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Reviews - Colonnelli
:: Colonnelli - Come Dio Comanda - (Resisto - 2018)
Dei Colonnelli e della sagace alchimia alla base della loro proposta musicale ho già detto a profusione in occasione della recensione del loro album di debutto, “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”; sintetizzando, siamo dinanzi a un progetto che combina in modo quanto mai felice la tradizione del thrash metal più “anthemico” (Metallica e Sepultura in primis) con il lirismo e le spigolosità tipiche di certo rock italiano anni ’90 (leggi: Timoria, Afterhours e Marlene Kuntz). Per una volta, voglio iniziare con un interrogativo e chiedermi come mai in Italia non ci sia ancora accorti dell’esistenza dei Colonnelli. Intendiamoci, per ascolti e predilezioni io sarei la persona meno indicata a dare direttive sulle mode e sui trend, ma... di una band così mi piacerebbe sentir parlare – tanto e bene – sulla stampa “che conta”, non solo su quella specializzata, nelle trasmissioni musicali, sui network radiofonici che si fregiano del titolo dell’aggettivo “rock”, sui suggerimenti di YouTube e così via. Chiedo troppo? Forse sì, forse no. Sono assolutamente convinto che la formula portata avanti dal trio sia perfetta per far breccia nel mondo ultraconservatore del metallo di casa nostra, così come per portarli al cospetto dei nomi storici del rock “ruvido” di questo Paese. Poi, l’imprevisto è sempre dietro l’angolo: la prima metà del cielo che resta profondamente esterofila e che guarda con sospetto a qualsiasi “ammiccamento” all’easy-listening (?), così come le ritmiche di chitarra precise e “grattugiose” (memori del miglior Hetfield) potrebbero far arricciare il naso ai puristi della caciara noise e un po’ arruffona di casa nostra. Che ha una chiara identità, per carità; i Colonnelli non ne sono immuni, tanto che i Marlene Kuntz rappresentano una delle fonti primarie per quanto concerne la creazione di linee vocali, al di là della scelta di coverizzare “Festa Mesta”. Ecco, quest’ultima poteva forse essere reso in maniera diversa, lasciando che tentazioni percussive in stile Cavalera cedessero il passo alla resa delle spigolosità chitarristiche di Godano, che a loro volta rappresentarono un omaggio in salsa cuneense al sommo Thurston Moore. Qualcosa che ricordasse i Voivod, ma le scelte sono personali e non mi sento di discuterne oltre. Il disco? Rappresenta un netto passo in avanti rispetto al già buono debutto, spaziando da episodi vari e articolati del calibro della title track e della thrashinante “V.M. 18”, entrambe dense di cambi di ritmica e con riferimenti più vicini ai progenitori In.Si.Dia. I punti di contatto con i modelli bresciani si fermano qui, perché i Colonnelli sciorinano ancora una volta la loro grande capacità di sintesi su pezzi come “Amleto”, “Sangue ad Alti Ottani” (con quella citazione de “Il Corvo” che strizza chiaramente l’occhio a un’intera generazione), “Il Blues del Macellaio”, che richiama gli ultimi Kreator e il loro rifferama a metà tra thrash teutonico e forme più classiche di metal, e soprattutto la conclusiva “Lochness”, un’elegia oscura e fortemente evocativa, probabilmente il mio pezzo preferito dell’album. Vi confesso che cercavo la ghost track in chiusura, e c’era anche stavolta: una tirata poco politically correct e con un break di tributo a... beh, questa volta scopritelo voi! In conclusione, il senso della melodia presente nelle linee vocali di Leo Colonnelli e soci fa davvero la differenza, lasciando presagire che queste “canzoni di sangue ad alti ottani” possano diventare i nuovi inni per i nostri tempi. E questa sì che sarebbe la più grande soddisfazione per il trio toscano... da parte mia, torno a godermi il loro “Come Dio Comanda”!
Voto: 8,5/10
Francesco Faniello

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:: Colonnelli - Verrà la morte e avrà i tuoi occhi - (Resisto - 2015)
Questo dei Colonnelli è uno di quei casi in cui il gioco delle associazioni sembra facile. Il monicker? Mi fa pensare all’Argentina, ad uno dei suoi periodi più bui… e in realtà a quanto pare è il cognome del cantante/chitarrista della band. Il nome dell’album? Sufficientemente evocativo, per uno che si è ritrovato una massima di Cesare Pavese all’esame di maturità. Thrash metal cantato in italiano? Apparentemente, è la stessa formula sperimentata dagli In.Si.Dia e sfiorata dai Timoria a metà anni ’90, su molti passaggi di “2020”… ecco, per collocare idealmente la musica dei Colonnelli questi ultimi due riferimenti sono probabilmente un ottimo punto di partenza: una sezione strumentale prettamente metal (con influenze che spaziano dal thrash di scuola Bay Area al groove metal del sud degli Stati Uniti) su cui si stagliano delle linee vocali con melodie e intenti vicini all’alternative, senza la pretesa di ricalcare tout court i fasti di Hetfield, Anselmo e Billy. Anzi, con qualcosa che mi ha ricordato persino gli Afterhours su pezzi tipo “Vi cacceremo senza pietà”, un episodio che del resto ha più di una radice nei gloriosi anni ‘90, con un’attenzione particolare dedicata alle parti mosh e ai cambi di tempo a favore di headbanging. Guardando e riguardando l’artwork mi sono venuti in mente anche i Misfits proprio mentre scorreva un pezzo come “Apprendista suicida”, le cui melodie avrebbero fatto la sua porca figura su “American Psycho”: questo per dire che per analizzare “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi” non ci si può fermare alla semplice definizione di partenza, per quanto esemplificativa ed efficace essa possa essere. Così, i Colonnelli passano dal rifferama in stile Metallica/Sepultura (pensate al loro periodo di maggior successo…) che anima “Il boccone amaro” e “Circo massacro”, alle melodie alienate di “Masticacuore”, all’incedere schiacciasassi di scuola Motorhead su “Ero vestito di nero” e sulla conclusiva “La marcia dei colonnelli”, e lo fanno con la massima disinvoltura, senza preoccuparsi di apparire “true” o credibili per le platee più intransigenti. D’altronde, il fatto di riuscire a combinare il meglio dei due mondi è ciò che salva il trio toscano dall’omologazione (o peggio, dall’appiattimento) e giustifica appieno la scelta della label di puntare su di loro, un unicum nella storia di un’etichetta in genere avvezza a sonorità meno “estreme”. Poi, il fatto di portare avanti il loro sound con convinzione è l’elemento che più di altri può far presa su un pubblico sempre più esigente e sempre meno propenso a fare le pulci ad ogni singolo elemento del sound, anche lì dove ce ne sono tanti da scoprire e riscoprire. Insomma, gli orpelli lasciamoli ai critici come me (che si divertono tanto), voi godetevi la musica e il muro di suono! Nota a margine: dopo gli ormai canonici minuti di silenzio che seguono l’ultimo pezzo della tracklist, parte una session in studio con “Children In Heat” e “Hybrid Moments”, due tra i più bei capolavori di Glenn Danzig, Jerry Only e soci… cosa vi dicevo in merito a definizioni e intuizioni?
Voto: 8/10
Francesco Faniello

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