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Reviews - Cellar Darling
:: Cellar Darling - The Spell - (Nuclear Blast - 2019)
Ebbene sì, ci ho messo un po’ a chiudere questa recensione. Avevo avuto da subito l’impressione di trovarmi dinanzi a un lavoro fuori dal comune, sin dal primissimo estratto che fungeva da apripista per questo secondo album dei Cellar Darling (era “Death” o la title track? Non ricordo più...), e forse è proprio per questo che – semplicemente – ho preferito l’ascolto alla scrittura, un consiglio che resta sempre e comunque valido. Nonostante ciò, essendo “The Spell” con tutta evidenza e a mio personale giudizio il disco del 2019, non potevo fare a meno di scriverne entro la conclusione dell’anno in cui è uscito. Del resto, Anna Murphy e soci sono ospiti fissi dei miei ascolti sin dall’uscita di “This is the Sound” con “Avalanche” in ovvia heavy rotation, complici i comunicati di mamma Nuke che hanno contribuito a stimolare la mia curiosità nei confronti di questo nucleo di transfughi dagli Eluveitie. Comunque, per chi come me si fosse sintonizzato in ritardo sulle frequenze folk metal dei Cellar Darling, dirò che se pensate come me che mostri sacri come Portishead e The Gathering mancassero di una connotazione forte e “identitaria”, come quella regionalistica dei nostri amici svizzeri, eccovi serviti. D’altronde, si vive di simboli, bandiere e ideologie, e il nostro trio non fa eccezione: smessi i panni dei puristi duri e puri con la ghironda, Anna Murphy, Merlin Sutter e Ivo Henzi mettono le loro suggestioni magiche al servizio del comune magma sabbathiano, e lo fanno in un modo di cui avrebbero beneficiato persino gli Avatarium, oserei dire. Il motivo per cui “The Spell” è il disco dell’anno è appunto questo riuscitissimo connubio, cui si aggiunge la cura dei particolari – il lavoro è corredato da un audiolibro, e il già ricercato artwork è impreziosito da una serie di videoclip animati curati da Costin Chioreanu, il che è garanzia di sicura qualità. È però il caleidoscopio di suoni a giocare la carta vincente, in un’incredibile sciarada che vede gli elementi tipicamente folk unirsi a un sostrato sempre più vicino all’hard / prog, la cui solennità è spesso e volentieri spezzata da inserti che ricordano il rock alternativo d’annata e che si sposano incredibilmente bene con tutto il resto. È il caso dell’opener “Pain”, il cui attacco ha la sfacciataggine dei Garbage di Shirley Manson in un tappeto sonoro più disciplinato, o della minacciosa “Death”, una song perfetta che nella parte centrale passa dai Cathedral ai King Crimson con estrema disinvoltura, dopo aver snocciolato molti degli elementi sonori che costituiscono il filo conduttore di “The Spell”. Già, perché al loro secondo lavoro i Cellar Darling hanno deciso di cimentarsi nell’impresa simbolo degli anni Settanta, quella del concept album, sottolineando il tutto con i corollari succitati. Il risultato è davvero prezioso: non ho potuto fare a meno di pensare a Bjork su “Love”, la cui melodia sbilenca è addirittura accentuata dall’ossatura prog, o nell’imperdibile title track, elegia nordica e solitaria che si colloca tra il relativamente recente passato rappresentato dai The Gathering e il recentissimo fuoco sacro degli Avatarium (ecco, se mi fossi deciso a pubblicare prima questa recensione, ora sarei stato profetico nell’evocare il titolo dell’ultimo disco degli svedesi!). Un episodio, “The Spell”, in cui Anna Murphy è in grado di catalizzare l’attenzione con i soli vocalizzi, così come avverrà sulla successiva “Freeze”. Niente di nuovo, dite? Provate a soffermarvi sulle aperture al limite del grunge di “Burn”, con la ghironda a fare da straniante contraltare, per poi passare alle delicate tentazioni prog di “Hang” che si accentuano su “Insomnia” richiamando i Dream Theater (e i tempi spezzati nel corso della track ne confermano l’ispirazione) per poi stregare l’ascoltatore con il consueto ritornello aperto, semplice ma terribilmente efficace, con qualcosa di novantiano a suggellarne l’effetto. Ecco, a voler trovare il pelo dell’uovo “Fall” sarebbe stata la coda perfetta da fiera nordica, mentre un pezzo come “Drown” non è esattamente la conclusione che ci si attenderebbe, anche se probabilmente risulta funzionale al concept proposto. Non è finita qui, però: se le due reprise non aggiungono quasi nulla di nuovo, è pur vero che il tema ammaliante della title track che riemerge su “Death Pt. II” ha il suo perché... un po’ come tutto il disco, lo avrete capito. Fatelo vostro, non ve ne pentirete.
Voto: 9/10
Francesco Faniello

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