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Reviews - Carcass
:: Carcass - Heartwork - (Earache – 1993)
La carriera dei Carcass raggiunge il suo apice, sia dal punto di vista compositiva sia a livello di fama, nel 1993, con la pubblicazione di “Heartwork”. Quest’album è un lavoro che va oltre il grind degli esordi, supera i confini del death ipertecnico di Necroticism e raggiunge un perfetto equilibrio tra la potenza di questi generi estremi la melodia catchy del metal classico, tanto che all’epoca i critici parlarono di una “svolta maideniana” intrapresa dalla band. Il disco si apre con tre brani veloci e tecnici, in grado di togliere il fiato all’ascoltatore (“Buried Dreams”, “Carnal Forge” ed “Embodiment”), per poi giungere a due pezzi da tramandare ai posteri: la title-track e “No Love Lost”, di cui furono anche realizzati dei bellissimi videoclip. Le tematiche dei brani abbandonano quasi del tutto lo splatter-gore e si dedicano ad argomenti quali i tormenti dell’amore (“No Love Lost”), e la critica al odierno sistema socio-politico occidentale, che annichilisce l’individuo sino a renderlo un’inconsapevole burattino convinto di vivere nel migliore dei mondi possibile (“Heartwork” e “Buried Dreams”). Non viene tuttavia mai abbandonata la sottile ironia degli esordi, come si può ben notare dai testi di “Blind Bleeding the Blind” e “Arbeit Macht Fleisch”. Quest’album è anche l’ultimo che vede la partecipazione di Michael Amott, che, con una prestazione da brividi, si congeda dalla band per formare in contemporanea il suo progetto stoner Spiritual Beggars e gli Arch Enemy.

Track list:

1) Buried Dreams
2) Carnal Forge
3) Embodiment
4) No Love Lost
5) Heartwork
6) Embodiment
7) This Mortal Coil
8) Arbeit Macht Fleisch
9) Blind Bleeding the Blind
10) Doctrinal Expletives
11) Death Certificate

Marco Cramarossa
:: Carcass - Necroticism descanting the insalubrious - (Earache – 1991)
I Carcass proseguono incessanti nella continua evoluzione del loro sound, e, in tale ottica, nel 1991 reclutano il bravissimo chitarrista svedese Michael Amott (attualmente leader di Arch Enemy e Spiritual Beggars), proveniente dal gruppo dead svedese Carnage. Il risultato di questo connubio è la pubblicazione di “Necroticism”, un capolavoro in cui s’intrecciano la furia grindcore degli esordi, riff monolitici e intricatissime partiture chitarristiche che spesso si aprono su inaspettati ed efficaci momenti melodici. Nessuna altra band grind, a parere di chi scrive, ha mai più raggiunto tali vette compositive, infatti perle quali “Corporal Jigsore Quandary” ed “Incarnated Solvent Abuse”, a distanza di ben 16 anni dalla pubblicazione del disco, sono ancor oggetto di innumerevoli cover da parte dei gruppi della scena estrema, vedi The Berzerker e General Surgery. “Necroticism” ebbe il pregio di sdoganare il grind dall’underground e di farlo assurgere a fenomeno musicale di proporzioni mondiali, ed infatti nel 1992 i Carcass si imbarcarono nel Gods of Grind Tour, con cui girarono i cinque continenti assieme ad Entombed, Cathedral e Confessor. In concomitanza col tour venne anche messo sul mercato l’Ep “Tools of the Trade”, incluso nelle edizioni rimasterizzate di “Necroticism”, che contiene al suo interno un\'altra hit del combo di Liverpool: la violentissima “Hepatic Tissue Fermentation”. Un solo consiglio: comprate questo disco!

Track list:
1) Inpropagation
2) Corporal Jigsore Quandary
3) Symposium of Sickness
4) Pedigree Butchery
5) Incarnated Solvent Abuse
6) Carneous Cacofinny
7) Lavaging Expectorate of Lysergide Composition
8) Forensic Clinicism / The Sanguine Article

