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Reviews - Centurion
:: Centurion - Invulnerabile - (Dragonheart - Audioglobe)
Non so cosa dire dei Centurion, band che non è mai stata una perla d’originalità, ma che in passato ha saputo creare dischetti discreti ed ascoltabili di puro ed incontaminato hm. Questo “invulnerabile” mi lascia molto indifferente non trovandoci niente di interessante, anche se il cd si fa apprezzare per scelte sonore abbastanza buone, anche se poi per il resto non ci siamo. Il cd è molto monolitico abbastanza veloce e duro quanto basta ed anche i brani si fanno apprezzare, ma la voce, mi dispiace non ci siamo assolutamente. Stridula., noiosa e dopo solo 10’ fastidiosa all’invero simile. Anche ad originalità non ci siamo molto, anche se brani come la title track si fa apprezzare per i cori davvero ottimi e la “semi-ballad” “Standing on the ruins” è interessante a livello musicale, anche se viene completamente demolita dal cantato. Infine da una band di una certa esperienza come i Centurion alla quarta esperienza su lunga distanza non me l’aspettavo, va bene far sentire le proprie influenze, ma ascoltare dei riff di chitarra sull’ultimo brano (per la cronaca intitolato “Trascendence”) che sembrano quelli di “Wasted yerars”di chi sapete voi...

Fabio Calandrino
:: Centurion - V - (SG Records - 2015)
Ricordo ancora quando sentii parlare per la prima volta dei Centurion. Era la fine degli anni ‘90 e lessi di loro su Metal Shock, in occasione del debut “Arise Of The Empire”: evidente la passione dei marchigiani per la romanità classica, assimilabile a quanto già fatto dagli Astaroth nel decennio precedente grazie anche a titoli fortemente evocativi come “Snow Covers Imperial Alps” e via dicendo. Poi arrivò “Hyper Martirium”, che consolidò la definizione che la band dava di sé, “hyper metal”, una sorta di roccioso classic metal con frequenti sconfinamenti nella furia del thrash. Era il decennio inaugurato dai Priest con “Painkiller”, cui fece seguito lo sferragliante “Jugulator”, quindi non c’era da stupirsi di simili alchimie, magari non originalissime ma di sicuro impatto. Peccato che fosse anche un decennio in cui procurarsi la musica non era sempre facile, per cui i Centurion restarono per me avvolti nel mistero, carta stampata a parte. Altri tempi, di sicuro, persino un po’ “salgariani” nel lasciare intatto il fascino di una scoperta rimandata a data da destinarsi. Eccoci dunque al 2015, con la SG Records che rilancia la band dopo uno iato durato un decennio, che termina appunto con la pubblicazione di questo “V”: va detto subito come la definizione di connubio tra heavy e thrash resti più che azzeccata per i Centurion, restituendoci la fotografia di una band fondamentalmente aderente ai dettami priestiani ma aperta a soluzioni relativamente più “moderne” (ovviamente rispetto all’epoca di “Screaming For Vengeance”/”Defenders Of The Faith”). Niente di nuovo sotto il sole, almeno sotto il profilo dell’originalità, anche se l’impressione è quella di essere dinanzi ad un lavoro godibile, che (diciamolo subito) non aggiungerà nulla al campionario del perfetto defender, se non un nuovo e solido mattoncino sulla sua ideale trincea borchiata. Se l’intro ci riporta immediatamente nell’epoca in cui Roma dominava gran parte del mondo conosciuto, ci pensa l’opener “The Legionary” a fare gli onori di casa richiamando le sonorità di Albione, per la precisione quelle del già citato caposaldo “Painkiller”. Altra cosa che emerge subito con evidenza è il ruolo di primo piano giocato dal basso (sulla scia del glorioso Markus Grosskopf!), che marchia a fuoco la successiva “Kommander”, in cui affiorano soluzioni pompose e oscure in stile Symphony X, ben bilanciate dalla furia più “muscolare” di scuola Overkill. “Non Omnis Moriar” paga il giusto dazio alla tradizione power teutonica (e non è la sola, su “V”), mentre “One Shot, One Kill” apre il campionario di influenze ai migliori Megadeth, complice l’ottimo lavoro di lead guitar. Un episodio più moderno, probabilmente anche dal punto di vista testuale, che fa il paio con la successiva “Sins Of The Nations” (dalla vocalità vicina ai Nuclear Assault) in quello che è forse il momento del disco più vicino al thrash metal. Certo, il fatto di essere dinanzi al quinto pezzo di seguito che si apre con la stessa tonalità dei precedenti imporrebbe una riflessione, dato che una simile scelta appesantisce non poco l’avvicendamento della tracklist, nonostante la presenza di episodi interessanti disseminati qua e là. Va anche detto come personalmente la parte più interessante dell’album sia quella appena descritta, poiché il prosieguo di “V” vede sostanzialmente rimescolare le stesse carte precedentemente messe in tavola, con una serie di tracks meno convincenti tra cui le due versioni di “Burnin’ Pyres” (una elettrica, l’altra acustica), “Eye For An Eye”, incontro al vertice tra Gamma Ray, Testament e Irons, e “Days Of Mourning”, che ricorda da vicino l’operato acustico del Dickinson solista. Probabilmente c’è troppa carne al fuoco, o magari la presenza di episodi discreti è controbilanciata da un eccesso di fillers, fatto sta che “V” non mi ha convinto al 100%. Chissà se il me stesso del 1999 avrebbe accolto meglio i Centurion: per saperlo davvero dovrei ascoltare il famigerato “Arise Of The Empire”, cercando di calarmi nella parte. Cosa che farò presto, molto presto…
Voto: 6,5/10
Francesco Faniello

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