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Reviews - Bullet
:: Bullet - Storm Of Blades - (Nuclear Blast - 2014)
Ci sono essenzialmente due categorie di ascoltatori, in ambito metal e affini: quelli attenti alle nuove uscite, innovative o conservatrici che esse siano, e quelli dediti all’ascolto a piccoli passi, molto legati ai nomi acquisiti in età adolescenziale; pigri, se volete, ma non per questo dotati di minor curiosità nei confronti di quanto proposto di volta in volta dallo scenario musicale. Se d’indole il sottoscritto apparterrebbe alla seconda categoria, la presenza ormai quinquennale su queste pagine virtuali gli impone di tenersi aggiornato, volente o nolente. Eppure le vecchie abitudini sono dure a morire, e non posso non chiedermi quale sarebbe la reazione di uno dei defenders più “classicisti” e meno informati dinanzi ad un disco come “Storm Of Blades” dei Bullet. O piuttosto, dinanzi ai Bullet in generale, quintetto svedese giunto al quinto album con lo stendardo del metallo puro spiegato con fierezza. Probabilmente, mentre l’ascoltatore attivo sarebbe lesto a catalogare i Bullet nell’ampio fascicolo del fenomeno retrò che impazza ai giorni nostri, il nostro classicista/antidiluviano non potrebbe che avere un’unica reazione: la commozione. Eh sì, perché ricorderete un po’ tutti cosa significava professarsi alfieri della purezza metallica fino a dieci-quindici anni orsono: voleva dire produrre dischi inascoltabili, sputare quattro sentenze contro i Metallica e tutti i presunti venduti del gotha musicale, e strizzare l’occhio al death/black come degno cugino di integrità. Oggi no, oggi ci sono mamma Nuclear Blast e zia Earache (una volta fucine inarrestabili di avanguardie) a curare i sogni di gloria di tutta una schiera di defenders che hanno una cosa in comune, nonostante l’appiattimento dovuto ad un sound più o meno laccato: producono musica di qualità e sono in grado di scrivere bei dischi, tralasciando per un attimo il fattore strettamente “creativo”. Tornando alla mia indole originaria (l’anelito all’ignoranza e le vecchie abitudini sono dure a morire, ve l’ho detto…), per una volta non mi preoccuperò del fatto di non avere la minima idea di come suonino i quattro dischi precedenti dei Bullet: d’altronde, siamo dinanzi ad un gruppo a metà tra un incubo di Trick Or Treat e un sogno da School Of Rock, più seri degli Spinal Tap ma più scanzonati dei Fastway (che facevano ridere senza saperlo…). Vi bastano, come punti cardinali? Se così non è, immaginate di guardare le copertine di “Killers” e “Somewhere In Time” senza avere la minima idea di come siano i dischi in questione: ecco, i Bullet sono più o meno l’immagine stereotipata del metal, senza le sagaci orchestrazioni di Steve Harris, più priestiani dei Judas Priest, con quella cattiveria che i Megadeth hanno avuto cura di applicare al thrash metal e che loro mantengono stretta e ringhiante nel classic che più classic non si può. Ecco, se volete un’immagine dell’operato della coppia di chitarre Klang/Lyrbo pensate ad Angus Young vestito da Ross the Boss piuttosto che da scolaretto, e al povero Malcolm corredato di un bel paio di baffi a manubrio. Perché sono gli Ac/Dc la chiave di lettura perfetta del fenomeno Bullet, in una veste metallizzata che è il sogno proibito di tutti i defenders, quel sogno appena soddisfatto da dischi come “The Razor’s Edge”. In questo senso, sarà pur vero che sulla roboante title track il singer Hell Hofer ripassa a menadito la lezione di Udo Dirkschneider su un sostrato musicale cattivissimo e molto convincente, ma le punte di diamante di “Storm Of Blades” restano pezzi come “Tornado” o “Crossfire”, quadrati come sono e caratterizzati da un incedere in crescendo che non è altro che la riproposizione con muscoli di acciaio e pelle d’orso di “Live Wire” o “Hell Ain’t A Bad Place To Be”. Vi lascio gridare al plagio e stracciarvi le vesti dinanzi a tale carica derivativa, mentre mi godo questo monumento all’ignoranza (seppur raffinato “ad arte”, ne sono convinto) nelle mie scorribande di jogging tra le nebbie perenni! Attenzione, però… il modo migliore per rimanere con i piedi per terra (a corsa finita) è quello di dedicare un ascolto agli Stray, oscura band britannica d’epoca NWOBHM e autrice originaria di quella “This One’s For You” qui ripresa e “bullettizzata”: a loro sì che dedicherò le mie prossime ricerche…
Voto: 8/10
Francesco Faniello

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