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Reviews - Corde Oblique
:: Corde Oblique - I maestri del colore - (Infinite Fog/Audioglobe - 2016)
Ogni tanto mi faccio stregare dai dischi, e così è stato per “I maestri del colore” dei partenopei Corde Oblique. Sarà la copertina, che richiama in tutta evidenza i manuali presenti sugli scaffali di mia moglie (e in effetti il titolo è mutuato dall’omonima e celebre collana di Storia dell’Arte), sarà la capacità dimostrata dall’ensemble di disegnare paesaggi sonori giustificando appieno l’artifizio di associare ogni traccia ad un colore, ma c’è da dire che il disco mi ha convinto sin dai primi ascolti, concepito com’è a guisa di “tavolozza pittorica in musica”, per usare le parole della band. Nonostante il loro sostrato prettamente folk ed intimista, le Corde Oblique approdano spesso e volentieri su lidi sonori che richiamano eccome i gusti di un’ampia frangia dei lettori di queste pagine: in primis, afferiscono all’ampio filone neo/folk (nonostante la band prediliga la più ampia definizione “progressive ethereal folk”) così legato a doppia mandata con il processo di evoluzione di tante espressioni più “estreme”; e poi, hanno condiviso il palco con My Dying Bride e Opeth, e si sente… a testimonianza di come l’apertura mentale di chi vive la musica a 360° non possa che portare a risultati eccellenti. La tavolozza sonora de “I maestri del colore” comprende tredici brani (più una ghost track dall’incedere metallico che non fa altro che confermare le mie impressioni) incastonati tra tradizione e innovazione, con lo stile chitarristico così vicino a Gilmour e a Knopfler dell’opener “Suono su tela” che si insinua nel malinconico incedere guidato dagli archi, o ancora con “Violet nolde” che non disdegna i Radiohead più eterei. Sono tuttavia le sonorità più ataviche a fare la parte del leone in questo disco: ne è esempio il flauto di “Giallo dolmen” doppiato da un coro tribale, posto lì a richiamare alternativamente le estreme coste eurasiatiche del Pacifico o le impervie alture andine; o ancora “Rosa d’Asia”, dal mood (paradossalmente) western liquefatto nelle sonorità del Sol Levante, in una sintesi che i cultori di Tarantino ben conoscono; per non parlare del forte richiamo a Baba Yaga presente su “L’urlo rosso”, con una scelta di colore che non appare affatto casuale. Certo, è la prestazione di Denitza Seraphimova su “I Sassi di Matera” a costituire uno dei picchi della tracklist, malinconica nenia che ci riporta tra la pietra di tufo che costituisce l’essenza della città a cui vengono tributati gli onori, un mood che ritroveremo anche sulla versione di “Amara Terra Mia”, quasi a costituire un vero e proprio legame concettuale tra i due episodi. È così che suggestioni provenienti da culture lontane si legano alla musica occidentale, con il mastermind Riccardo Prencipe che modula le sue sei corde a seconda della tradizione che intende omaggiare, in un attento lavoro di cesello e ricerca. Dinanzi ad un simile caleidoscopio di suoni e colori non mi resta che augurarvi buon ascolto…
Voto: 8,5/10
Francesco Faniello

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:: Corde Oblique - The Moon is a Dry Bone - (Dark Vinyl Records - 2020)
In un mondo parallelo, ci deve essere una sezione speciale nei negozi di dischi per un gruppo come le Corde Oblique. In un mondo parallelo magari fioriscono ancora i negozi di dischi, e ogni centro un po’ più grosso ne ha (ancora) uno, ma questo è scontato. Per tornare alla nostra timeline, vi dirò che è da quando ho ascoltato “I maestri del colore” che seguo con passione le vicende dell’ensemble campano capitanato dal maestro Riccardo Prencipe, uno di quei progetti immediatamente riconoscibili e al contempo ben lungi dal ricadere nello stretto recinto del neofolk o del prog retrò. Ebbene, è fuori da qualche mese il loro settimo album “The Moon is a Dry Bone”, undici brani che vedono come protagonista il succitato mastermind attorniato da ospiti vecchi e nuovi, a partire dalla cantante lucana Caterina Pontrandolfo, dalla timbrica inconfondibile e penetrante, fino a due pezzi di storia della new wave italiana, Andrea Chimenti (chi si ricorda dei Moda, quelli senza accento?) e Miro Sassolini, indimenticabile primo singer dei Diaframma. Proprio “La strada”, che vede ospite Chimenti, non può non pagare dazio alle suggestioni di scuola De André, quasi inevitabili quando le atmosfere della “chanson” si fanno soffuse e “mediterranee” (nel senso più ampio), vedendo un immediato contraltare nella title track, che chiama a sé i Blonde Redhead e in qualche modo spariglia le carte per mezzo del violino, ricreando un ambiente sonoro se possibile ancor più “noise” di quello immaginato dai padri putativi del genere. Un disco che dispiega il consueto carattere caleidoscopico della band, con le influenze più disparate anche all’interno dei singoli episodi: “Le torri di Maddaloni”, dove la chitarra classica si fonde con l’invocazione viscerale di Denitza Seraphim, o la nenia stregata e incalzante de “La casa del ponte”, probabilmente il brano più rappresentativo del disco, con una coda muscolare ed efficace guidata dalla sezione ritmica e sottolineata da un violino diretto discendente del prog italiano anni ’70. Sono rimasto per un po’ a scervellarmi sull’essenza delle due “Almost Blue” collocate come intro e outro, chiedendomi quanto avessero di Chet Baker, di Elvis Costello o forse delle atmosfere evocate dall’omonimo romanzo di Lucarelli, per poi concludere che sono un omaggio a ciascuna delle tre, in spirito almeno. Tuttavia, una cover c’è ed è “Temporary Peace” degli Anathema, altra band con la quale i Nostri hanno forte affinità: efficace e ben inserita in tracklist, come del resto “Il terzo suono” con Sassolini e la malinconica “Herculaneum” che beneficia ancora una volta della Pontrandolfo dietro al microfono. Vi serve altro? Per me, uno dei dischi dell’anno – e non solo in un’ipotetica “classifica italiana”.
Voto: 8,5/10
Francesco Faniello

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