Marco Cramarossa
:: Carcass - Reek of putrefaction - Earache – 1988
Siamo in Inghilterra, nel 1988, quando tre ragazzi, Bill Steer (chitarra), Jeff Walker (basso) e Ken Owen (batteria), incidono questo seminale disco di purissimo grindcore, grezzo, devastante e senza compromessi. Il doppio cantato gutturale di Jeff Walker e Bill Steer, le velocità folli dei riff ed il blast-beating indiavolato di Owen creano la colonna sonora ideale per un film splatter-gore quale potrebbe essere “Non aprite quella porta” o “La casa dei 1000 Corpi”. I testi delle canzoni ovviamente sembrano estrapolati dai più abietti trattati di anatomo-patologia, e canzoni quali “Vomited Anal Tract” e “Fermenting Innards” potrebbero far rivoltare lo stomaco agli ascoltatori più sensibili. Il terzetto tuttavia dichiarò che la loro ossessione per lo splatter in realtà nascondeva un recondito messaggio vegano: indurre gli ascoltatori a diventare vegetariani suscitando in essi un profondo disgusto verso la carne macellata, tramite una sottile analogia tra i tormenti inflitti ad un corpo umano e le analoghe torture che i poveri animali devono subire in un mattatoio.
Questa prima opera dei Carcass di sicuro non raggiunge il livello di successivi capolavori, quali “Necroticism” ed “Heartwork”, infatti la struttura compositiva dei brani è ancora molto lineare, tuttavia deve essere riconosciuta l’importanza ed il valore storico di quest’album, che assieme al contemporaneo “Scum” dei conterranei Napalm Death (su cui tra l’altro suona Bill Steer), dà i natali al Grindcore, genere estremo che fonde la pesantezza del Death Metal con la velocità l’attitudine del crust-punk.

Track list:
1) Genital Grinder
2) Regurgitation of Giblets
3) Maggot Colony
4) Pysosified (Rotten to the Gore)
5) Carbonized Eye Socket
6) Frenzied Detruncation
7) Vomited Anal Tract
8) Festerday
9) Fermenting Innards
10) Excreted Alive
11) Suppuration
12) Foeticide
13) Microwaved Uterogestation
14) Feast on a Dismembered Carnage
15) Splattered Cavities
16) Psychopathologist
17) Burnt to a Crisp
18) Pungent Excruciation
19) Manifestation of Verrucose Urethra
20) Oxidised Razor Masticator
21) Mucopurulence Excretor
22) Malignant Defecation

Marco Cramarossa
:: Carcass - Surgical Remission/Surplus Steel - (Nuclear Blast - 2014)
Allora, sarò breve (le ultime parole famose…). Che i Carcass siano delle leggende viventi lo sanno tutti, e che il loro “Surgical Steel” sia stato un esempio più unico che raro di disco di comeback centrato in pieno iniziano a sospettarlo anche i proverbiali muri. Ed è proprio per questo che la pubblicazione di questo “Surgical Remission/Surplus Steel” è più che inutile: è dannosa. Dopo aver tanto criticato “Swansong”, immeritatamente relegato ad album di “deriva” e a stento toccato dalle scalette live (nonostante potesse vantare pezzi di un certo livello nella tracklist), la premiata ditta Walker/Steer se ne esce con un EP che riprende il peggio di quella fase della band: brani cadenzati e dai riff ripetuti all’infinito, con meno assoli però, e soprattutto senza quel gusto melodico che aveva stregato in tanti. In sostanza, con questo “Surgical Remission/Surplus Steel” siamo lontani sia dal botto di “Surgical Steel”, che dal valore intrinseco di uscite del calibro di “Tools Of The Trade”, in grado di condensare il meglio dei Carcass in poche tracks, o di outtakes di gran livello come “Edge Of Darkness”. Per scovare il genio e riconoscere la manifattura dei grindcorers britannici occorre arrivare a “1985 (reprise)” – e lo credo bene! Potevano metterla in coda al disco “ufficiale” ed era fatta! – o soffermarsi sui pochissimi passaggi in cui i quattro ci degnano di qualcosa di ben congegnato dal punto di vista melodico. Le premesse costituite da “A Wraith In The Apparatus” non sarebbero neanche male, con il richiamo ai Napalm Death di “Diatribes”; poi però scopri che quel ritmo semi-industrial che fa tanto anni ‘90 prosegue per tutta la track, e a poco valgono le armonizzazioni di Bill Steer e Ben Ash. “Intensive Battery Brooding”, dopo aver indugiato sin troppo sul tempo cadenzato con cui è costruita, si evolve sin troppo prevedibilmente in una di quelle accelerazioni che sono il marchio di fabbrica dei Carcass, salvo che la band l’ha piazzata qui solo per beneficio di inventario. Di “Livestock Marketplace” (il vero inedito, le altre sono scarti di “Surgical Steel”) non mi va neanche di parlare, né vale il mood settantiano di “Zochrot” a risollevare le sorti di un EP iniziato male e destinato a finire anche peggio (un 6/10 è comunque pari ad una bocciatura per un gruppo di questo calibro), se non fosse per l’idea di piazzare la reprise di “1985” in coda. Tanto di cappello (in questa versione “extended” la usano anche come intro ai loro live), solo che è un riff che ha quasi trent’anni! L’impressione è che, parafrasando il titolo del lavoro, questo “acciaio” fosse poco più che in eccesso, e dunque la speranza è che la band stessa abbia considerato l’ipotesi di farne un disco-spazzatura per quanto non ha (giustamente) trovato posto nell’album dell’anno precedente. Dico la speranza, perché l’ipotesi più pessimistica è quella che vede “Surgical Remission/Surplus Steel” inaugurare un terrificante nuovo corso né carne né pesce. Spero proprio di no…
Voto: 6/10
Francesco Faniello

