senatori Dean, Mullin e Weatherman prima della posa della prima pietra di quello che sarebbe diventato “No Cross No Crown”. Non che io sia mai stato un ascoltatore costante dei COC, per quanto ho sempre riconosciuto il valore di questa band, dagli esordi punk e crossover thrash, passando per quella pietra miliare che è stato “Blind”, fino al periodo più vicino allo stoner con Keenan dietro il microfono; però, in questi giorni mi è capitata tra le mani una copia del loro omonimo disco del 2012, uno dei due realizzati dai soli tre membri fondatori, ed è lì che ho sentito davvero qualcosa di affine alla mia sensibilità. Hardcore/punk del terzo millennio? Non proprio, però l’ennesima dimostrazione che volendo si può suonare qualcosa di fresco senza sradicarlo dalle origini che ci sono tanto care. E pensare che all’epoca mi ero fatto sfuggire una gemma simile, fortunatamente comunque recensita su Raw & Wild. Sarò dunque controcorrente, ma non sono tra quelli che esultano tout court per il ritorno del quartetto responsabile dei fortunati “Deliverance” e “Wiseblood”; lo dico subito, “No Cross No Crown” è un bel disco, ma fatica ad entrarmi completamente nel cuore per le premesse di cui sopra, nonostante le tante frecce al suo arco. Comunque sia, per fortuna che è possibile ascoltare e riascoltare, tornare sui propri passi e far crescere un album nel tempo, una potenzialità che sembra proprio appartenere al decimo album in studio del combo nato in North Carolina. Come sono i Corrosion Of Conformity del 2018? La risposta breve è che abbiamo dinanzi una band tornata ai fasti della prima incarnazione della formazione attuale, ma qualche elemento di novità c’è. “No Cross No Crown” suona in generale più cattivo dei suoi predecessori fino a “In The Arms Of God”, e mi piace pensare che in qualche modo ci sia lo zampino delle session come trio in alcune scelte effettuate: ecco perché “The Luddite” sembra partorito dalle menti degli Entombed di metà anni ’90, mentre il bridge di “Cast The First Stone” ha quell’inconfondibile matrice che ricorda da vicino... l’operato di Mantas nei Venom! Non a caso parliamo di due dei pezzi di punta del lavoro, mentre ho trovato interlocutorio il singolo “Wolf Named Crow”, concepito con tutte le caratteristiche tese a farlo diventare un classicone, non ultima una timbrica vocale che ci ricorda di quando lo stesso James Hetfield rincorreva lo stile di Pepper Keenan – i due percorsi artistici si sono compenetrati più volte nel corso degli anni ’90, non sempre per la felicità dei die hard fans del primo. Il risultato? Non un gran pezzo, che sembra appunto ricalcare quegli episodi di seconda fila messi su dai Metallica a partire del Black Album e dalla coppia “Load” / “Reload”. Per il resto, il disco si dipana tra la plumbea “Forgive Me”, che beneficia delle twin guitars di scuola Thin Lizzy, l’acidità psichedelica di “Nothing Left To Say”, la kermesse sabbathiana di maniera che riaffiora con “Little Man” e “Old Disaster”, accostata a quel mood caciarone che è proprio dello stile di Keenan (vedi la sua partecipazione alle session di “Tuesday’s Gone” dei Metallica...), e l’oscura “A Quest To Believe (A Call To The Void)” a cui è affidata la degna chiusura del disco. Altra novità sono gli intermezzi come “Matre’s Diem” e “Sacred Isolation”, a cui è affidata la stessa funzione “di respiro” che avevano i loro analoghi nei dischi storici del Sabba Nero, e che personalmente offrono come non mai la misura del Weatherman chitarrista, un personaggio che non sfigura affatto in un gotha più blasonato. Dunque, ascolto comunque consigliatissimo, sperando però di sentire ancora all’opera il trio storico in futuro, magari con un disco o due... non chiedo di più!
Voto: 8/10
Francesco Faniello

Contact
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