Contact
www.facebook.com/OfficialCarcass
:: Carcass - Surgical Steel - (Nuclear Blast - 2013)
Sulle prime pensavo sarebbe stata impresa ardua. I campioni del grind, allo stesso tempo pionieri di quello che dopo la loro fine si sarebbe chiamato death melodico, sono tornati insieme non solo per partecipare ad una serie di festival, ma anche per un disco nuovo. Alle volte è meglio lasciare le cose così come stanno, si ripete spesso in questi casi, e il vecchio adagio vale per tante, troppe realtà musicali. Non per i Carcass. È bastato ascoltare una volta di fila “Surgical Steel” per capire che mi sbagliavo, perché il disco lo scrivi così come lo leggi: un piccolo capolavoro. Se preferite, un disco davvero onesto, e di questi tempi non è facile. Perché pubblicare un disco “onesto” significa troppo spesso attestarsi sui livelli compositivo/attitudinali del passato, e quella che ne viene fuori è giocoforza una copia sbiadita. Come già ampiamente anticipato, non è il caso di Walker e soci, i quali non si accontentano di rifare all’infinito “Necroticism” ed “Heartwork”, ma tentano l’inimmaginabile: migliorarsi. Sì, avete letto bene: da tanti punti di vista, questo disco è talmente un passo avanti rispetto ai suoi predecessori (un fattore che sarebbe più che normale per una band che non viene fuori da uno iato di circa quindici anni) che rappresenta in più punti un vero e proprio compimento delle strade in essi tracciati. Cosa è successo dopo l’uscita di “Swansong”, all’epoca canto del cigno dei britannici? Ci sono state varie suggestioni seventies (Walker, Steer e persino Amott con i suoi Spiritual Beggars), il lancio definitivo di Amott nello stardom del metal internazionale con i suoi Arch Enemy, ma anche la malattia di Ken Owen, che lo ha reso indisponibile a qualsivoglia ritorno dietro le pelli, e dopo le succitate apparizioni Walker e Steer hanno dato il via al definitivo ritorno dei Carcass, in compagnia del talentuoso batterista Daniel Wilding. Che dire… mi aspettavo “Swansong 2”, ed ecco un disco che invece riprende molte delle coordinate tracciate da “Heartwork”, pur in un contesto più ampio. Incipit alla grande, con l’epica intro “1985” che sfocia nell’opener d’attacco “Thrasher’s Abbattoir”. Ecco, provate ad ascoltarla: sembra furia iconoclasta senza una norma, ma a poco a poco il quadro è chiaro, proprio come lo era nei primi, pioneristici dischi di stampo grind dei britannici. “Cadaver Pouch Conveyor System” segue senza soluzione di continuità, e se pensate che l’assolo sia da fighetti, riascoltatevi i loro dischi degli anni ‘90 e poi ne riparliamo. “A Congealed Clot Of Blood” richiama le atmosfere sulfuree della fase post-grind, mentre “The Master Butcher’s Apron” è già il primo classico, con una parte mosh inedita per i quattro, che fa il paio con l’audacissimo break di “Noncompliance to ASTM F 899-12 Standard” (tanto per accontentare i nostalgici del loro stile chirurgico/ospedaliero). Il bello è proprio che, esauriti gli inevitabili convenevoli sull’accostamento ad “Heartwork”, quello che “Surgical Steel” ci restituisce è una band che non si adagia sugli allori e non fa gridare al buon risultato solo per aver bissato gli intenti artistici dei propri anni d’oro. No, i quattro vanno oltre, senza alcun bluff ma con una tale antologia di riff e variazioni da farci chiedere dove fosse rimasta archiviata in tutti questi anni. “The Granulating Dark Satanic Mills” è in effetti candidata ad essere la nuova “Heartwork” e tuttavia, lungi dall’inseguirne lo stile catchy che sarà successivamente sposato da tante band di death melodico, si basa piuttosto su un riffing deciso e meno martellante. Ecco dunque la quasi title-track “316 L Grade Surgical Steel” che unisce passato recente e remoto, con un’accelerazione iconoclasta che si insinua in un riffing alla “Black Star”. Specularmente all’inizio è il mastodontico capolavoro finale, con “Mount Of Execution” che strizza più di una volta l’occhio alla NWOBHM (potendoselo peraltro permettere dato che Steer è stato chitarrista degli Angel Witch nei loro tour più recenti). Insomma, si tratta come già detto di un compimento del sound della band, con una parte di furia rimasta inespressa dopo i primissimi dischi che qui trova il giusto sfogo, e con la consueta attenzione ad un rifferama killer per antonomasia. Non uso il termine “disco dell’anno” solo perché non significa nulla: il valore di “Surgical Steel” è intrinseco, ogni pezzo vive di vita propria, e basta prenderne uno a caso per sentire il Carcass sound che emerge. Finalmente una band che torna e ha effettivamente qualcosa da dire: parafrasando il comunicato della Nuke, mai tanto vero, non vi resta altro da fare che imbracciare la vostra air-guitar e premere play!
Voto: 9,5/10
Francesco Faniello

Contact:
www.facebook.com/OfficialCarcass
:: Carcass - Swansong - (Sony/Columbia – 1995)
Dopo l’incredibile successo di “Heartwork” i Carcass, rimpiazzato il defezionario Amott con il chitarrista inglese Carlo Regadas, non rinnovano il contratto con la Earache, l’etichetta che li aveva lanciati, e si accasano presso la major americana Sony/Columbia. L’intento della nuova etichetta discografica è quello di far sfondare i Carcass oltreoceano, ammorbidendone la proposta musicale per rendere il nuovo prodotto più commerciale. Il risultato di ciò è solo quello di creare continui dissidi tra la band, che vorrebbe evolvere le proprie coordinate stilistiche in autonomia, ed il management della Sony, tanto è che l’esasperato Bill Steer decide di andarsene. I tre membri superstiti ritengono non sia il caso di proseguire senza un membro fondatore, per cui nel 1995 i Carcass ufficialmente si sciolgono, non prima però di veder pubblicato il loro “Canto del Cigno”. L’album in questione si muove sulle coordinate stilistiche di un hard rock catchy imputridito dall’ugola malsana di Jeff Walker, e purtroppo si assiste all’abbandono sia delle sfuriate grindcore degli esordi sia dell’ipertecnicismo del periodo Amott, e viene a perdersi quel caratteristico feeling minaccioso tipico di tutti i lavori precedenti. E’ un disco sicuramente immaturo, ma non privo di buoni pezzi, come “Black Star” e “Polarized”. I testi, ispirati dal libro di George Orwell “1984”, riprendono il tema della critica sociale già accennato nel precedente “Heartwork” seppur affrontando l’argomento in maniera più pessimistica e disillusa.
Addio Carcass…

Track list:

1) Keep on Rotting in the Free World
2) Tomorrow Belongs to Nobody
3) Black Star
4) Cross My Heart
5) Childs Play
6) Room 101
7) Polarized
8) Generation Hexed
9) Firm Hand
10) R**k the Vote
11) Don’t Believe a Word
12) Go to Hell

Marco Cramarossa
:: Carcass - Symphonies of sickness - Earache – 1989
A solo un anno di distanza dal precedente “Reek of Putrefaction” i Carcass tornano sul mercato con “Symphonies of Sickness”: il velocissimo grindcore degli esordi subisce una decisa evoluzione, con la scoperta, da parte del terzetto di Liverpool, del mid-tempo. La tecnica dei tre musicisti è notevolmente migliorata, e la composizione dei pezzi ne risente positivamente: la struttura dei brani si fa più articolata e complessa, con frequenti alternanze tra velocissime sfuriate grindcore e opprimenti mid-tempo cupi e angoscianti, mutuati dalla scena death metal anglosassone (Bolt Thrower e Benediction su tutti). Questa svolta stilistica permette alla band di acquisire una sempre maggior popolarità, e la porterà successivamente ad incidere il magnifico “Necroticism”. La canzone più significativa dell’album è senza dubbio la brutale “Exhume to Consume”, che venne pure pubblicata sulla storica “Grindcrusher Compilation”. Le tematiche affrontate nei testi rivelano ancora una vivida passione per la tortura e la decomposizione dei corpi, ben sottolineata dalla maggior pesantezza sonora. In definitiva questo è un disco che consiglio a tutti gli appassionati di grind/death metal, un cd che una volta messo nel vostro lettore farete molta, molta fatica a toglier. Fidatevi.

Track list:
1) Reek of Putrefaction
2) Exhume to Consume
3) Excoriating Abdominal Emanation
4) Ruptured in Purulence
5) Empathological Necroticism
6) Embryonic Necropsy and Devourment
7) Swarming Vulgar Mass of Infected Virulency
8) Cadaveric Incubator of Endoparasites
9) Slash Dementia
10) Crepitating Bowel Erosion

Marco Cramarossa
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